Fuori Fase – 03 giugno 2020

Fuori Fase – 03 giugno 2020

Una foto, un colore, una canzone
di Rocco di Bono

Come si fa a spiegare a un millenial italiano o europeo la rabbia che in questi giorni sta incendiando (letteralmente…) le città americane? Di come siano antiche e robuste le radici di quella rabbia? E soprattutto, di quanto profondamente quelle radici affondino nella sofferenza del popolo afroamericano?

Proviamo a farlo con una foto, un colore, una canzone.

La foto la trovate facilmente su Wikipedia, e ritrae un giovane afroamericano, James Howard Meredith, che nel settembre 1962 decide di iscriversi all’Università del Mississippi, mettendosi contro il governatore segregazionista Ross Barnett e tutti i razzisti d’America: i quali non perdono l’occasione per organizzare e far scoppiare nel campus una vera e propria rivolta contro quella – la presenza di un nero all’università – che loro considerano un oltraggio, un affronto intollerabile. Il presidente John Kennedy e il suo ministro della giustizia, il fratello Robert Kennedy, non ci pensano due volte: a sostegno del diritto di questo giovane studente nero di iscriversi all’università mandano i militari. Nella foto, infatti, si vede James Howard Meredith che entra all’Università del Mississippi, scortato dal capo del United States Marshals Service, James McShane, e da John Doar, in rappresentanza del Dipartimento di Giustizia.

Il colore è il blue, un colore che per i neri d’America vuol dire tristezza: l’espressione “to have the blues” (essere blu/avere i blu) indica infatti uno stato di sofferenza, di tristezza o di malinconia, e si diffonde tra la popolazione afroamericana per definire un particolare genere musicale intimamente legato a quel sentimento di tristezza. Se il tango è un pensiero triste (e audace) che si balla, il blues è uno stato d’animo, un modo di sentire, di percepire il mondo, nel quale confluisce e si coagula la storia e l’anima straziata delle prime generazioni di schiavi afroamericani. Il loro lamento, durante il lavoro nei campi di cotone o nelle piantagioni di tabacco, si farà canto: canto di lavoro e di fatica, canto per la libertà perduta, oppure canto che cerca consolazione nel nuovo dio che hanno imparato a conoscere in America (spiritual), ma sempre e comunque un canto malinconico e appassionato. Quando nel 1865 viene abolita (almeno formalmente) la schiavitù negli Stati Uniti d’America, molti ex schiavi, diventati uomini liberi, cominciano a portare in giro la loro musica: dalle piantagioni e dai campi il canto dei neri americani lentamente mette radici nelle grandi città e diventa metropolitano.

Se sei nero e la tua vita non vale niente, puoi solo cantare. Puoi cantare quando ti sfruttano sul lavoro e ti pagano meno di un bianco, puoi cantare quando in un ristorante o in un locale non ti fanno entrare o su un autobus non ti fanno sedere, puoi cantare quando ti dicono che non puoi andare all’università, puoi cantare anche quando ti linciano e ti impiccano ad un albero, e il tuo corpo pende come un frutto strano e amaro.

A cantare è Billie Holiday, l’anno è il 1939, il posto è il night club Café Society di New York, e la canzone si chiama “Strange fruit”:

Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto che pende dagli alberi di pioppo.
Scena pastorale del galante sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
poi all’improvviso, odore di carne che brucia.
Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

È la prima volta che il dolore, la sofferenza del popolo nero sono cantati in maniera esplicita. Un pugno nello stomaco per quell’America dove nei cinematografi si proietta, in quei giorni, una pellicola come “Via col vento”, una bella favola d’amore condita dalla pacifica e rispettosa convivenza tra neri e bianchi. Una favola, appunto, alla quale la gente nera non può credere, perché la realtà è molto diversa. Contro quella realtà fatta di prepotenza, discriminazione, violenza e sfruttamento la gente nera da allora smette di cantare e scende nelle piazze, a protestare e a chiedere più diritti. Lo ha fatto ieri, continua a farlo oggi. Perché ancora oggi, come ieri, il razzismo in America continua a soffocare i diritti e le vite degli afroamericani, proprio come è capitato a George Floyd.

Voti e verità, ieri e oggi
di Gianrocco Guerriero

“Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò perdente”. Non sembra credibile che una frase del genere possa averla pronunciata un politico. Ma la sentenza risale agli anni Settanta del Novecento e a proferirla fu Aldo Moro. Ne è scorso di linguaggio giù dai palchi per comizi, da allora, e l’idea si è ribaltata: oggi si è disposti a dire qualsiasi cosa per un solo voto in più: la verità è un dettaglio che non ha valore. Un paio di settimane fa Giorgia Meloni, pur di aizzare i suoi simpatizzanti contro il Governo e gli immigrati, ha lasciato credere che questi ultimi, una volta regolarizzati grazie al decreto-Bellanova, avrebbero sottratto il reddito di cittadinaza a tanti italiani (ignara, quindi ignorante, o furba, essendo tale reddito percepibile solo per possessori di cittadinanza da almeno dieci anni?). In questi giorni, poi, lei è Salvini (quelli che non festeggiano la Liberazione il 25 aprile) ieri, 2 giugno 2020, avrebbero voluto deporre una corona d’alloro ai piedi del Milite Ignoto (di nuovo: ignoranti o furbi, essendo concesso soltanto al Presidente della Repubblica, in quanto rappresentante di tutti gli italiani, un gesto di tale valore simbolico?). Senza contare che lo stesso Salvini, alle 00:10 del 2 giugno 2013 (quando con la bandiera italiana diceva di volersi “pulire il culo”), scriveva su Facebook: “Notte serena Amici, oggi non c’è un cazzo da festeggiare”. Non contenti, sono scesi in piazza, negando verità ancora fresche di morte, come macabri pagliacci.

E che dire di un fanatico generale in pensione (quello che voleva arrestare Mattarella, oggi seguito dai “tifosi” più estremisti dei due soggetti sopra citati) il quale ha messo in scena una pietosa (e pericolosa) commedia all’italiana parodiando i gilet gialli (diventare arancione) e istigato alla violazione delle norme di sicurezza anti-Covid ancora in vigore, negando una pandemia che ha piegato la schiena al mondo intero?

Moro andava in spiaggia vestito di tutto punto, per preservare la dignità dello Stato che sentiva di rappresentare. “Datemi dieci voti e sarò disposto a raccontarvi qualsiasi cazzata”, direbbe invece il politicante che, nella stessa situazione, fa linguacce con la pancia fuori, una ragazza a fianco e un Mojito in mano.

La guerra dei poveri
di Nuario Fortunato

Pronti, partenza, via. L’ebrezza di un nuovo inizio, l’inebriante riscoperta di una parvenza normalità non distraggano. La vita reale è spietata e riconduce bruscamente ad amare riflessioni. A sentire le generazioni successive alla nostra, quelle fatte di saggezza e rinunce, sembra che i prezzi siano leggermente aumentati. Probabilmente ce lo aspettavamo, ma nessuno ci aveva avvertito. Materialmente sembra, ad esempio, la spesa costi di più. Non perché siano aumentati i tempi di permanenza a casa e, di conseguenza, i consumi domestici, ma perché si è registrato un tangibile incremento dei prezzi dei generi alimentari e dei beni di primo consumo. Si faccia riferimento a carne, pasta, salumi, formaggi, burro e latte. Ancor più a verdura e frutta. Secondo Coldiretti, l’aumento del 10% del prezzo della frutta e del 5% della verdura sarebbe addebitabile principalmente alle difficoltà riscontrate nel reperimento della manodopera deputata alla raccolta. Ovviamente è ragionevole ritenere che vi sia un concorso di causa o quantomeno delle concause ascrivibili alla chiusura forzata di strutture ricettive, di ristorazione, bar e mense che ha prodotto un sensibile quanto drastico abbattimento del volume degli ordini di tali generi della filiera agroalimentare. Contestualmente e parallelamente non si può non riscontrare un aumento vertiginoso dei nuovi poveri. Oltre un milione di persone affollano e intasano le fila degli indigenti nostrani. Secondo le ultime stime della Caritas, sarebbe stimabile intorno al 40% l’aumento delle richieste di aiuto all’associazione filantropica e di volontariato. Lungi dal voler azzardare un’analisi sociologica e antropologica del fenomeno, sembra di poter quantomeno riconoscere che a cambiare sembra sia la geografia dei nuovi poveri: non solo persone relegate ai margini della società da decenni, dimenticate troppo in fretta e considerate invisibili, ma persone ‘comuni’. Fuoriusciti forzosamente dal mercato del lavoro, piccoli artigiani e piccoli commercianti, lavoratori stagionali o irregolari, giovani lavoratori appena inseriti nel mercato del lavoro e subito espulsi. Criticità che adesso presentano il conto, spesso in maniera violenta e disperata. Mangiare ha sempre avuto il suo prezzo e il suo costo. Quel costo che per alcuni adesso sembra essere dannatamente più alto. Diciamolo spassionatamente: la politica, le istituzioni, lo Stato (ognuno dia la definizione che vuole e che ritiene più confacente alla propria stizza) non si sono mai preoccupati di colmare quel gap tra domanda e offerta, quello scarto che si traduce in precarietà. Si è provato a farlo per le mascherine e i prezzi calmierati sono sembrati una misura ragionevole e di equità. Ma, utilizzando questo criterio su larga scala, chi avrebbe coperto le perdite emorragiche di produttori e rivenditori? Facile e comodo, magari, calmierare e imporre i prezzi di acquisto se poi le ricadute maggiori sono su chi produce e, di conseguenza, su chi acquista. Gli esercenti, vessati dal prolungato e forzato periodo di chiusura, dalle spese di sanificazione e di adeguamento hanno, in alcuni casi, dovuto rivedere la politica dei costi per recuperare delle perdite notevoli. Come per un cane che si morde la coda o come per una coperta sempre più corta, in un sistema sempre meno virtuoso i consumatori finali hanno dovuto pagare il conto. Una guerra tra poveri che proietta la povertà dai produttori ai consumatori, come in una spirale perversa e autolesionistica. Piogge di finanziamenti annunciati sono rimasti imbrigliati nelle reti melmose della burocrazia. Molti altri ne dovranno arrivare dall’Europa. Servono, però, progettualità e visione. Le persone hanno bisogno di lavorare per mangiare, non di essere assistite. Bisogna rinvigorire il potere di acquisto delle famiglie in maniera tendenziale, cioè strutturalmente. Come? Incidendo sugli asset maggiormente strategici e investendo per creare lavoro.

Festa della Repubblica Italiana, flash bomb anche a Potenza
di Antonella Marinelli

“La Destra Lucana in piazza per l’Italia che non si arrende.” Questo lo slogan della manifestazione gemella di quella di Roma organizzata a Potenza in occasione della Festa della Repubblica Italiana di questo sofferto 2020. Complice la bella giornata di sole, Piazza Matteotti a Potenza è stata lastricata da un tappeto tricolore e mascherine verdi, bianche e rosse a gogo. Selfie, sorrisi e assembramenti. Simbolica iniziativa per l’Italia di tutti, o no? Il 2 giugno è la festa di tutti gli italiani, non di una parte in sfregio all’altra. Ed è qui che il flash bomb di Potenza si sgonfia. Perché a Roma i leader del centrodestra hanno organizzato una manifestazione di assembramenti incontrollati che sono sfociati in ressa non per l’Italia di tutti, ma contro il Governo. E se fomenti la rabbia sociale in un periodo di inviti alla cautela rispetto ad assembramenti di ogni tipo, e se tra gli argomenti portati in piazza, se tra burocrazia zero, flat tax al 15% per famiglie e imprese, aiuti per turismo e agricoltura, infili slogan come “Per un’Italia libera”, “no sbarchi e sanatorie di clandestini”, “Governo Conte a casa”, è chiaro che le frange più estreme della destra non mancano all’appuntamento. Così tra un saluto romano e l’altro, si intonano cori contro Conte.“Conte, Conte vaffanc.”, “libertà, libertà”, “elezioni subito”, una tale bolgia che gli impettiti di Forza Italia si fanno da parte. Qualcuno minaccia i giornalisti troppo invadenti. E poi sempre un militante appassionato ad un certo punto urla “La mafia sbagliò fratello”. Insulto al Presidente Mattarella, il cui fratello Piersanti, ex presidente della Regione Sicilia, fu assassinato da Cosa Nostra. I leader di centrodestra hanno con fermezza condannato gli insulti, ma cari Salvini e Meloni se giocate con il fuoco non potete poi meravigliarvi dell’incendio. Le manifestazioni volute dalle destre nelle piazze italiane non c’entrano niente con la Festa della Repubblica. Inoltre il leader della Lega alla domanda sulla pericolosità e il rischio sanitario di assembramenti incontrollati ha risposto, tra strette di mano, baci e selfie, che gli esperti dicono che il virus si sta indebolendo. Ipse dixit. E dunque a Potenza cosa ha significato il flash mob di ieri? Una contestazione contro il Governo Nazionale? La celebrazione della festa identitaria degli italiani contro la dittatura fascista? Una passerella di consuetudini antiche? La necessità di rispondere alla chiamata alle armi del capitano da tutte le piazze d’Italia? E in una fase di stordimento generale, in un tempo stremato dal distanziamento sociale, in cui sono emerse ferocemente tutte le lacerazioni interne alla maggioranza del Consiglio Regionale lucano di un centrodestra che avrebbe dovuto fare di più e meglio dei suoi predecessori, a cosa servono le passerelle della vacuità e dei selfie? Su tutti gli errori ascrivibili al centrosinistra in che modo state intervenendo? Quali le visioni economiche, politiche e sociali, quali strategie metterete in campo nel prossimo futuro per risollevare le sorti della Basilicata? Se la politica deve tutelare il diritto individuale della libertà e il bene della collettività, per rendere possibile la vita insieme, allora cari Caiata, Cicala, Rosa, Guarente ieri mentre assecondavate il richiamo al dissidio sociale dei vostri leader nazionali non avete provato disagio a stringere il tricolore nella giornata in cui il Presidente Mattarella ha fatto appello all’unità, alla coesione, al senso di responsabilità a tutti i livelli di governo?

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
Il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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