Fuori Fase – 26 giugno 2020

Fuori Fase – 26 giugno 2020

Serve ancora la NATO?
di Giampiero D’Ecclesiis

E’ fuor di dubbio che gli scenari geopolitici per i quali la NATO è stata concepita sono completamente cambiati e, del resto, bisogna dar atto che più volte l’Alleanza ha modificato le sue regole d’ingaggio geopolitico passando dalla dottrina della difesa di blocco, ossia lo scopo dell’alleanza era esclusivamente difensivo rispetto a minacce dirette ai territori degli alleati, a una dottrina di difesa in proiezione, attraverso la quale l’alleanza ha cercato di far fronte al tramonto nel blocco antagonista sovietico e alla difficoltà di contrasto dei conflitti a geometria variabile tipici della lotta al terrorismo e nei teatri medio orientali.
L’affermarsi di una visione isolazionista e contemporaneamente la maggior proiezione esterna del blocco cinese ha costretto gli Stati Uniti a adottare una politica di progressivo disimpegno nel quadrante euro mediterraneo e di costante aumento dell’attenzione al teatro pacifico.

Come è successo nel grande scenario orientale, dopo la caduta dello stato sovietico, il puzzle articolato degli alleati europei, al calare del controllo diretto statunitense, tende a scomporsi seguendo le spinta degli interessi nazionali che diventano sempre maggiori man mano che il sogno europeo si indebolisce.

I recenti fatti libici dimostrano come non appena il cappello statunitense si è sollevato sugli equilibri europei gli stati con una più consolidata tradizione imperiale, si sono proiettati nello scenario cercando di danneggiare gli alleati vicini, nel caso libico, in un primo momento, la Francia a spese dell’Italia e, più recentemente, la Turchia nei confronti dei suoi alleati europei. In maniera strisciante la divisioni che hanno determinato conflitti sanguinosi nel secolo scorso hanno ripreso a manifestarsi e sono premonitrici di possibili futuri conflitti.

In questo scenario complesso si inserisce la questione NATO che, ormai, nel teatro euro mediterraneo ha esaurito la sua funzione e, anzi, essendo strettamente funzionale sopratutto agli interessi e ai sistemi strategici statunitensi, rischia di essere un fattore di destabilizzazione.
Di fronte a una Turchia spavalda, a tratti prepotente, l’interesse statunitense di non rompere in maniera plateale con il regime di Erdogan limita la capacità di reazione degli altri stati europei.

Il tentativo turco di allungare le mani sul maghreb o di insidiare i diritti di sfruttamento minerario in alcune aree del Mediterraneo a Grecia o Italia diventa ancor più pericoloso in mancanza di una immediata reazione militare, in qualche misura inibita dall’influenza americana e dalla condivisione di parte della macchina bellica con gli stessi turchi.

Ugualmente complesso e pieno di insidie è lo scenario marittimo; di fronte all’attivismo turco, sia pur senza squilli di trombe, già dal dicembre 2019 è iniziato una sorte di riallineamento di alcune unità della nostra marina militare, la Martinengo era a Cipro “…conducendo un operazione di pattugliamento nel Mar Mediterraneo Orientale per svolgere attività di presenza e sorveglianza degli spazi marittimi, in rispetto del diritto internazionale e a tutela degli interessi nazionali”, il tutto senza considerare l’evoluzione dello scenario libico che è direttamente connesso a questioni di approvvigionamento energetico e di sicurezza.

La stessa Marina Militare nelle sue linee di indirizzo strategico 2019-2034 allorquando analizza lo scenario geo-strategico indica esplicitamente la Turchia (un alleato NATO), in uno con Russia, IRAN, Cina, tra i fattori di fondo che caratterizzano la “caoticità” del quadro strategico
Una maniera diplomatica di definire un possibile antagonista geopolitico.

Atteso il quadro, la domanda è legittima: ci serve la NATO?

La risposta varia a seconda dello scenario politico che caratterizza Washington, se negli Stati Uniti la visione geo strategica prevalente dovesse continuare ad essere quella di Trump e dei Conservatori americani, tutta imperniata sull’interesse strategico unico statunitense secondo la logica “America First”, è di tutta evidenza che la divergenza di interessi con l’alleato americano non può che favorire una progressiva presa di distanza fino alla costituzione di una entità politico-strategica europea del tutto indipendente.

Viceversa il ritorno di una visione maggiormente inclusiva degli interessi degli alleati da parte del governo statunitense darebbe nuova linfa al sistema di alleanze riassunte nella sigla NATO.

Nel complesso però la NATO, a medio termine, è destinata a sfaldarsi essendo venuto meno non solo il suo compito originario ma anche l’interesse comune Euro-Americano in obbiettivi strategici condivisi.

Raccontare storie nuove
di Tonino Colasurdo

Ripenso al silenzio, non a quello assoluto delle notti di isolamento che pure mi suona dentro come un concerto di stelle, ma a quello interiore della solitudine che ci avvolge nel delirio di onnipotenza che questa società di oggetti definisce. Ci pensavo osservando questa corsa alla riconquista di spazi e territori che viviamo in questo tempo molto strano. Mi colpisce il senso di assenza di qualsiasi tentativo di pensiero , il moto perpetuo del vuoto a fronte di qualsiasi evento o accaduto. La divagazione del pensiero mi impone e la necessità di dare un senso alle parole e di comunicare qualcosa che comunque non sia astratto o banale, mi impone di soffermarmi su un episodio, un vissuto o semplicemente un fatto. Mi sforzo nel tentativo di cercare una curiosità o una sensazione semplice o addirittura una emozione ma non ne sono capace. Ma devo pur scrivere dì qualcosa e allora mi rivolgo a questa terra e tra una Alba e un tramonto ci sarà pure qualcosa da raccontare. Bene e allora mi rivolgo allo strumento della comicità e trovo un sacco di cose comiche. Ma dovrei raccontarle e non riesco. Forse perché, in una sorta di anestesia emotiva non trovo stimolo. Ecco questa società non da più stimoli e la fotografia più reale è data, mi viene in mente, dagli stadi vuoti e il vocio assordante dei calciatori nel vuoto di monumentali templi di questo tempo. Ma era necessario sottoporci a questo scellerato spettacolo ? Se non in ossequio agli interessi finanziari . E non era logico e naturale annullare tutto e riprendere con una cosa nuova? Ma le cose logiche non rendono. Mi ritornano in mente vecchie storie raccontate da padri e nonni ma i tempi cambiano e mai un tempo sarà uguale ad un altro. Ma quelle di oggi non trovano riscontro in nessun passato eppure qualcosa di nuovo cerca di emergere, tra contrasti e difficoltà. Vedo giovani che non sono solo movida, vedo adulti e vecchi non sono solo stereotipi di pseudo saggezza. E allora se Potenza è città d’arte , sia tecné anche l’arte di vivere. E se la politica è non politica , armiamoci giovani e vecchi e torniamo a guardarci in faccia per discutere, per confrontarci e provare a costruire qualcosa che non sia solo una sigla o una parola straniera per definire un niente. Alle mie scuole elementari mi fecero imparare una storia di un bambino che accompagnava uno zio emigrante e di ritorno dalla Germania lungo viale del Basento ad illustrare e le nuove industrie che nascevano ed era lavoro a casa, che poi la storia a distanza di anni non finì bene è un’altra storia . Oggi bisogna ricominciare a raccontare, raccontare una storia nuova. E vedere se se questa volta finisce bene.

L’implicito e l’esplicito che siamo
di Gianrocco Guerriero

Desidero scrivere qualche parola (poche) per cercare di sollevare il velo sul quale si è aperto il conflitto di qualche giorno fa, su Radio Capital, fra lo psichiatra e saggista Raffaele Morelli e la scrittrice Michela Murgia. Le frasi contestate a Morelli dalla Murgia (e da essa definite sessiste) sono le seguenti: “Le donne sono regine della forma e suscitano il desiderio, guai se non fosse così” e “Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi”.

Beh, in effetti forse Morelli si è espresso male, per cercare di divulgare in maniera rapida ed efficace (come oggi è d’uso per eccesso di domanda) e la sua antagonista ha preso troppo alla lettera quelle dichiarazioni.

Il mio parere è che hanno entrambi ragione ed entrambi torto. Semplicemente non ci si è resi conto del fatto che ragionavano su piani paralleli, incompatibili ma non contraddittori. Morelli ne era chiaramente consapevole e (utilizzando modi criticabili) ha provato a far capire alla Murgia le ragioni profonde del suo pensiero, ma non ci è riuscito perché lei era troppo presa dalla sua personale interpretazione.

Il fatto è che noi, a differenza degli animali non razionali, in ambito sociale (e non solo) utilizziamo due forme distinte di comunicazione: quella implicita e quella esplicita. Quest’ultima rappresenta appena la punta dell’icesberg, nonostante possa sembrarci tutto ciò che c’è, per la semplice ragione che ciò che viene processato attraverso la corteccia celebrale implica una qualche forma di consapevolezzza, mentre il risultato dell’attività di regioni più antiche del cervello (ipotalamo e amigdala, ad esempio) ci è affatto ignoto.

Piacere agli altri è un bisogno, anzi una necessità, sia per gli uomini che perle donne, anche se mediamente queste ultime, per ragioni evolutive, sono portate più facilmente a valorizzare quella che Morelli chiama “forma”. Io sono un maschio di 55 anni, con moglie e due figlie, e presto molta attenzione al mio corpo, non meno di quanto faccia per la mente, e confesso che non mi dispiace affatto quando ho la sensazione di sentirmi interessante nello sguardo o nelle parole di una donna. È normale e salutare che sia così. Ha uno scopo, sia per quanto riguarda l’evoluzione della specie che per il benessere dei singoli individui. Serve. Accettare le differenze non vuol dire necessariamente instaurare una gerarchia. Semmai permette di notare meglio la complementarità fra “maschile”e “femminile”, valorizzare la diversità di genere e sfruttarla rendendola preziosa e funzionale. La parità va cercata è costruita altrove: nel comportamento, nel rispetto e nella equità sociale. L’omologazione ontologica, invece (quella alla quale penso si opponga Morelli) conduce dritto dritto alla perdita di identità, alla patologia nascosta e al conseguente disastro, sia a livello personale che interpersonale. In sintesi, il cervello antico “invita”, mentre la corteccia si limita alla moderazione, all’autocontrollo e a porre in essere quella prerogativa tutta umana che è il trovare ragioni a posteriori (spesso sfacciatamente false) per le proprie azioni.

Se i pensieri degli uomini e delle donne diventasseo d’un tratto trasparenti, o se solo ciò che si scrive su whatsapp fosse reso pubblico, beh, in tal caso, la diatriba fra Morelli e Murgia non avrebbe più alcun senso, semplicemente perché farebbe ridere.

Somari bipedi
di Francesco Sciannarella

Tra le tante cose sentite in questi giorni, sul conto di Alex Zanardi – che ci si augura torni presto a darci prova della sua grande forza d’animo – mi hanno colpito le sue parole durante un’intervista di alcuni anni fa in cui diceva: “se un allenatore della Nazionale di calcio facesse promesse impossibili, come ad esempio vincere i mondiali, gli europei e tutte le competizioni possibili e immaginabili, verrebbe linciato e messo al bando. Quando invece è un politico a fare promesse roboanti – di gran lunga più irrealizzabili di quelle di un allenatore di calcio – verrebbe probabilmente eletto”.

Niente di più vero.

Non ci si stupisce più di politici(mi sia consentito, politicanti) che passano più tempo sui social e in TV che in Parlamento. È diventata normalità sentirli parlare di tutto e il contrario di tutto, fare scambi di battute al vetriolo, sputandosi addosso parole che non sanno neanche lontanamente di politica, quella vera. Che,per definizione, si dovrebbe occupare della res publica e non essere usata come strumento per la propria visibilità. Quello che però avvilisce maggiormente è il linguaggio che viene usato, spocchioso, volgare e offensivo senza che ci si preoccupi di essere i rappresentanti del popolo italiano nel mondo, senza riflettere sul fatto che questi esempi (travisati!) vengono replicati con estrema naturalezza dalle nuove generazioni. Questo, ovviamente, porta a vedere la politica in maniera distorta, come un modo per essere “uno importante”. Un vero politico non deve preoccuparsi di apparire in questa trasmissione piuttosto che in quest’altra. Non deve preoccuparsi di quanti followers ha al suo attivo o di fare selfie in ogni occasione, ma deve avere “in animo” di trovare nuove idee per rilanciare il Paese, per sconfiggere l’evasione fiscale e la corruzione dilagante. Il presenzialismo serve a ben poco, se non a nutrire l’ego ipertrofico di chi antepone i propri interessi a quelli comuni. Forse questa propensione al protagonismo è figlia dei nostri tempi e quindi è davvero difficile sperare che scompaia, ma sarebbe già un gran bel risultato se i toni fossero più pacati e anche tra avversari ci fosse sincero rispetto.

Purtroppo, non si avverte nell’aria una tendenza all’inversione ed è sconfortante, ma la cosa di cui doverci rammaricare (!) è che, nei fatti, siamo noi ad aver votato persone così.

Mi sia concesso, in chiusura, uno slogan (non politico): FORZA ALEX!!!


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