Fuori Fase – 26 maggio 2020

Fuori Fase – 26 maggio 2020

La restanza e l’appennino che diventa “smart”
di Enzo Fierro

L’Appennino non è luogo di devastazione e incuria. E’ la spina dorsale di un Paese ove, ora più che mai, si possono e si devono sperimentare metodi e azioni di recupero e “riparazione” innovativi che l’uomo stesso, molto sovente, con la sua opera maldestra causa.

La montagna chiama vieppiù l’uomo ad esercitare il suo ingegno non solo per salvaguardare e rendere sicura la vita nelle cosiddette terre alte ma, anche per ripensare nuove strategie per lo sviluppo e la valorizzazione dell’Appennino.

Come noto il 62% della popolazione della Basilicata vive in contesti economico-sociali appenninici e la città capoluogo di regione è il perno di questo sistema.

Le aree naturali protette della Basilicata occupano circa il 30% dell’intera superficie regionale, collocandola al secondo posto in Italia per percentuale di superficie protetta, con due parchi nazionali (Pollino e Val d’Agri), due parchi regionali e sei riserve naturali regionali.

Una delle strategie di sviluppo per un territorio Appenninico è quella di puntare sulle eccellenze territoriali valorizzando al contempo l’unità identitaria, le attività produttive locali, l’ecologia, la sostenibilità e la cultura della salvaguardia.

Per questo, nell’ambito delle azioni principali del Progetto “Restanza” da una regione con queste caratteristiche può partire un Laboratorio nazionale che avvicina l’intelligenza e la sapienza dell’uomo alla montagna al fine di proporre prassi e metodologie che possono dare una svolta al governo e allo sviluppo degli Appennini.

Il concetto “smart” per la prima volta viene sganciato da un riferimento diretto ad un ambiente urbano definito (city) e associato ad un contesto territoriale molto più ampio che include l’insieme di fattori naturalistici, culturali , sociali e produttivi di cui molte città italiane inconsapevolmente beneficiano. Spesso questi centri urbani non sono troppo coscienti delle interdipendenze virtuose che possono maturare da una corretta e utile connessione con tali ambienti.

Partendo da una visione d’insieme, che individua Potenza città e gli altri centri appenninici della regione come motori propulsori di sviluppo e di crescita intelligente, Appennino Smart può essere innanzitutto un nuovo modo di intendere il rapporto tra città, montagna e innovazione.

Appennino Smart può divenire l’architrave su cui attestare politiche di sviluppo per rendere attuabile quella RESTANZA come sistema di innovazione sociale e imprenditoriale partendo dalla simbiosi uomo-ambiente, per poi analizzare tutte le opportunità che la montagna può rappresentare in termini di economia, sviluppo, sostenibilità. L’obiettivo è quello di contribuire a costruire un Appennino digitale, sostenibile, innovativo. Un luogo ove sia possibile studiare e fare prevenzione del territorio, innovazione nelle costruzioni antisismiche, progetti per porre un freno alle erosioni, ai disboscamenti e ad altri fenomeni di abbandono delle aree interne. Ma, soprattutto, l’Appennino lucano deve diventare un luogo ove far nascere imprese giovanili innovative nel campo della green economy, del turismo di comunità, nelle energie rinnovabili, nel biologico e nell’artigianato digitale.

Appennino Smart sarà un contenitore di idee aperto a tutti gli attori dello sviluppo locale, le associazioni, i giovani, l’Università, le scuole per sviluppare iniziative e progetti sulla funzione cruciale dell’ Appennino e della crescita a questi direttamente collegata.

Appennino Smart può essere, soprattutto, una rete di condivisione e di collegamento tra le varie realtà appenniniche, un binario virtuale ove far viaggiare a velocità sostenuta, grazie anche al web, le migliori pratiche adottate per confrontarsi sulle possibilità di adozione di modelli di sviluppo virtuosi.

Facciamo di Appennino Smart una comunità di ricercatori, imprenditori e cittadini interessati ad individuare nuovi modelli di sviluppo economici e sociali per il 62% degli abitanti della Basilicata. Consentiamo ai nostri giovani la “restanza” in questa meravigliosa terra.

Italian dad “e-cultura”
di Francesco Sciannarella

Per quanto Italian dad possa sembrare la versione italica dell’irriverente serie TV americana a cartone animato, dad vuole essere l’acronimo di qualcosa di meno dissacrante, per fortuna: didattica a distanza.

L’emergenza Covid-19 ci ha insegnato che è possibile far diventare la tecnologia nostra alleata. Molti della vecchia generazione hanno iniziato ad approcciarsi con meno scetticismo a tutto quello che è hi-tech, dietro cui vedevano spesso insidie ed esempi sbagliati. Com’è ovvio che sia, ogni cosa che ha sfaccettature positive non può non averne negative, tutto sta all’uso che ne facciamo, né più, né meno. In questi giorni, però, si è scesi in piazza per protestare proprio contro la dad.

E’ giusto pensare di affiancare alla didattica “tradizionale” questa nuova didattica 2.0?

Nessuno può dare una risposta concreta.

Di fatto, quantomeno lungo il percorso della scuola dell’obbligo, bambini e ragazzini hanno bisogno di interagire “dal vivo” con i propri coetanei. Hanno bisogno di sedere accanto a un loro pari e confrontarsi. Hanno bisogno di ricevere un giudizio negativo dall’insegnante, “diversamente formativo” rispetto a quello di un genitore. Hanno bisogno di ridere, dietro la battuta che diventerà la loro ironia di domani. In un percorso di crescita che si rispetti tutto questo è necessario.

E per la sicurezza, come si fa? E’ importante anch’essa, indiscutibilmente.

La giusta risposta, come sempre, è nel mezzo. Muoversi celermente per essere pronti a settembre per tornare a sedere tra i banchi, se pur con le dovute distanze. Bisogna fare di tutto affinché i nostri figli possano riprendere quello che la pandemia ha interrotto. Nulla sarà come prima, ma sforzarsi di dargli una parvenza di somiglianza sarebbe un grandissimo risultato.

Sorvegliare e punire
di Antonio Califano

“Sorvegliare e punire” è probabilmente l’opera più nota di Michel Foucault, filosofo, storico e psicologo francese la cui influenza sul pensiero e sulla cultura occidentale fu particolarmente forte negli anni ’70, partendo dal processo storico della presa di potere della borghesia la sua analisi attraversa le forme di disciplina, tutte le istituzioni che hanno come scopo l’irreggimentazione della società, dall’esercito alla scuola. Come sempre gli stati di eccezionalità, con la sospensione dei diritti, offrono l’occasione per perfezionare i modelli di controllo da parte di chi esercita il potere. La trovata degli “assistenti civici” appartiene a questa visione non meno, per ragioni diverse, del dibattito sulla scuola. Una idea di società sostanzialmente autoritaria dove con la scusa della emergenza e della eccezionalità si sacrificano le libertà, si mortifica lo spirito critico arrivando ad invidiare la disciplina di quei paesi con regimi autoritari (vedi Cina) dove il controllo permette più efficienza o quei “soggetti” che minacciano l’uso dei lanciafiamme per far rispettare le regole. “Non bisognerebbe dire che l’anima è un’illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all’interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti – in modo più generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllo lungo tutta la loro esistenza. Realtà storica di quest’anima, che, a differenza dell’anima rappresentata dalla teologia cristiana, non nasce fallibile e punibile, ma nasce piuttosto dalle procedure di punizione, di sorveglianza, di castigo, di costrizione”. Ora io credo che si sta tentando di cambiarci l’anima, per usare il linguaggio di Foucault, non è un caso che lo si faccia ora, nella cosiddetta fase due, cioè nel momento in cui, come ho avuto modo di ricordare più volte, ci si dovrebbe abituare ad una ripresa della libertà in regime di regole condivise. Si cercano come sempre le semplificazioni, le scorciatoie, si inventano essenzialmente nuovi meccanismi di controllo: app. di tracciamento, non meglio identificati controllori sociali (l’equivalente nazional-popolare delle commissioni di esperti), la celebrazione dello smart working, una mancanza di proposte sulla riapertura della scuola, alchemiche discussioni su come si immette nuovo personale nell’istruzione (problema che già esisteva prima e che mai si è affrontato con la necessaria serietà). E attenzione che la scuola è uno dei luoghi privilegiati dove si costruisce la coscienza civile e si sperimentano forme di controllo sociale! “E se si può parlare di una giustizia di classe, non è solo perché la legge stessa o il modo di applicarla servono gli interessi di una classe, ma perché tutta la gestione differenziale degli illegalismi, con l’intermediario della penalità, fa parte di questi meccanismi di dominio”. Se il ritorno alla normalità, su cui continuo a nutrire notevoli dubbi, passa attraverso questi meccanismi ci troviamo di fronte ad un tentativo di perfezionamento di meccanismi di controllo autoritario, mentre a mio parere dalla emergenza si esce con più democrazia, con regole condivise, con fiducia nei cittadini, con uno scatto in avanti di partecipazione, cercando la collaborazione. Lo so, è più complicato, faticoso ma altre strade sono scivolose, del resto finora i cittadini hanno dimostrato di essere migliori di questi mediocri amministratori di condominio che dicono di essere i nostri rappresentanti istituzionali. Ora io sono convinto che al momento attuale la “crisi della politica” e la fragilità dei suoi gruppi dirigenti, che è ben precedente la attuale pandemia, non ci permetta una alternativa immediata a questa maggioranza ma questo non significa accettare tutto e rischiare di ipotecare il futuro. Perché, per dirla sempre con il filosofo francese “Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare.”

Il calcio che prende a calci i sogni
di Nuario Fortunato

L’emergenza ha tolto certezze e regolarità, ma non si può negare abbia anche esacerbato vagiti di parossismo apparentemente coperti da una coltre polverosa. Ecco che allora il calcio, quel calcio che rappresenta la massima manifestazione sociale della penisola italica diventi l’accumulatore ultimo e il catalizzatore di tutte le incongruenze esasperate ed esasperanti del nostro Paese odierno. Non solo il calcio professionistico, ovattato, quello che ha svenduto i propri connotati più autentici al look post- moderno e al servilismo nei confronti delle pay tv, ma anche quello delle serie inferiori che, in silenzio, è capace ancora di conferire romanticismo fiabesco al movimento calcistico italiano. Perché il calcio è diventato, purtroppo, l’icona infima e perversa di quelle logiche neoclassiche che, se da un lato, globalizzano gli interessi e i ritorni del professionismo, dall’altro marginalizzano le criticità del calcio dilettantistico e considerato minore. Quel calcio di periferia e provincia che sa ancora mischiare il sapore amaro del sudore e del sacrificio con l’aria acre dei rettangoli tracciati in calce e gesso. Un calcio dilettantistico che, attraverso la sua Istituzione più alta, ha deciso d’emblèe e tout court di congelare e cristallizzare le gerarchie delle classifiche esistenti al momento dell’interruzione della competizione agonistica per il Civid-19. Come cancellare, così, con un colpo di spugna unilaterale e autoritario una stagione di impegno, lavoro, attese, aspettative, speranze, emozioni. Come se la burocrazia tecnocrate potesse confermare un verdetto parziale del campo. Una decisione sciagurata e disumana che ha lasciato attoniti i protagonisti e gli attori principali. Ne è fulgido e non banale esempio l’avvocato Antonio Petraglia, presidente vulcanico e visionario della matricola Grumentum Val d’Agri. Professionista affermato, operante su Milano e Roma, Petraglia che da sempre coltiva la passione calciofila, è riuscito, negli ultimi anni, laddove il comparto politico-istituzionale non era riuscito: creare un progetto sinergico comprensoriale che rappresentasse un momento di sintesi identitaria. Con abnegazione, trasporto e spirito di appartenenza, il lungimirante avvocato valdagrino, complice l’acquisizione del titolo del Villa d’Agri, in pochissimo tempo, è riuscito a traghettare la compagine valligiana in Serie D. Una cavalcata entusiasmante coronata con la vittoria del campionato di Eccellenza lucana, della Coppa Italia regionale e con una serie di record da stropicciarsi gli occhi. L’inizio in serie D è stato comprensibilmente traumatico e in chiaroscuro. Il cambio di guida tattica, degli undici titolari e di quasi tutta la rosa a disposizione, congiuntamente al salto di categoria, hanno comportato qualche logico passaggio a vuoto. Poi la squadra ha iniziato a familiarizzare con la filosofia di mister Finamore e il Grumentum Val d’Agri ha cominciato a inanellare punti, dimostrando di non sbandare neanche al cospetto di avversari dal blasone assoluto per la categoria. Nonostante una serie di lapalissiani e, a tratti, obbligato grotteschi torti arbitrali, la squadra dell’avvocato Petraglia, prima della sosta forzata, sembrava prontissima per lo sprint finale, a tal punto da lasciar immaginare di poter provare a centrare la sospirata salvezza in maniera diretta e senza il passaggio dai play out. Poi l’imponderabile. E per imponderabile non si pensi soltanto agli esiti incalcolabili della pandemia, ma anche all’epilogo sconclusionato della lega di categoria che vorrebbe le prime classificate di ogni girone promosse in lega Pro e le ultime quattro classificate di ogni girone retrocesse nei massimi campionati regionali. Secondo questa ispirazione balorda, il Grumentum retrocederebbe d’ufficio (perché questo termine va utilizzato senza retorica alcuna) in Eccellenza lucana, in ragione della classifica avulsa che premierebbe la Nocerina. A salvare i Molossi campani, infatti, il 2-2 beffardo al Sanchirico di Villa d’Agri. Ovviamente la piazza e il suo coriaceo presidente non ci stanno e anticipano battaglia, insieme a tante altre società agguerrite e ‘vilipese’ (anche il Francavilla, altra compagine lucana interessata da possibile retrocessione diretta, per bocca della famiglia Cupparo, sembra avere tutte le intenzioni di tutelarsi). Si possono barattare i sogni e le attese di società e intere ,comunità in nome di decisioni che non hanno alcunchè di collegiale? Da un punto di vista sportivo e delle istituzioni sportive, è un atto di una gravità colossale. Dirlo in maniera diretta e senza vezzi o artifizi retorici è un obbligo morale e deontologico. Ogni società porta in dote e in eredità sacrifici economici, sforzi organizzativi, vissuti esistenziali, carriere sportive. A queste società, cui (ricordiamolo) è richiesta opportuna fidejussione a garanzia della copertura dei diritti di iscrizione, chi garantisce la regolarità dei campionati? La monocrazia? Tutto legittimo, per carità. Come legittimo, si presume, sarà risponderne. Tecnicamente e sportivamente!

Meglio sani e spiati oppure ammalati e spiati egualmente?
di Simona Bonito

A che punto è l’app Immuni? Siamo immuni dall’app oppure abbiamo già contratto il virus della non conoscenza? Quanto sappiamo davvero di privacy e tracciamento dei nostri dati?
Questo tempo “sospeso” in cui siamo costretti a vivere ci ha imposto nuove forme di gestione dello spazio digitale, dall’erogazione della formazione alla gestione del lavoro agile, fino all’utilizzo di app per tracciare i nostri spostamenti. 

Negli ultimi giorni spesso è stato affrontato il tema della privacy e della riservatezza dei dati proprio in relazione all’utilizzo della app Immuni che avrebbe il nobile compito di fare una ricerca tempestiva e minuziosa di tutte le persone con le quali veniamo a contatto in questo periodo e supportare la sanità pubblica nel costrasto della diffusione del virus. I più esperti definiscono questo strumento “contact tracing” che però con ogni innovazione tiene in sé due aspetti di contrasto della stessa medaglia. Da un lato chi la considera come un mezzo fondamentale per la nostra tutela, dall’altra parte, gli scettici che hanno avviato un acceso dibattito proprio riguardo al funzionamento dell’app, al tracciamento e la raccolta dati e al trattamento degli stessi.

L’allarme di chi non è convinto della bontà del progetto di tracciamento ha spaventato i meno esperti che si sentono attualmente minacciati dal fatto che i grandi colossi che gestirebbero i nostri dati potrebbero utilizzarli per diventare le nostre “spie”. Gli stessi però non sanno che ad esempio, conviviamo con un oggetto che da tempo ha avviato un processo di identificazione e segnalazione delle nostre private informazioni: il nostro smartphone ci spia già”. Sarà interessante sapere cosa ne pensa al riguardo il “nostro” Ernesto Belisario, Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie e membro della Task Force del Ministero dell’Innovazione per l’emergenza Covid-19 sabato prossimo qui

In tutti i casi Marzullo direbbe: meglio sani e spiati oppure ammalati e spiati egualmente?

——————————————————————————————————————–

LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
LA MANO DEL DIAVOLO

Continua il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.