Fuori Fase – 28 maggio 2020

Fuori Fase – 28 maggio 2020

L’Europa c’è, che adesso si faccia
di Antonella Marinelli

Il Recovery Fund squarcia in parte il buio di questi mesi. Centosettantadue miliardi destinati al nostro Paese dei quali la metà a fondo perduto. Una squadra italiana sobria ma tenace. Gentiloni, Sassoli, Amendola e Gualtieri , aggiungerei anche il garbo del premier Conte che non è stato da meno per infondere tranquillità in una, si spera, nuova casa Europa. Tutto questo è quanto è bastato al nostro Paese per guadagnarsi la fiducia che merita. A poco o nulla varranno i ma e i se dei sovranisti nostrani, si apre un periodo di grandi investimenti e l’Italia deve dimostrarsi all’altezza della sfida. Serve un piano di riforme mirato, un piano di investimenti pubblici in infrastrutture, scelte energetiche che mettano in primo piano la green economy, università, ricerca, tutto volto a creare nuove politiche del lavoro per i nostri milioni di giovani disoccupati. Gli intervanti assistenziali non saranno più sufficienti, serve una svolta culturale, una riforma della Stato, una severa lotta alla burocrazia. Sarà sufficiente? Al nostro Paese forse, ma non all’Europa. L’Europa solidale, l’Europa dei popoli ha ancora un lungo cammino da compiere. Dall’inizio dell’anno sono 3200 i fratelli intercettati nel Mediterraneo e rispediti nei lager libici. La sfida dell’immigrazione impegnerà i Governi dei prossimi decenni. L’Africa fra meno di un secolo conterà più di due miliardi di abitanti, l’Europa appena ottocento milioni. Viene da sé che le grandi migrazioni seguiranno un processo naturale che asseconda l’istinto delle genti a muoversi per stare meglio. Nell’Europa post Covid sarà fondamentale pensare a nuove politiche di integrazione e a nuovi piani di investimento per le grandi periferie, proprio per evitare che i fratelli dell’erranza in arrivo vadano a rinvigorire nuove banlieue europee dove la lotta tra diseredati potrebbe decretare lo sfarinamento del progetto europeo. Che sia Europa di tutti e per tutti.

Divorzi e pandemia: il virus di Beautiful
di Evilia Di Lonardo

In epoca di pandemia, presente e futura, i dati ci dicono che i divorzi sono aumentati in tutto il mondo, in Italia del 25% e finanche in Turchia che non è proprio un modello di avanguardia sociale.
Convivenza forzata, dentifrici spremuti dal centro, calzini spaiati e la coppia subisce il colpo di grazia.
E non bastano 10 anni di fidanzamento e 4 di matrimonio a tenere insieme due persone che si sono scelte. Si sono scelte consapevolmente o hanno solo rinnovato pedissequamente il racconto obbligato fatto di bomboniere e abito da sposa principesco?
Nell’epoca dell’infinitamente riproducibile, l’indirizzo è di costruire elementi capaci di supportare la finzione scenica a cui siamo chiamati. Real doll se non hai una donna, bambole Reborn se non hai figli, fecondazione assistita e Labrador in giardino. Una tensione nei confronti della felicità modello “Mulino bianco” in cui nessuno ha mai messo in evidenza la polpetta avvelenata che si nasconde nei meandri dei rapporti di coppia e sociali.
Non voglio farne un discorso morale ma vorrei sapere cosa vogliamo veramente. Davvero vogliamo svegliarci tutti i giorni con la stessa persona, organizzare i turni per caricare la lavastoviglie, lasciar cadere le nevrosi del partner per aspirarle con il dyson di nuova generazione?
Se la risposta è affermativa non dovrebbe essere l’orpello comportamentale a mettere in discussione una decisione facendoci diventare ancora una volta solo consumatori di una vita disegnata da altri per noi. C’è sempre qualcosa che ci dicono che dobbiamo volere.
Nei tribunali di Vercelli a Monza a Verona, dal 27 aprile è possibile presentare il ricorso per la separazione consensuale in via telematica. Un’email “no, grazie non sono più interessato” e si ricostruisce la verginità di coppia. Tutto facile e tutto veloce così come vorticose sono le nostre vite e anche i nostri sentimenti.
Abbiamo messo in pratica i 15 minuti di popolarità profetizzati da Andy Wharol, solo che ci sono serviti per essere protagonisti della nostra storia di vita; parenti, amici e cin cin. Non del mondo patinato e luccicoso dello Studio 54. Un’eterna soap opera alla Beautiful dove email dopo email perpetriamo per anni lo stesso errore. 20 e più stagioni! Uno schema vecchio e ben ammortizzato.
Secondo una proiezione statistica del Censis, nel 2031 non sarà più celebrato un solo matrimonio nelle nostre chiese. Diventeranno un ricordo estinto vista l’equiparazione con le coppie di fatto. Le nonne non faranno più la fatidica e angosciante domanda “ma quando ti sposi?” e forse non faranno nemmeno più la parmigiana di melanzane. Sarà davvero questa la volta in cui la burocrazia riuscirà a liberarci da quello che non vogliamo davvero?
Se per alcuni il matrimonio è ancora terreno di diritti civili, gli altri riusciranno finalmente ad avere il coraggio di non mettersi un estraneo in casa?

Porto di linguaggio
di Gianrocco Guerriero

Si dice che le parole possono diventare pietre. Pericolose come armi. È vero. Ci vorrebbe una licenza anche per l’uso del linguaggio: un “porto d’armi linguistico”, per così dire: nessuno dovrebbe poter utilizzare in pubblico le parole che non abbia dimostrato di saper padroneggiare. Con un “porto d’armi linguistico” si sarebbero potute evitare tante gaffe di Trump, per esempio, il quale, addirittura, nelle ultime ore è stato sbugiardato su Twitter per aver pubblicato una “fake”. E quelle della Meloni, che nelle sue urla volte a indignare gli italiani a ogni costo (per ottenere consenso) ha confuso il pap test con una mammografia. Infine, Gallera e Al Bano non sarebbero diventati protagonisti di tormentoni su fb per le loro cazzate: il primo ha affermato che essendo il tasso di contagiosità (indice Rt) del Covid-19 di circa 0,5 punti percentuali sarebbe necessario entrare in contatto contemporaneamente con due persone positive per rischiare di ammalarsi; l’altro ha dimostrato ottimismo nella lotta al virus facendo notare (ignoranza con la I maiuscola) che “se l’uomo ha già sconfitto i dinosauri (estintesi decine e decine di milioni di anni prima che un vagito umano risuonasse sul Pianeta) può lottare e vincere anche contro il Covid”.
Ma gli esempi di cattivo uso del linguaggio potrebbero riempire centinaia di pagine. E ogni volta che un personaggio in vista spara un’idiozia i danni sono incalcolabili. Gallera dovrebbe fare il politicante, finché gli riesce e lasciar perdere la divulgazione della statistica, che proprio non gli compete; Al Bano dovrebbe limitarsi a cantare le sue canzonette dal testo per cervelli minimali ed evitare di utilizzare parole come “dinosauro”. Meloni e Trump rappresentano, con tanti altri, un vero cancro sociale. Senza un porto d’armi linguistico, con la risonanza che i “social” offrono, finiremo presto alla deriva. Non solo del linguaggio.

Spettri
di Antonio Califano

Uno spettro si aggira per il mondo: la rabbia sociale. Basta scorrere la rassegna stampa di questi giorni per rendersene conto: in Italia politici e amministratori sotto scorta, prime manifestazioni di piazza contro la chiusura di alcune fabbriche, dissenso diffuso su nuove e vecchie questioni, ad Hong Kong di nuovo scontri con la polizia, a Minneapolis l’ assassinio di un giovane afroamericano da parte delle “forze del disordine” riporta in piazza la protesta antirazzista, dopo una pausa indotta dalla pandemia riprende il conflitto sociale con alcune importanti novità. La più significativa: la capacità di autorganizzazione dei soggetti in movimento, quasi mai ci sono alle spalle strutturate organizzazioni politiche, sulla scuola in Italia, per esempio, questo è particolarmente evidente. Ci troviamo in presenza di un processo già in atto prima ma che ora sta acquisendo caratteri più accentuati, la crisi di rappresentanza si acutizza, scompaiono vecchi “soggetti” e ne appaiono timidamente di nuovi, bisogna cogliere queste trasformazioni anche se pare che le istituzioni stiano elaborando solo risposte difensive quanto non addirittura repressive. In questa forbice controllo/protesta/repressione rischia di giocarsi il nostro futuro. Non sono né allarmista né complottista, non credo che esista un disegno repressivo strutturato che utilizzi la pandemia per un coerente disegno autoritario ma spesso le cose avvengono per caso, per inerzia e si sviluppano in maniera imprevista, in questo momento temo molto di più la debolezza della politica e la sua insipienza che il suo contrario. Questa crisi è un amplificatore di vecchie e nuove contraddizioni alle quali bisogna mettere mano subito, penso a due in particolare: la funzione dello stato e le politiche neoliberiste che regolano il mercato del lavoro e ne hanno prodotto la sua esasperata precarizzazione, serve il coraggio di grandi scelte, un rilancio del welfare, della sanità pubblica, il reddito universale (non inteso come “parassitario” ma come scommessa sul futuro e sul lavoro) tanto più in presenza dell’arrivo di importanti risorse europee ( a cui bisogna dar atto di aver finalmente capito la drammaticità della situazione e di aver assestato un vigoroso calcio in culo ai “sovranisti”) che se mal gestite rischiano di creare un indebitamento tale da cancellare anche le poche certezze esistenti. Non si sfugge, il rilancio economico non avviene se si eludono questi temi, non ci sarà ripresa senza un grande slancio ideale in avanti, i soldi da soli non bastano serve una visione comune, un progetto, un modello verso cui tendere, una grande “brain storming” sociale di competenze e condivisioni, una politica che ascolti e rielabori svolgendo quella funzione di mediazione alta cui ci siamo disabituati.

Corrispondenza patronale
di Giampiero D’Ecclesiis

Caro Rucchettielle mie che mali tiemb!
Mo digge ie, ma era proprie necessarie fa venì tutte stu scumbiglie cu li malatìe e proprie in occasiona de la festa mia?
Magari, tu ca sai sanà li malatìe, me putesse di’ che pozzo fa pe’ tutte sti ggende sufferendi.
Mo tu lu saje, Rucchettielle mie belle, ca ie nun so’ nu sando pretenziuse, quest’ nun so’ tiembe buone pe li divuzzione, quedd’ ca parlene pulito -lu senddiette di’ a na riuniona de Sandi imburtandi da San Paolo- la chiamene “secolarizzazione”, ma noi ca simme sande cuntadini sapemme bbuono ca sta cosa è solo figlia de li solde, de li vizi e della scarsa memoria.
Li cuntadini era ‘gnurandi, puveriedd’, ma alla domenica venivano alla messa, atca mo’!
Mo’ però digge ie, nu giorno all’anno me dedicano qua a Putenza, proprio mo quedd’ del piano di sopra avia scatenà sta cosa del Viro cu la corona? Ekekazz! U maronna, scusa Rocchì m’è proprie sfuggito.
Inzomma, comungue sti caspit’ de putenzesi so semb’ uguali, quanne se fa la Parata semb’ a prutestà: un anno gne so li lupe attaccar’, un anno troppi bandiere, un altro la banda nun è bona, na vota troppo vino, na vota troppo poco, li purtatore, li difensori, li spadaccini e tutta la maronna ca nun l’appiccia, ogni anno è una discussiona!
Mo me penzava ie, ah biata ‘ngenuità del lì sande! Ca quest’ anne visto ca nun se facia la parata almeno pe’ na vota la festa mia passava senza pulemiche. Effess !!! Gne mangava solo queddu cazz de’ Peppon ca pe fa’ gi’ alla television’ la città dice ca cu lu cumune ha organizza’ na specia de mini parata, giusto pe’ fa’ vede’ come è la festa mia a tutti li ‘taliane.
Seh, seh, avia sende li cummende!
Quedde ca sfilavano erano attori! Era mieglie la gende normale! No, nun erano attori ma volondari, e ma vulia gi’ pur’ie alla television’! U Sinneche ha sbagliare! No ha fatte bone! L’assessora alla cultura fa solo lì sfilate, era mieglie Falot’co! None era mieglie Vituccio!

Ma giar’ a lu jazz! Pignate, Piagnatiedd e Matarazz!

Gerarduzzo mie caro, te lamenti tu? Penza a me ca au paese mie cumannane li leghisti! M’ha chiamato S. Ambrogio e dice che pe’ la festa mia vole venì pure iedd a Tolve. Comunque, Gerduzze mio caro, per quanto riguarda l’epidemia nun te preoccupà, qua ci sta Rucchettiello tuo che ti vuole bene.

Gne penza ie, anzi, come diciamo noi al Nord, ghe pensi mi.

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LE STORIE DEL MARESCIALLO NUNZIOGALLO
LA MANO DEL DIAVOLO

Continua il video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Un video racconto a puntate da seguire con calma e vedere quando vi va.


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