Fuori Fase – 8 maggio 2020

Fuori Fase – 8 maggio 2020

BASILICATA TERRA DI RESTANZA
di Enzo Fierro

Le domande che ho in testa da giorni: quanto la pandemia influirà sui flussi emigratori della città e della nostra regione? Il virus obbligherà a ripensare il nostro territorio anche in chiave occupazionale per i giovani in primis?
In realtà non mi azzardo a dare risposte perché di sicuro uno dei propositi di questa rubrica è quello di animare proprio il dibattito e raccogliere pareri autorevoli ma, di certo, mi preme evidenziare alcune questioni che vedo gioco forza collegate e che attengono inevitabilmente il futuro delle nostre comunità.
Di certo dei cambiamenti già sono avvenuti e si toccano con mano; la didattica on line e la formazione a distanza tramite le piattaforme web, incidono non solo sul sistema e la qualità dell’istruzione in generale ma, secondo modesto parere, costituiranno oggetto di analisi nelle trasformazioni dei flussi migratori.
Quanti genitori manderanno i propri figli a studiare al nord?
Quante famiglie potranno ancora farsi carico di mantenere i figli in città universitarie se il costo della vita in generale non subirà variazioni ?
Quanti saranno nelle condizioni anche psicologiche di superare le paure legate al contagio?.
Da tutto questo, per chi non ha mai smesso di credere nella possibilità di riscatto delle nostre città e dei nostri paesi, potrebbe nascere una prospettiva interessante che, da un lato dovrà caratterizzarsi per il potenziamento del sistema scolastico e universitario locale (la facoltà di medicina a Potenza va in questa direzione) e, dall’altro a valorizzare e “coltivare” gelosamente in loco quei cervelli che in questi anni abbiamo regalato ad altri contesti nazionali e che non sono quasi mai rientrati.
Ne ricaverebbero utilità vieppiù quelle aree interne che hanno bisogno di ripopolarsi ma, soprattutto, di investire in processi innovativi e di sviluppo che non possono essere scissi dal grado di partecipazione e sperimentazione sul campo.
In quest’ottica la “Restanza”, di cui Vito Teti antropologo calabrese è l’antesignano, potrebbe trarre alimento e nuove chiavi di lettura. Ne parliamo?

MI PREPARO AL PEGGIO, SPERO NEL MEGLIO
di Nino Carella


La vita è un viaggio, e viaggiare aiuta a vivere meglio: nonostante i tentativi di sostituire l’esperienza fisica di viaggio con una virtuale, nulla potrà mai sostituire l’emozione di “esserci”.
Il turismo sarà il settore più penalizzato dalla crisi, data la sua imprevedibilità. Inaccettabile, con un Governo che regolerebbe pure l’uso della carta igienica: uno strappo, o doppio velo? Aspettiamo il prossimo Dpcm.
Le numerose proposte per immaginare come turismo e virus possano convivere non tengono però abbastanza conto dell’imprevedibilità dello scenario. Che nel peggiore dei casi rimarrà certo quello attuale. Ma che potrebbe invero anche migliorare: cure più efficaci, vaccini, mutazioni virali, ma anche solo per l’efficacia dell’attenzione umana, dettata da consapevolezza e istinto di conservazione. Credo insomma che ci siano sulla carta più possibilità di un rapido rientro dell’emergenza, peraltro già in atto, rispetto a quelle di un suo peggioramento. Ma tutti sembrano tenere in considerazione solo lo scenario peggiore.
E se invece alla fine di giugno non ci fosse quasi più traccia del Covid-19 in larga parte d’Italia? O d’Europa? Avrebbe ancora senso imporre comportamenti e regole stringenti, ma rispondenti a quel punto solo ad un antiscientifico principio di precauzione o, peggio, a paura diffusa, ma del tutto irrazionale? L’attenzione non dovrebbe, sotto un livello accettabile di rischio, spostarsi dai comportamenti dei singoli, alla capacità di intercettazione e isolamento del problema da parte del sistema?
Da operatore turistico sono abituato a prepararmi al peggio, ma sperare nel meglio.
Spero nel frattempo non sia diventato reato pure questo.

QUELLE STRANE OCCASIONI CHE…
di Giampiero D’Ecclesiis

Dove c’è crisi ci sono opportunità e serve la volontà di coglierle..
Analizzando la situazione a larghe spanne si potrebbe dire che l’Italia è divisa in due con la sua parte meridionale interessata dal contagio in maniera ridotta, eppure le voci che maggiormente si innalzano per invocare una più coraggiosa apertura del paese provengono dalla parte maggiormente esposta al contagio.
Nella mia Basilicata, bassa densità di abitanti, due sole cittadine oltre i 50.000, 129 altri comuni di dimensione da piccola a piccolissima, è stato imposto un lockdown ugualmente severo che, nonostante i pochissimi casi, permane a meno delle piccole aperture concesse dalla fase 2.
Siamo sicuri che applicare gli stessi criteri della Lombardia sia saggio? Che a Potenza possano valere le stesse regole di Milano? E ci siamo chiesti dove si determineranno i danni permanenti più importanti?
Temo che stiamo osservando l’Italia dal lato sbagliato.
In un’Italia divisa in due la minor diffusione della malattia al sud è una straordinaria opportunità che potrebbe consentirci di curare con calma le regioni più sfortunate e tenere botta al PIL supportando, trasferendo, incentivando le attività al sud. Sarebbe bello anche solo discuterne.
Ops, dimenticavo, ci vorrebbe una nazione per farlo, la nostra oramai è un puzzle di regioni male assortito.

RIABITARE I PICCOLI CENTRI.
UNA STRATEGIA CONTRO LA DISPERSIONE POST PANDEMICA
di Claudia Schettini

Riabitare i piccoli centri. Una strategia contro la dispersione post pandemica.
Qualche settimana fa Stefano Boeri, presidente della Triennale di Milano e architetto del famoso Bosco Verticale milanese, ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “Via dalle città, nei borghi c’è il nostro futuro”. Se da una parte il Covid-19 è stato un terremoto per la sanità nonché per l’economia italiana, dall’altra parte sta imponendo nuovi modi di vivere a cui il mondo dell’architettura sta cercando delle risposte. Così torna caldissima una discussione: vita urbana o ermi colli? Grandi città o piccoli centri?
La risposta più gettonata pare essere quella di lasciare le città per trasferirsi nelle seconde case, sia si trovino in campagna sia nei piccoli e graziosi borghi che in Italia ammontano a 5.800 di cui 2300 in stato di abbandono. Questi centri potrebbero cogliere, dal periodo storico in cui ci troviamo, un’occasione per essere riscoperti e salvati. Si tratta di borghi che sono stati distrutti non solo dal tempo e dalla mancanza di vita ma anche dal “digital divide” con cui, nell’epoca della globalizzazione, si trovano a confrontarsi molte realtà lontane dai centri urbani e metropolitani.
Oggi potrebbe succedere nuovamente ciò che già si era verificato negli anni Settanta quando le giovani generazioni degli Anni di Piombo avevano cominciato a scappare dalle città funestate dal terrorismo, dalla crisi economica e dalla droga. Le nostre città che erano, per definizione, il luogo della libertà, si sono rivelate oggigiorno grandi carceri e, mai come adesso, balconi, terrazzi, orti e giardini sono diventati uno spazio vitale. E l’abbandono l’abbandono delle zone più densamente abitate sarebbe dettato dal verificarsi di quella che lo stesso Boeri ha definito distopia del plexiglass, una follia derivante dal voler dividere tutto, le piazze, le strade, le spiagge con delle specie di barriere trasparenti. Se immaginiamo l’inevitabilità di una proliferazione di muri, di vetri, di confini rigidi assisteremmo alla fine del concetto stesso di spazio pubblico per come comunemente lo intendiamo, uno spazio generoso perché imprevedibile nei comportamenti che può ospitare. E insieme a questa distopia dei muri, potremmo verosimilmente trovarci in una condizione di desincronizzazione dei tempi della città.
E come far fronte all’innalzarsi di barriere e ad un andamento del tempo che non sarà più così marcato se non facendo risorgere i borghi abbandonati del Bel Paese? Si intuisce tuttavia che proprio in quei borghi, fonte di ricchezza culturale un poco dimenticata, si devono prevedere degli investimenti per rivitalizzarli, investimenti che sono un lusso oggi. Diventerebbe dunque necessario pensare ad una rifunzionalizzazione degli spazi, mettendo al centro delle politiche urbanistiche un nuovo territorialismo che vada oltre i particolarismi regionali, proiettando i borghi italiani in una dimensione più ampia, addirittura europea, senza che essi vengano isolati o emancipati in un municipalismo esasperato. È necessario rilanciare e ripensare i modelli i turistici, sfruttando al meglio le caratteristiche e tipicità locali che ciascun borgo offre, facendo leva sull’importanza degli spazi aperti, i “dehors” francesi e sul radicale cambiamento nel sistema della distribuzione commerciale che vede improvvisamente un ritorno del valore dei piccoli esercizi commerciali e dei mercati locali.
Sta succedendo in effetti qualcosa di epocale: si sta chiudendo la fase iniziata con l’Ottocento caratterizzata dall’organizzazione delle città che avevano come struttura fondamentale la presenza di alcuni grandi luoghi di “condensazione dei corpi” quali le stazioni, i mercati generali, le carceri e stiamo entrando in una fase definitivamente diversa. In questi due mesi in cui abbiamo assistito alla chiusura della maggior parte dei luoghi di assembramento, abbiamo visto la contemporaneità essere tagliata come una lama e, con essa, anche la storia urbana.
In realtà, già negli ultimi venti anni, tanti borghi sono divenuti luoghi di sperimentazione, benessere, innovazione artistica, culturale e professionale. Sono divenuti nuovi modi di abitare, nuovi modi di essere Comunità. Sono divenuti e diverranno sempre più nuovi mondi in cui, si spera, non ci sarà più spazio per la condizione di “solitudine connessa” in cui siamo quotidianamente immersi, in cui il corpo diventa un dispositivo che in qualche modo incorpora e incarna una serie di sistemi e di meccanismi di relazione sociale e spaziale. In una situazione in cui, come abbiamo potuto sperimentare, “nessuno si salva da solo”, la rivitalizzazione dei borghi del nostro paese non può che passare attraverso una visione di insieme, un nuovo legame tra aree urbane e piccole aree interne in cui le prime riconoscano e valorizzino le seconde.

OCCHIO !
di Pino Paciello
Attenti in questo momento di passaggio a non farvi trovare anche voi Fuori Fase come gli autori di questa rubrica. O almeno, mi sembra più corretto, come i suoi promotori.
Leggendo qua e là noto che c’è una motivata sollevazione di popolo contro gli amanti dell’aperitivo all’aperto. Vedendo le foto scattate, per esempio a Milano, sembra evidente che la distanza sociale, ancora il miglior rimedio al contagio, venga compromessa dall’imprudenza degli avventori dei Navigli.

Ma ve la ricordate l’invettiva del sindaco di Potenza ai primi di marzo, nel pieno della fase 1, contro coloro che in un pomeriggio di sole affollarono il lungo fiume Basento?

Pare, a detta di molti dei presenti di quel pomeriggio, che la prospettiva (schiacciata) di quella foto, tipica dei nostri smartphone, non rendesse giustizia della reale quantità presenti in quello scorcio e che alla fine l’uso del grandangolo ha comportato che ancora una volta la percezione prevalesse sulla realtà.
A prova di questa teoria, ora, ci soccorrono due fotografi danesi, Ólafur Steinar Gestsson e Philip Davali, che fotografando le stesse persone in un momento di relax con due prospettive diverse (un grandangolo e un teleobiettivo) hanno dimostrato una differenza sbalorditiva nella distanza tra queste persone facendoci ripensare a ciò che diamo per scontato.

Occhio, allora. Che la realtà è troppo complessa per essere realmente capita. Se proprio volete inveire contro gli amanti degli aperitivi ricordate loro che il vero pericolo, oltre l’assembramento, è che continuano a bere Aperol anziché il sontuoso Campari!

credits per le foto danesi: EPA / Philip Davali / Olafur Steinar RyE

BORGHI DIGITALI… MA NON TROPPO
di Silvia Favulli

Ma se stiamo tutti in smart.working (per chi il lavoro ce l’ha) e tutti i ragazzi a fare didattica a distanza, in teoria ognuno potrebbe stare in qualunque posto e in qualunque casa. Ora che riapre la Basilicata definitivamente non si può pensare a una grande campagna di promozione della regione più covid free? Cioè uno se ne può stare in vacanza e al lavoro contemporaneamente….Esiste un assessore regionale che si occupa di queste cose?
In questi ultimi due mesi è ritornato in auge il tema dei borghi, visti un pò come oasi di pace e di tranquillità, lontani dal mondo e dai suoi pericoli.
Per esempio, per il rilancio del settore turistico, che più soffre della crisi causata dal Covid-19, i piccoli paesi possono rappresentare una risorsa importante.
Sono sinonimo di lentezza, scarsa densità di persone, pace e aria pulita, per non parlare della loro suggestiva bellezza.
In realtà ci hanno già provato qualche tempo fa i cosiddetti nomadi digitali.
Persone che hanno deciso di cambiare il loro stile di vita.
Viaggiano, visitano posti, vi si stabiliscono per un pò e allo stesso tempo lavorano sfruttando le opportunità offerte dal digitale.
Oggi in molti siamo digitali, di certo non ancora nomadi, ma quasi tutti lavoriamo e studiamo da casa, dai nostri paesi, che non hanno subito, al pari delle città più grandi, il contraccolpo della chiusura totale.
Non c’è molto da chiudere in un piccolo borgo.
Le strade sono sempre poco popolate durante il giorno, i tempi dilatati e scanditi da pochi rumori, i paesaggi quieti ed indisturbati.
Insomma l’ideale per lavorare e stare in vacanza.
Ma siamo pronti a tutto questo?
Forse c’è qualche problema ancora da risolvere.
Il primo è la scarsa alfabetizzazione al digitale: sembriamo tutti social, influencer, ma non è il post che contraddistingue le nostre competenze digitali, quelle per intenderci, che ci occorrono per il lavoro e lo studio.
Le infrastrutture del digitale: a quante videochiamate avete assistito senza problemi di linea?
E poi, terre come la nostra sono pronte all’immigrazione di ritorno dei lucani che sono andati via in cerca di fortuna o addirittura ad accogliere non lucani per ripopolarsi e crescere?
Anche qui serve visione, quindi molta politica e programmazione di lungo periodo.

IN TEATRO NON SI CANTANO MESSE
di Veronica Turiello

Polvere spessa sulla valigia dell’attore. Anche stasera non si alza il sipario sulle vite dei lavoratori dello spettacolo. Nessun cartellone per il loro respiro. Mentre la vita e le attività del quotidiano ripartono pian piano dove sono i lavoratori dello spettacolo. Che fine ha fatto il palcoscenico? Era parte del nostro mondo? Rientrava in un disegno di diritti, di custodia, di cura? Già prima delle misure legate all’emergenza sanitaria i cartelloni venivano disegnati secondo il criterio del “minimalismo scenico”. Fondi alla cultura risicati e mal gestiti dal gioco sporco di politica e amministrazioni avevano già tagliato sulle maestranze. Accade perciò che un attrezzista debba svolgere anche le attività del direttore di scena e del responsabile di compagnia. Competenze sovrapposte, come costumi indossati l’uno sull’altro. Perché? I teatri non fanno produzione, le compagnie stabili sono scomparse. Gli spettacoli sono “compressi”al minimo impiego possibile di maestranze, con poche repliche. Dove finiscono i fondi? Sono i pilastri della macchina amministrativa dei teatri.
Più colletti bianchi, meno attori e tecnici. Il direttore amministrativo prima del direttore artistico o in sua sostituzione. Cosa resta dell’arte? Teatro e musica si fanno in palcoscenico, non in amministrazione. Molti dei lavoratori dello spettacolo hanno maturato diritti per fare vertenze e pretendere assunzioni a tempo indeterminato grazie a gestioni contrattuali non conformi. Così una mascherina ottiene una assunzione da aiuto scenografo, strappandola attraverso vertenza. Tecnicismi mutuati dal mercato dell’appatistica e dal contenzioso amministrativo. Soccombe, sotto tanta bruttura, ogni respiro d’attore, ogni nota d’artista. Allora perché non guardiamo a questo momento come a una occasione per scegliere come ripartire? Dalla grandezza dei piccoli spettacoli, delle centinaia di teatri di cintura, di teatri nazionali abbandonati. Dalla sburocratizzazione della bellezza. Un monologo può dare lavoro ad almeno 15 persone e non tutte insieme, in presenza: un regista, un attore, uno scenografo, un musicista, un macchinista, un attrezzista, un costumista, una sarta, un direttore di scena, un tecnico luci/ audio, una mascherina, un bigliettaio, il barista del bar del teatro. Sono eccellenze non piegate a doversi improvvisare “altro”, argine contro un livellamento verso la mediocrità impensabile per il comparto. Sembra poco? E sembra ancora così impossibile, pur tenendo conto delle misure previste? La vera domanda è quanti fondi pubblici (e non) spendiamo per tenere in piedi uffici e palazzi, distruggendo come ne “I giganti della montagna” il palcoscenico e i suoi protagonisti? All’Italia di politici completamente staccati dalla realtà vanno poste queste domande. Non da oggi sono loro i giganti, quelli che portano distruzione. Non da oggi gli artisti li considerano ombre da cui scappare

RIAPRIAMO LE CHIESE !
di Antonio Califano

La fase 2 ha un senso se è finalizzata ad una ripresa di socialità, è forse la fase più difficile perché deve sperimentare una ripresa della “vita” in cui dobbiamo riappropriarci , e abbiamo le nostre difficoltà, del nostro “essere umani” convivendo con il virus, la scommessa è preservare la vita biologica non rinunciando a quella sociale. E’ una sorta di sperimentazione graduale di un nuovo “modello”, prendiamola come una riconquista della libertà, sia chiaro non sarà la paura a impedirci di vivere anche se il rispetto per gli altri ci obbliga a osservare delle regole. Si apre un percorso, una ulteriore sfida, che non può più affidarsi solo alle tecnologie, che si riappropri dei suoi luoghi più nobili, dei musei, i cinema, i teatri e perché no le chiese: Io da ateo vi chiedo, che senso ha impedire alla gente, sempre con le regole generali che devono valere ovunque, di professare la propria fede, nel momento in cui si aprono le attività produttive, possibile che lo debba spiegare un filosofo laico e non credente come Agamben? Lo spirito, la dignità, l’anima, per chi ci crede, valgono più dell’economia, del mercato, dei profitti. Si aprono, spesso non si sono mai chiusi anche in deroga alle disposizioni, i luoghi di lavoro concentrati tra l’altro nelle aree più a rischio e si aspetta ancora per i luoghi della nostra essenza più profonda sia laica che religiosa. Se non si apre a una “nuova socialità consapevole” la gente si rifugia nelle forme più scomposte e più facili “dello stare insieme”, salvo poi scandalizzarsi, come oggi, per gli assembramenti lungo i navigli per il rito dell’aperitivo. Non abbiamo bisogno di moralisti del giorno dopo, non vanno incentivate pratiche di delazione sociale, ma per impedirlo bisogna ripristinare i luoghi del vivere comunitario, rilanciandone il significato, approfittando di questo passaggio straordinario per proporre forme di socialità profondamente rinnovate da cui ricostruire i rapporti, senza surrogati. Dateci regole chiare al resto ci pensiamo noi, come abbiamo dimostrato di saper fare anche nei momenti più difficili, ma muovetevi o tutto continuerà come prima.

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