GENTILEZZA, ALL’ORIGINE DELLA VISIONE

Paolo Albano

Nell’antica Roma le persone venivano identificate con un “praenomen” che oggi corrisponde al nostro nome, come Marcus, Lucius, Gaius, un “nomen” che indicava la gens, ossia il clan di appartenenza della sua famiglia, la gens Claudia o la gens Iulia per esempio e, infine, un “cognomen” che indicava la famiglia,  il nostro cognome, come Catilina, Cicero o Maximus. Mettiamo Quinto Orazio Flacco: faceva di nome Quinto, apparteneva alla famiglia degli Orazi e il suo cognome era Flacco.

Ma che cos’era una “gens” nell’antica Roma? Era una formazione sociale sovrafamiliare patrizia, una specie di clan fatto di molte famiglie. Lì valeva una regola. Gli appartenenti alla stessa gens (gentili) avevano, infatti, doveri di assistenza e difesa. Reciproci naturalmente. Così l’essere “gentili” implicava un comportamento più fraterno rispetto a quello tenuto con estranei di altre gentes.

Gentilezza significa allora trattare l’altro con rispetto, vuol dire affabilità, amabilità, attenzione, riguardo, finezza, generosità, benevolenza, concordia, bontà, caritas, amorevolezza e vuol dire solidarietà, tenerezza, compassione, altruismo, bontà d’animo.

Oh gentilezza, quanto sei estranea al nostro tempo!

Quante volte hai a che fare con un medico bravo che non ti guarda, noi si compenetra, appena ti saluta e d’un tratto scopri che non ti fidi e la sua competenza te la fai fritta. Quante volte vai al Comune perché hai domande da fare, un bisogno cui dare una risposta, c’è la fila, arriva il tuo turno, quello allo sportello ti guarda spazientito, usa parole che non capisci, ti intimorisce, perde la pazienza. D’un tratto ti giri e te ne vai. Ti sei ricordato di avere un amico al secondo piano che ti aiuterà certamente.  Solo un amico al Comune ti può aiutare? Se imperversasse la gentilezza tutti si prenderebbero cura di te e si comporterebbero come solo un amico sa fare. Ma la gentilezza è stata chiusa giù nello scantinato e fin quando qualcuno non la libererà niente potrà cambiare la pubblica amministrazione che non funziona.

Eppure se ci fosse la gentilezza….

La gentilezza, l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo” (Nelson Mandela).

Con “lei” si superano ostacoli, una persona si mette facilmente nei panni dell’altro e comprende quanto valgano l’ascolto, la  tolleranza, la collaborazione. Al lavoro tutto diventa più facile perché “lei”, oltre a migliorare la qualità del tempo passato in azienda, rende le interazioni più efficaci,  facilita i contatti sociali e aumenta la collaborazione. Con “lei” si cambia il mondo  e una persona, una comunità, un’azienda, viene riconosciuta per la sua voce. Con “lei” arriva il vento che spinge la visione verso la sua realizzazione. Immagina un imprenditore che abbia un’idea felice, un sogno che si può realizzare, un imprenditore che non abbia alcuna capacità di raccontarlo, che abbia comportamenti incivili, pensi davvero che potrà mai avere un’organizzazione in grado di realizzare la sua visione anche con tutti i soldi di questo mondo? Senza la gentilezza la visione si spenge e i soldi si perdono.

Immagina (ti assicuro ti sarà facile) un politico, un sindaco, un presidente di non so che, che tratti tutti con arroganza, che si circondi di persone immeritevoli, che finga sorrisi, abbracci e strette di mano, secondo te avrà mai una visione? Magari quella che corrisponde al suo viaggio di potere ma anche quella, ti assicuro, finisce con un burrone.

Ha scritto Ralph Washinton Sockman “Non c’è niente di più forte della gentilezza e niente di più gentile della forza vera”.

Lei sta all’origine di ogni relazione umana. Con “lei” nascono solo frutti buoni, senza di “lei” niente ha sapore e il nostro passo è breve.

di Paolo Albano

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