I signori dell’Anatolia

I signori dell’Anatolia

Del mio articolo sull’Anatolia della scorsa settimana rimangono tante curiosità ma non si può raccontare il miracolo dell’Anatolia in poche righe, l’Anatolia è selvatica, scalpita, straborda. Allora oggi vi racconto del Kangal, il cane mandriano della regione di Sivas. È lui il signore di queste terre, è così importante che nei mercati vendono calamite con la sua sagoma! I Kangal hanno una testa e una mandibola davvero smisurate in grado di uccidere un lupo con un’unica grande stretta intorno al collo. Questo cane ha buone chance di vittoria anche contro gli orsi.

Foto di Ebru Toprak Yasan

Ho passeggiato tra le montagne di Sivas già quattro volte anche se per brevi periodi e ho potuto godere della compagnia, non sempre amichevole, di questo grande quadrupede.

I cani Kangal non hanno padroni, vivono accanto alle persone, da pari. Osservano le esequie ai morti, non un latrato, condividono la scena con gli uomini che pregano, con le prefiche che lamentano la durezza dell’assenza proprio come le lamentatrici nella Lucania di Carlo Levi, con tirate di capelli e pugni al petto. Quando al funerale segue la distribuzione del pasto, un vassoio di carne e riso è tenuto da parte per i Kangal che aspettano distanti, calmi. Pare proprio che non sia da Kangal cercare il cibo indugiando sulla soglia di casa.

Con questi cani è facile per un forestiero rischiare la vita (indovinate un po’ a chi è toccato). Nel 2012, nel villaggio di Deredam Sivas, il cane Kangal che riportava indietro la mandria al tramonto mi incrociò sulla sua strada, nel suo territorio. Io non sono alta, per carità, appena un metro e sessanta, ma un cane che mi guardasse negli occhi non lo avevo mai incontrato. Io, che non avevo forza di muovere neanche un muscolo, attesi che il cane decidesse se sbranarmi o meno. In mio soccorso venne un’anziana (e meno male!). Era seduta a terra poco distante, apriva la lana su un grande telo. Si alzò e si stirò nei suoi pantaloni alla turca, percorse i pochi metri che ci separavano e in punta di piedi (era più minuta di me) posò la mano sul capo del cane che si acquietò e io fui salva.

Un paio di anni fa lessi da qualche parte che cercavano di importare illegalmente i cani Kangal in Europa per castigarli a fare i cani da guardia, in città. La città non è nelle corde dei Kangal, né la catena e il recinto. La privazione della libertà potrebbe fare di questi giganti degli assassini spietati. La gente dei villaggi che li vede sulle montagne insieme agli uomini dice ecco i pastori, li chiama entrambi, uomo e cane, con lo stesso nome. Dalle comunità pastorali c’è così tanto da imparare! La lealtà con cui vivono in sintonia con le altre specie, l’amicizia che li lega ai cani mandriani, cuori puri delle montagne. Questa gente conosce a memoria il nome con cui Dio si manifesta in ogni aspetto del creato laddove noi cittadini discriminiamo a stento il verde dell’erba dall’ocra della terra.

Da Deredam le grandi vette del Kızıldağ (il Monte Rosso) non sono distanti, le sue acque sorgive sgorgano a tremila metri e sono fredde come può essere fredda l’acqua sorgiva, a immergerci le mani si prova dolore. AnaFatma, è il nome dell’acqua che guarisce tra le alture del Nuribaba dove la gente si reca in pellegrinaggio per immergervisi e guarire, come a Lourdes ma meno commerciale. Noi non ci andammo ma la immaginammo in mezzo alla foresta di abeti che la nasconde alla vista. I Kangal erano con noi mentre scendevamo a valle lungo il corso del Kızıl Irmak (il fiume Rosso) con i bastoni dei pastori puntati in avanti per allontanare i serpenti nascosti tra le rocce.

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