C’era una volta il 2020 in Turchia

C’era una volta il 2020 in Turchia

A metà marzo 2020, un venerdì, il mondo è cambiato nel giro di 61 minuti, che è il tempo esatto del mio viaggio in metro tra il lavoro e casa. Quel giorno sono entrata nei mezzi con l’agenda mentale del week end (spesa, doccia, uscita serale, quale ristorante? E se andassi dal parrucchiere? Magari sabato prendiamo le bici e andiamo al lungomare? Per la sera del sabato impasto la pizza, vorrei andare a Kadikoy alla ricerca di un giradischi, magari ci vado domenica?) e ne sono uscita con la notifica di venti messaggi su What’s App e svariate telefonate perse: il MEB ha chiuso le scuole! Ma quando? Adesso, poco fa! Ma così, di colpo? Sì. E fino a quando? Per adesso fino al primo aprile.

Così hanno chiuso tutto; una decisione netta, suggellata dal discorso del Presidente in TV e dall’emanazione delle nuove regole. Credo che all’inizio fossimo grati per quella decisione, ci pareva che stessero iniziando le vacanze! C’era una certa febbre nell’aria, come se ci stessero chiedendo di indossare le uniformi militari e di metterci in marcia, ma senza una guerra da combattere. La stessa elettricità che si prova al luna park, quando fai il giro della morte ma ti fidi dell’imbracatura che ti sostiene. E insomma tutti intesero la chiusura come un week end lungo, in programma c’erano grandi spese e abbonamenti in tv. Poi però, dopo un paio di settimane, eravamo tutti da ricovero con i guanti in lattice che si incastravano nei lacci delle scarpe (in Turchia si indossano per ultime davanti la porta di casa) e le mascherine che ci appannavano le lenti degli occhiali, disorientandoci tra le corsie del supermercato.

Non so quante vite ho vissuto durante il lockdown. Forse cento, forse mille, forse nessuna. Ho impostato la sveglia e mi sono costretta a seguire gli stessi ritmi di prima, come se non fosse cambiato niente. Confondere il giorno con la notte: da quello non ci sarebbe stato ritorno.

Pigiama – tuta, tuta – pigiama. Ma cosa cambia? Tanto siamo in casa! Non è vero, cambia.

La gestione del governo ci ha aiutati: informazioni chiare, coerenti, definitive. Niente Talk Show sull’epidemia, né “secondo me”, né lettere di privati cittadini “riaprite tutto, non esiste il virus”. Le serie tv nuove si sono intensificate, affollavano il palinsesto. La gente aveva qualcosa da fare, con cui distrarsi. D’altra parte, la maggior parte di noi sapeva di non essere né medico né infermiere – e perciò di non poter essere di alcun aiuto (ancora una battuta eduardiana, è una serva tua madre? È una serva? Tua madre non serve!) – e di non poter uscire se non per motivi impellenti. Per cui si stava in casa, e basta. Sì, così. Senza lagne. In Turchia l’uscita non è stata regolamentata dalle autocertificazioni. Non ce n’era bisogno. È la risultante culturale in cui l’idea della sanzione rimodella le risposte sociali. Non lo fare, altrimenti…

Penso che siamo stati dei veri soldati. Diligenti. Che sia anche merito nostro se nei mesi di chiusura le morti giornaliere si siano aggirate intorno alle trenta unità. Se nessuno ha detto: e vabbè, chissà forse sarebbero morti lo stesso! Se sui social non c’è stato sciacallaggio, né nelle piazze i NO MASK. Sì, è stato anche merito nostro, delle nostre rinunce, ma, se lo racconti all’italiano medio ti dice: peggio per voi, noi siamo in democrazia.

In Italia la libertà di espressione è diventata un problema, non mi vergogno a dirlo.

Basta vedere cosa è successo per la prima vaccinata Covid, ed è solo l’ultima che ho sentito.

La gente comune in Turchia resiste (a tutto) da così tanto tempo che perfino la pandemia non le è costata tanto. Ha rinunciato in maniera stoica alla socialità, ai teatri, ai cinema, ai centri benessere, al giro al centro commerciale e a tutti gli aspetti della quotidianità. Si è riorganizzata, per andare avanti. Tra marzo e giugno 2020 i panettieri, che erano gli unici in libertà, hanno tirato fuori i carretti e si sono messi a gridare per le strade e la gente ha a sua volta tirato fuori i cesti con le funi per farsi vendere il pane. Penso che sia questa la forza della vita.

La durezza della pandemia l’abbiamo vissuta quando hanno riaperto.

Potevamo uscire ma non sapevamo più dove andare. Così, abbiamo scelto la via dell’Anatolia remota ritirandoci sulle montagne con una comunità di nove persone che vive di pastorizia e agricoltura ma questa… è un’altra storia.

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