Lo strano, “fortunato” caso della Basilicata.

Lo strano, “fortunato” caso della Basilicata.

Siamo giunti ad aprile e la Basilicata si trova, come tutto il mondo, a dover fronteggiare l’emergenza legata al diffondersi del coronavirus.
Attese le peculiarità della nostra regione ciò che sta accadendo e, sopratutto ciò che ancora potrebbe accadere, è tutto da decidere.

Siamo una regione italiana, quindi dentro il contesto occidentale che per primo ha dovuto misurarsi con l’esplosione numerica della diffusione del virus.

Mentre scrivo queste poche riflessioni, i dati a livello nazionale fanno chiaramente trapelare come un rallentamento della diffusione del virus sia in atto in maniera consolidata da alcuni giorni. Le misure restrittive di contenimento e di distanziamento sociale hanno permesso alla crescita di tale diffusione di passare da esponenziale (ogni giorno un peggioramento maggiore del peggioramento precedente) a lineare (ogni giorno lo stesso peggioramento).

Ma il dato italiano è da analizzare fino in fondo.

Ciò che osserviamo ogni giorno, tra nuovi contagiati, persone attualmente infette, ricoveri, isolamenti domiciliari, guariti e deceduti è ovviamente il risultato dei comportamenti di giorni precedenti; l’interpretazione del fenomeno, già di per sé complicata (ciò che leggiamo oggi è il risultato di quello che è successo alcuni giorni prima), lo è ancor di più per altre due ragioni:
1)ognuna di queste tipologie di dati ha effetti ritardati differenti dalle altre; 2) la nascita e la evoluzione del fenomeno hanno avuto tempi diversi in zone diverse del territorio nazionale.

Il nord, che è stato esposto prima al fenomeno, ci ha dato la possibilità di intravedere quali disastri può comportare farsi prendere alla sprovvista dalla diffusione del virus.

Inoltre, la Basilicata, oltre al ritardo di almeno 15 gg rispetto allo sviluppo del virus nelle regioni settentrionali (lasciamo perdere il discorso del travaso a sud di quella notte scellerata, che pure rappresenta un fatto determinante), ha un numero di abitanti ed una distribuzione demografica che avrebbero permesso una pianificazione del controllo del fenomeno oggettivamente meno problematico di quanto non stia avvenendo nelle regioni meridionali a noi confinanti e non solo.

Quindi, il ritardo rispetto al nord e la minore popolazione e densità rispetto al resto del sud sono due fattori che avrebbero dovuto giocare a nostro favore.

Invece, già dai primissimi casi, ci siamo trovati coinvolti da situazioni grottesche.

Un fattore fondamentale, il più di tutti, nel determinare l’efficacia delle azioni da predisporre e mettere in essere nel contenimento di un’epidemia è il TEMPO.

Fare la stessa cosa nello stesso punto con un giorno di ritardo significa dover raddoppiare il giorno dopo le conseguenze indirette di un contagio individuato, e se il problema si ripercuote in un secondo passaggio il giorno dopo ancora (contagiato dal primo che contagia un terzo), si può arrivare a dover quadruplicare gli sforzi dopo 48 ore. Questo raddoppio per ogni passaggio è una drammatica semplificazione, ma fa capire come se si agisce in tempo, ciascun paziente può essere ridotto, ragionevolmente nella maggior parte dei casi, ad un problema sanitario di assistenza e cura, non anche di propagazione della malattia, nei limiti del possibile ovviamente.

Ebbene, in Basilicata, gli esempi di persone che hanno chiesto aiuto per giorni ricevendo colpevoli sottovalutazioni da parte della macchina organizzata e preposta al controllo è sotto gli occhi di tutti.

Chi ha la fortuna di poter attingere a fonti dirette o indirette (tutti conosciamo persone infette o abbiamo tra gli amici loro amici) sa anche che molto spesso i controlli sulle persone che sono entrate in contatto con i malati certificati (spesso in ritardo) non è come ci si aspetterebbe, e cioè completo e tempestivo.

In più, il ritardo nello spiegamento della forza di ispezione e controllo dei casi che si palesano sul territorio si associa anche a quello della disponibilità degli esiti dei tamponi, che già, come abbiamo visto, sono effettuati spesso in ritardo.

Si comprende, quindi, come questi ritardi che si sommano ai ritardi possono essere alla base di un diffondersi dell’epidemia che è tutto ancora da giocare.

C’è da essere terrorizzati? Non ancora, e provo a dire il perché.

Le regioni del sud, e quindi noi, hanno avuto i primi casi già dopo giorni dalla entrata in vigore delle misure di contenimento (semplifico anche qui ma nel ragionamento è un dato accettabile). Tutto ciò ha impedito che la curva di diffusione si manifestasse in maniera esponenziale, ma questo accade anche nei primi giorni dove il virus si è espanso senza controllo nella fase iniziale (il nord dell’Italia), quando cioè i numeri erano ancora piccoli. Al crescere degli stessi, per ragioni di pura matematica da applicare a queste casistiche, la curva si impenna e non resta una retta. Certo, lì la popolazione è molto maggiore e distribuita con una densità superiore, ma da noi, oggi, se non si corregge il tiro, la curva, da lineare (per esempio 15 casi in più un giorno, 15 il giorno dopo, 16 il successivo, 14 quello ancora dopo), può diventare quasi esponenziale (15 casi un giorno, 25 il secondo, 40 quello dopo). E non ingannino le oscillazioni attuali, osservate su numeri ancora limitati per essere statisticamente significativi circa la diffusione del contagio, quanto risultate piuttosto da dove e come si stanno effettuando per adesso i controlli. Insomma, non sono i casi che realmente si stanno diffondendo, ma quelli che per adesso siamo in grado di individuare, e temo con una strategia non lucidissima.

La task force messa su dalla Regione Basilicata è, a mio parere, in chiara difficoltà, a prescindere dalle dichiarazioni comprensibili ma più che altro “di ruolo” di chi si trova a decidere nella nostra regione.

Serve che questo gruppo di persone comprenda fino in fondo che le cose vanno corrette.

Bisogna integrare questa azione, così come certe dichiarazioni fanno intuire, e questo va fatto IMMEDIATAMENTE, coinvolgendo altre professionalità, utili sia per competenza che per conoscenza del territorio e della sua popolazione.

La linea che descrive la diffusione del virus da noi è ancora una retta. Ma lo è, come ho già detto, più per la giovinezza dell’epidemia che per la sua vera espressione numerica tra la popolazione, più per dove e come cerchiamo, e non per ciò che davvero potremmo trovare.

Se non si cambiano le modalità e la tempestività degli interventi per individuare ed isolare i casi diffusi sul territorio, questa linea può impennarsi come risultato che ogni giorno qualcosa di peggio e di più è accaduto rispetto al precedente.

Se, come io mi auguro, si riesce a diventare veloci nell’intercettare la diffusione del virus almeno quanto la sua capacità di colpire nuove persone, potremo spegnere questi micro-incendi che statisticamente si accenderanno qua e là, evitando che prenda fuoco l’intera casa, salvando gli abitanti della stessa col minor numero di perdite possibili.

E’ questo l’augurio che faccio alla Basilicata, alla sua task force, a tutti noi.

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