IL DIVINO IMPOSTORE

Ugo Maria Tassinari

Quando Luigi Cinque si affaccia sulla scena musicale italiana, a metà degli anni Settanta, Antonio Infantino è già un mito. Il contributo del giovane sax soprano è importante nella rapida evoluzione del Canzoniere del Lazio da gruppo di ricerca etnomusicale, nato sull’onda del folk revival dei tardi anni Sessanta, a band sperimentale che vivifica la tradizione con innesti jazz e rock.

Questa ricerca di nuove sonorità costituirà un pezzo importante della soundtrack collettiva dei movimenti politici e sociali che animano quella straordinaria stagione di lotte e di sogni. In questa ricerca Antonio Infantino si era già spinto molto avanti: “Era il tempo – spiega Luigi Cinque – del grande circo della fine dei Settanta.”

Il circuito alternativo giovanile era animato da migliaia di concerti in giro per l’Italia. Antonio Infantino, con i suoi Tarantolati di Tricarico, dovunque arrivava, su qualunque palco, era una presenza preziosa, enigmatica, eccitante, coinvolgente, folle. Pochi sapevano che egli aveva già un curriculum di tutto rispetto: architetto, cantautore, cantore nel “Ci ragiono e canto” di Dario Fo, poeta per Feltrinelli con Fernanda Pivano.

La più grande interprete della cultura beat in Italia, l’amica di Kerouak, Ginsberg, De Andrè, scriveva di lui che incarnava in senso letterale alcune delle cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi quarant’anni, pittore e artista visivo concettuale nella Firenze Fluxus e contemporanea di Berio e Giuseppe Chiari e il mitico “living theatre” di Judith Malina e Julian Beck. Insomma già nel 75 egli Antonio era un personaggio “unico e multiforme”

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La loro frequentazione e collaborazione ha cicli ventennali (come certi grandi prodotti dell’epica popolare: da Omero a Dumas): “Negli anni novanta – prosegue il racconto di Luigi Cinque – ebbi modo e possibilità di invitarlo nella mia Hypertext O’rchestra.  Abbiamo insieme vissuto esperienze indimenticabili in Etiopia, Brasile, Kenia, Colombia, in Sicilia e un po’ ovunque. Infantino sul palco è sempre stato impeccabile: un perfetto attore e un interprete eccezionale.

Era capace di stare seduto fermo per più di un’ora con gli occhiali scuri fissando il pubblico e poi esplodere improvvisamente e trascinarsi dietro migliaia di persone a ballare la sua forsennata Taranta che noi avevamo preparato e arrangiato adeguatamente.

Ebbi in quel tempo l’onore di partecipare con il mio sax soprano al suo strepitoso “Tarantrance”, cd che per la sua intima essenza techno/dance si classificò per qualche mese nella classifica americana del tempo che contava personaggi come Gloria Gaynor e Michael Jackson. Poi come spesso accade nel nostro mestiere ci perdemmo di vista restando tuttavia molto amici.

Passano ancora vent’anni per la nuova occasione: un concerto di entrambi, in Lucania tra il 2014 e il 2015. É lì, nello spazio magico tra Aliano e Tricarico che nasce l’ultima avventura: un film che sarà proiettato in anteprima nazionale venerdì 27 aprile, a Bari. “Quando proposi ad Antonio – ricorda Cinque che dell’opera è regista e protagonista – il titolo “The Fabulous Trickster” rimase per giorni perplesso perché il trickster è anche l’impostore, mi diceva, ma lo convinsi dicendogli che quel detto lì, nel folklore, quello studiato da Kereny e da Jung, è colui che presiede ai confini e con la sua genialità, ambiguità e ambivalenza, la contraddizione e il paradosso, mette in moto cambiamenti imprevedibili.

Il Trickster è colui che, contraddicendo l’ordine costituito, fa camminare una comunità. Prometeo nel mondo greco era a suo modo un trickster, il briccone divino, l’uomo che vive sul confine della regola e muove la comunità. 

The Fabulous Trickster è dunque il titolo del film, con un sottotitolo: “in viaggio con Antonio Infantino”, realizzato con il contributo di Lucania Film Commission e della Regione Lazio.

La presenza in scena dello stesso Antonio potrebbe indurre a considerare il lavoro un documentario ma, anche se oggi si fa una grande confusione, credo si tratti di cinema della realtà, con una sceneggiatura preesistente che ne determina il modo di girare.

Al di là di ogni considerazione ed etichetta, il film fa giustizia di un personaggio di filosofo, sciamano irregolare, e ultimamente molto trascurato e dropout, che ha avuto una valenza importante nella cultura meridionale”

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Antonio Infantino è il personaggio centrale del racconto insieme allo stesso regista/musicista (in scena come sguardo viaggiatore ) e a una giornalista. Attraverso lui e la sua musica affiorano luci e ombre di una cultura tradizionale, antica, mediterranea, meridionale e del suo disadattamento rispetto alla società mercantile postmoderna. E come per un’ “arca perduta” c’è una questione che intriga, interessa e coinvolge tutti i personaggi che incontriamo.

Tutti sono interessati al fenomeno del Tarantismo, alla sua misteriosa origine ma anche al suo più conosciuto risvolto popolare o al suo sfruttamento commerciale, o al suo intimo cuore alle sue origini molto arcaiche. In quella Metaponto di Pitagora e dei pitagorici che ancora oggi è una parte nobile della Lucania. A veder bene – ci dice Antonio – essa è un’anima precisa del Sud. 

“Il tarantismo – conclude Luigi Cinque – non viene fuori come qualcosa posto sotto il limite esistenziale delle classi subalterne che avevano la magia come unica possibilità di rassicurazione e che, poi, una dimensione sociale ed economica più evoluta avrebbe redento. No.

Quel tipo di “fuoriuscita dal mondo”, invece, appartiene all’oscurità della dimensione umana, alla perdita di se stessi, alla personale via di conoscenza ed è una declinazione dell’anima che si manifesta a qualunque stadio di evoluzione sociale e politica.

Insomma, siamo tutti, per una parte della nostra esistenza, dei tarantati. Orfeo che miticamente rappresenta l’oscurità è dentro ognuno di noi. Questo ci dice il vecchio Infantino, immigrato dal sud negli anni sessanta e costretto a essere “eccentrico”.

Nel film, Antonio è diverso, è una sorta di Don Juan, il mitico stregone yaqui, vero o inventato da Castaneda. Qui è un looser resistente, un vecchio beat disadattato. Parla con il corvo, una citazione pasoliniana, un corvo che, morta l’ideologia, vive da disoccupato; parla con le vacche podoliche della Transumanza lucana e ha continuato imperterrito i suoi concerti ritmorituali dovunque lo chiamavano a concertare. Qui, nel film, è il divino impostore”.  

 

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