Il mimo, la percezione e le leggi della fisica

Gianrocco Guerriero

Mi è capitato spesso, soprattutto mentre ero in giro per una grande città, di imbattermi in un mimo. Mi sono sempre fermato per qualche minuto ad osservarlo, rimanendo incantato ogni volta.
Quando egli imprigiona il suo corpo nel nero aderente di un costume e cela i sussulti cromatici suo volto sotto una patina di bianco, in modo che anche le emozioni possano rimanervi imprigionate sotto, beh, a quel punto, ciò che resta del suo essere è puro movimento. O pura quiete.
Il mimo, infatti, gioca sulle modalità della percezione. È una sorta di prestigiatore senza cappelli, conigli, piccioni o carte truccate. Usa le mani, le braccia, la testa, il corpo, ma i suoi veri attrezzi di lavoro sono fondamentalmente i sensi: quelli del pubblico, che lui deve modellare con le sue evoluzioni, facendo in modo che quelle possano riuscire a manipolare come tenera creta certe regioni neuronali della corteccia motoria (quelle mirror, diremmo oggi, dopo la scoperta dei neuroni-specchio) in virtù delle quali interagiamo col mondo e lo comprendiamo. Cosa che, in qualche modo, gli riesce di fare, senza problemi, e vedremo perché.
Del resto, è ben noto che ‘addomesticare’ con successo sistemi di fatto complessi è tutt’altro che impresa impraticabile: la termodinamica, ad esempio ci insegna che tre sole variabili (pressione P, volume V e temperatura T) possono facilmente rendere conto, in talune particolari situazioni, dei moti agitati e imprevedibili di un numero impressionante di molecole; in sinergetica, si chiamano proprietà emergenti e sono di natura rigorosamente non locale, in quanto ineriscono al sistema nella sua totalità e alle interazioni che lo caratterizzano. Nel nostro piccolo, controlliamo sistemi complessi ogni volta che impostiamo il termostato dei termosifoni, usiamo una pentola a pressione o semplicemente riscaldiamo l’acqua a una temperatura prestabilita per farci la doccia.
Ma torniamo al mimo. Egli non solo può farci vedere ciò che non c’è (un vetro, uno sgabello, una porta), ma riesce addirittura stravolgere le leggi della fisica: palloncini svolazzanti diventano pesantissimi; morbidi tovaglioli si irrigidiscono e oppongono un’inerzia inverosimile, ma palpabile, a ogni tentativo di modificarne la posizione nello spazio; un oggetto qualsiasi, come imprigionato in una buca di potenziale, può trascinarne la figura nera del mimo inesorabilmente verso lo stesso punto, mentre, nelle smorfie ondeggianti sul suo volto cereo, traspare tutta la forza d’attrazione vinta per guadagnare inutilmente pochi decimetri.
Se il mimo è bravo, lo spettatore può riuscire ad avvertire la stessa tensione muscolare da lui simulata, la stessa fatica, lo stesso sconforto (il ruolo dei neuroni specchio è quantomai evidente!) E dunque, preso da quella vampata di energia vitale che solo l’arte e poche altre cose al mondo sanno infondere, quello spettatore non può fare a meno di applaudirlo e ringraziarlo per avergli resi un po’ più chiari i meccanismi della propria percezione.
Ma qual è il trucco? Quali, in sostanza, le proprietà emergenti delle nostre dinamiche percettive che il mimo ha imparato a manipolare?
La risposta è semplice: è una questione di vincoli e di forze. Egli non fa altro che giocare coi gradi di libertà del movimento e con le forze a essi collegate,. Ma, al contrario di quanto accade in Natura, dove la causa precede sempre l’effetto, il mimo, girando abilmente la frittata, fa si che sia la mente dello spettatore, a evocare magicamente la causa, nell’attimo stesso in cui patisce l’effetto, fino a illudersi che quella l’abbia preceduto.
Mi spiego meglio con in esempio.
L’ultima volta che ho visto Un mimo esibirsi, questi, sevendosi di entrambi i palmi delle mani, pareva tastare una invisibile cupola che imprigionava il suo corpo, dapprima sufficientemente ampia da permettergli di allungare gli arti superiori fino alla massima estensione, poi man mano sempre più soffonde, opprimente: le braccia rannicchiate, i dorsi delle mani aderenti al volto in un ultimo estremo tentativo di liberarsi dalla terribile morsa, lenta ma inesorabile. Per un istante, mi è mancata l’aria!
Eccolo, dunque, il trucco del mimo: imponendo vincoli ai propri movimenti, ovvero riducendo i gradi di libertà (sei, per una figura solida rigida, in uno spazio tridimensionale; molti di più per un corpo estremamente articolato quale quello umano) riesce a ‘disegnare’ ostacoli direttamente nella mente dello spettatore, e a dar vita a centri di forza innaturali. A trascinarlo, insomma, in un mondo in cui le leggi fisiche sono diverse, capricciose, imprevedibili; un mondo tanto raccapricciante quanto estasiante, fuori dalla mera esperienza. Ma anche e soprattutto a renderlo consapevole del fatto che le cose vanno sempre girate e rigirate, prima che si possa sperare di cogliere in esse un barlume di verità.
Può darsi che adesso un atroce dubbio sfiori le vostre menti: la coscienza ha un ruolo rilevante, nel dare forma e senso all’Universo che ci circonda?
Io una risposta certa non ve la so dare. Chiedetela a Kant, semmai.
O, magari, a un mimo.

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