Il pendolo di Foucault: nichilismo imperante e cura di sé

Giovanni Laginestra

Oggi più che mai siamo vittime incosapevoli della filosofia progressista. Immaginiamo il mondo inteso come coacervo di relazioni informative tra esseri umani, come un luogo (fisico e non) governato dal progresso. Tuttavia giorno per giorno ci rendiamo conto che è una mera illusione: la vita è difficile. Sin da quando ci siamo differenziati in homo sapiens abbiamo trovato stratagemmi per prevalere come razza sugli altri animali. In un tempo relativamente breve, la tecnologia ci ha permesso di diventare la razza animale che governa il pianeta. Tuttavia questo processo di ascenzione al potere ci ha fatto, forse erroneamente, pensare di essere in qualche modo pivilegiati, degli dèi sulla terra.

La nostra condizione sulla terra resta tutt’ora fragile, in equilibrio precario. Lo testimoniano guerre, dilagare dell’ignoranza, soprusi, crisi economiche e politiche che costringono parte della popolazione a vessare in condizioni pessime, dolorose. Qual è allora il ruolo del soggetto pensante e illuminato? Operare una critica serrata oppure fornire speranza?

La filosofia esistenzialista ha trovato la sua declinazione letteraria in due correnti radicalmente opposte: da un lato il nichilismo di Sarte e di Dostoevskij, dall’altro l’umanesimo di Foucault.

Senz’altro le tragedie umane portano l’uomo a meditare sulla sostanziale inutilità della razza umana: è tutt’oggi attuale la formula pascoliana che descrive l’uomo come atomo opaco del Male. Ma ciò non ci deve lasciare senza speranza. Una prospettiva più lucida e aperta a nuove interpretazioni ci fa capire come l’uomo nelle epoche è sopravvissuto, come razza (mankind) alle tragedie. Anzi, non esisterebbe luce senza tenebra, non esiste che piattezza senza gradienti. In cosa dobbiamo aver fiducia, se siamo atomi inutili?

Possiamo trovar giovamento nella «social catena» di cui parla Leopardi ne La ginestra?

Lo spauracchio dell’essere umano è sempre stato la sostanziale finitudine che lo porta ad aver timore della morte. Da qui le riflessioni della filosofia del rapporto dell’esistente col nulla. Cos’è l’esistente se prima o poi dovra divenire nulla? In quali occasioni, durante la sua esistenza, sperimenta questa dialettica?

Sovente ritornano in mente le immagini di Sarte de la nausea, in cui la foglia nel suo movimento articolato ricorda al non-protagonista la sua miserrima condizione. Al contempo lo studente che studia nella biblioteca tutti i libri in ordine alfabetico passando dalla storia alla cosmogonia con voli pindarici impossibili nella vita reale ci ricordano quanto spesso la cultura disinteressata sia solo un divertimento , un modo per ingannare la morte.

Se non vogliamo abbracciare il nihilismo assoluto che porterebbe in un batter d’occhio all’annientamento dell’essere umano, dobbiamo indagare dove poggia il nihilismo coscienzioso per poi approdare a una nuova forma di umanesimo. Dostoevskij ne I fratelli Karamazov , afferma <<se Dio non esiste, tutto è permesso>>. Oggi abbracciando lo scientismo e l’idea di progresso che ci fornisce la teoria darwiniana dell’evoluzione abbiamo incautamente rimosso la necessità del divino, del sacro nelle nostre vite.

«Gott ist tot! Gott bleibt to! Und wir haben ihn getötet!>> affermava Nietzsche nella parabola del folle. Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso. Ma cosa rappresenta Dio? Dio è innanzitutto senso del limite. Oggi abbiamo ucciso anche il padre, la legge. I rapporti tra esseri umani sono diventati una grande carnevalata o pagliacciata. Hans Schnier il protagonista di Ansichten eines Clownst di Heinrich Böll non riesce più a fare la sua professione perché ormai sono tutti dei clown.

Il clown ha la funzione di prendere il giro la società dalla prospettiva del folle. Il clown ha qualcosa di inquietante e di dissacrante allo stesso tempo. Come poteva la Germania del dopoguerra cancellare il dramma della guerra atomica e ritornare ad essere ottimista e progressista?

L’essere umano con la seconda guerra mondiale ha rischiato l’autoannientamento. La follia incarnata dallo sguardo gelido di Hitler è oggi più che mai viva. Hitler è diventato un emblema. La filosofia che ne è venuta dopo ha cercato a volte invano di restituire un ordine al mondo. Ma di quale ordine possiamo parlare se non c’è più la speranza di una vita ultraterrena? Come sostiene Roberto Calasso, direttore della casa editrice Adelphi, l’ordine post bellico lo si è trovato in quelle villette a schiera statunitensi, con la staccionata bianca, il padre preso dalla carriera e la mamma che accudiva i figli, un cane e un auto da svariate centinaia di cavalli per i viaggi in famiglia.

I temi filosofici si sono ridimensionati all’esistente più che all’Essere. E qui veniamo all’umanesimo di Foucault. Il male di vivere, formula montaliana che riassume parte del pensiero dominante della nostra epoca, ha bisogno di anestetici. L’anestesia è la cura di sé,

Qual è il motore trainante se non c’è l’ordine e la pace interiore che le religioni riuscivano a donare in condizioni economiche ben peggiori di quella attuale? L’ordine è solo un ordine economico, non spirituale.

Coloro che si professano buddisti, cattolici, vegani, turisti, atei, terroristi sono solo delle sette. Se Dio è morto tutto è permesso. Cambiare religione, ritrattare i proprio credo e le proprie prospettive. Tutto è lecito a patto che tu sia capace di sostenerti economicamente. Sembra tragico, ma è così. L’autosufficienza economica oggi è l’unica cosa che davvero importa.

Dove andremo? Questo stato delle cose per quanto tempo sarà sostenibile? 

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.