Il Piano che non ti aspetti

Il Piano che non ti aspetti

Succede che la stessa amministrazione comunale di Potenza che nei giorni scorsi, in maniera sconsiderata faceva passare il transito di un camion a scopo prevalentemente commerciale come un’iniziativa istituzionale, poi ci sorprenda, stavolta in maniera positiva, con la presentazione di un documento organico riguardante la pianificazione e l’organizzazione delle attività culturali in città.

Si tratta, come si legge sulla prima slide di una curata presentazione, del Piano Triennale della Cultura e del (tentativo) di rilancio dell’immagine e del ruolo di Potenza.

Proveremo a fare alcune considerazioni sul corposo lavoro presentato (una settantina di pagine) nei limiti, ahinoi, dello spazio concesso al redattore e confidando, magari successivamente, di poter analizzare singolarmente il portato delle numerose azioni presentate nel piano.

Già nell’introduzione l’assessore D’Ottavio manifestando (o ribadendo, ove ce ne fosse ancora bisogno) il ruolo che la cultura può assumere nei processi di crescita civile ed economica di un territorio, presenta, a nostro parere, la prima vera innovazione metodologica sul lavoro svolto. Vale a dire, essersi avvalsi per la stesura del piano di una task force esterna all’amministrazione guidata da Giampiero Perri, un manager della cultura che ha ampiamente dimostrato nella sua carriera quanto possa essere felice il connubio fra attività culturali e attività produttive.

È un passaggio non da poco perché in qualche modo spezza l’ortodossia che fino all’altro ieri voleva che i piani culturali fossero o dovessero essere il frutto, corretto in linea di principio ma non sempre efficace, di un faticoso approccio bottom up o di fumose consultazioni nelle quali finiva che ogni operatore si faceva portatore, prevalentemente, dei problemi legati alla propria attività o settore di competenza.

Invece qui ci troviamo di fronte ad un’azione sistemica dove oltre a un’adeguata analisi di scenario e una buona ricognizione dell’offerta esistente, in venti punti vengono elencate dall’alto alcune linee guida che hanno la velleità di andare oltre le singole necessità operative per affrontare un “indirizzo e un’idea nuova di città”.

Solo successivamente, ci sembra di capire, ci sarà una giusta apertura, mediante un opportuno confronto con gli operatori, alle istanze provenienti dal basso.

Non mancano deficit progettuali (per esempio, viene solo accennata la disciplina del settore teatrale o quella delle istituzioni artistiche consolidate in città o, ancora, con quali modalità saranno gestiti i progetti già individuati nel piano) che sicuramente potranno essere colmati nella presumibile immediata stesura di un piano operativo; perché è bene dirlo, quello presentato è un poderoso piano strategico che mostra le migliori intenzioni di indirizzo ma che poi dovrà fare i conti con la fattibilità delle singole azioni immaginate nel piano.

Sicuramente andrà esplicitato meglio l’accesso paritario di tutti gli attori alla programmazione degli eventi definendo in maniera dettagliata i caratteri distintivi che favoriranno eventuali premialità ai progetti. Né, ci sembra, si faccia alcun riferimento, al fine di condividere un linguaggio comune, a processi di formazione o alfabetizzazione.

Il resto, dopo 20 punti programmatici, ci sembra la migliore raccolta possibile, sicuramente non esaustiva, della esperienza ideativa degli ultimi 10 anni in città. Una ricognizione degli asset cittadini e un elenco di implementazioni artistiche nei quali molte organizzazioni culturali della città possono giustamente riconoscere la propria primogenitura a dimostrazione, da un lato, che non siamo all’anno zero e, dall’altro, che il vero valore del piano sta proprio nell’aver definito un “documento”, dove pur non definendo le modalità operative degli interventi, ne vengono, in tutti casi, espressi gli obiettivi e finanche i risultati attesi. Il tutto con ampio ricorso, e qui si vede la mano felice del tecnico, al principio di complementarità (le risorse per intenderci) affinché l’intervento non sia isolato da altri progetti o azioni già operanti sul territorio di riferimento nell’ambito di programmi regionali, nazionali e comunitari.

Una considerazione a parte (e finale) ci piace farla, invece, su un passaggio cardine dell’impostazione culturale del piano presentato. Ci riferiamo al rapporto della città con un territorio più ampio, quello che va oltre i confini municipali, e al valore del termine “capoluogo” più volte ricorrente nei titoli del piano e, se vogliamo, al valore comunicazionale che questo assume. Se è vero, come ampiamente esplicitato nel documento, che un elemento strategico di successo sarà l’interazione della città con la popolazione e le istituzioni dei paesi dell’hinterland che nel corso degli ultimi 50 anni tanto hanno dato alla composizione culturale della città, che senso ha, in un momento storico di grande disagio affettivo verso il capoluogo che non riesce a farsi riconoscere come tale voler affermare questo valore primatista? Se ne parlava già quando fu lanciato il concetto di città metropolitana, lasciamo che siano i territori limitrofi e le loro popolazioni dopo aver colto i vantaggi derivanti da questa mutualità a riconoscerci come Capoluogo.

Potrebbe sembrare un problema di comunicazione ma la comunicazione è un’opportunità e mai un problema, in realtà è una inutile strizzata d’occhio alla pancia di certi settori cittadini tanto prolifici sui social quanto assenti nella realtà operativa culturale di Potenza.

Piuttosto che rivendicare ruoli ci si ripieghi a rendere quanto più possibile reale il quadro ottimamente disegnato nel piano, lo si faccia con amore, con competenze, coinvolgendo in maniera generosa e fraterna le comunità limitrofe, nessuna guida si può imporre, i ruoli si conquistano sul campo questa fa la differenza tra un capo e un tiranno.

Buon lavoro a tutti per far valere, nella cultura, la Potenza dell’Amore.

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