IL SOGNO DI GIUSEPPE

Ugo Maria Tassinari

Questa storia comincia come un romanzo del commissario Montalbano. Con un sogno. E una data precisa: la notte tra il 12 e il 13 settembre scorsi, tra la festa della Madonna e quella di San Giovanni Crisostomo.

Un dottore della Chiesa che tra i tanti meriti ha quello di aver fondato ospedali nella sua diocesi, Costantinopoli. Giuseppe dorme male ed è agitato: la sua giovanissima sposa è da una decina di giorni in ospedale. Una gravidanza sofferta, con minacce di aborto nel corso del primo trimestre. Ora Eleonora è arrivata alla ventiduesima settimana e mezzo e la situazione è sempre più critica.

A inizio mese è andata a fare l’ecografia morfologica da cui è risultato un impianto basso della placenta. Dopo qualche giorno le perdite ematiche suggeriscono una corsa in pronto soccorso. La visita ginecologica mostra una dilatazione di tre centimetri e impone il ricovero.

Dopo due giorni comincia il travaglio: alla ventunesima settimana è una condanna a morte per la creatura. I farmaci somministrati per fermare le contrazioni non sembrano produrre effetti poi, improvvisamente, dopo tredici ore, la situazione torna sotto controllo. L’amore e la forza di volontà aiutano i due giovani a reggere questa prova durissima ma Giuseppe ha paura.

Così quella notte gli appare in sogno Maria, la mamma di Gesù: la vede posare la mano sulla pancia di Eleonora, ne trae un cattivo presagio. La mattina si confida disperato con sua madre: “Mamma, è venuta a salutarla. Oggi finirà”. La donna lo consola e lo conforta: “Ma che dici, andrà tutto bene. L’ha benedetta”. Per fortuna Giuseppe si sbaglia, sua madre no.

Passano poche ore, infatti, e la situazione precipita. Due violentissime contrazioni annunciano un parto che a questo punto non si può più rimandare. A ventidue settimane e tre giorni le speranze di sopravvivenza sono insignificanti e così ginecologa e ostetrica preparano Eleonora al peggio. Non chiamano neanche dal reparto di Terapia intensiva neonatale il rianimatore che è d’obbligo per i parti ultraprematuri. Per fortuna si sbagliano anche loro.

Il parto è veloce e la creatura è viva e vitale. Arriva di corsa dalla Neonatologia il medico di turno. Per i parti sotto le 24 settimane tocca alla sua scienza e alla sua coscienza la decisione se procedere alle manovre rianimatorie, nella consapevolezza dei rischi dei segni che la gravissima immaturità potranno lasciare nel corpo e nella mente del neonato. Rosa Lapolla non ha dubbi: la creatura pesa appena 580 grammi ma è vivace e sarà intubata. Per fortuna la dottoressa non si è sbagliata.

Il parto è stato così veloce che Giuseppe non ha fatto a tempo ad arrivare in ospedale e così tocca ad Eleonora decidere da sola il nome da dare al dottore per compilare la cartella clinica della neonata. Non hanno avuto tempo di parlarne e di decidere (era così presto, accidenti) né Giuseppe le ha raccontato il sogno premonitore. Eppure il cuore della mamma non ha esitazioni: la creatura si chiamerà Maria.

La piccola, è il caso di dire, ha una fibra da combattente: affronterà e supererà tante e difficili prove, dalla severa insufficienza respiratoria all’intervento alla retina, dalle crisi ematiche alle infezioni batteriche, ma all’interno della culletta della terapia intensiva, sistemata perché somigliasse quanto più possibile al ventre materno, continuerà a rafforzarsi e a crescere. Ci vogliono più di sei mesi ma a fine marzo Maria pesa quasi quattro chili, è alta 51 centimetri, respira da sola. É pronta  per tornare a casa. É la Domenica della Palme.

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