INTELLETTUALI, POTERE E CORAGGIO

INTELLETTUALI, POTERE E CORAGGIO

Qualche giorno fa, in una bellissima serata organizzata insieme a dei giovani amici, abbiamo parlato della beat generation, abbiamo letto brani, abbiamo letto poesie, abbiamo ascoltato musica.
Io ho letto un paio di brani da un libro di Pasolini evocativi del periodo, degli eventi, degli umori dell’Italia degli anni ’70.
Leggendo il famoso discorso “il romanzo delle stragi” mi sono soffermato a fare due considerazioni sul ruolo degli intellettuali e sul coraggio che è necessario per potersi autenticamente ritenersi tali.

Oramai nel nostro paese il ruolo dell’intellettuale è concepito solo come “embedded”, ossia integrato, rispetto ad uno schieramento, la sua capacità di analisi e di interpretazione è diventata non uno strumento a servizio della collettività ma un’arma da usare contro l’avversario o per addomesticare menti meno sofisticate.

Anche in passato il ruolo che hanno svolto gli “intellettuali” è stato spesso questo, ciò non di meno penso che ogni secolo abbia beneficiato del pensiero di una sparuta, ma visibile, minoranza non (o poco) allineata.
Dal marasma informativo degli anni del Web e dei Social Network, nonostante l’enorme ampliamento della platea, questa minoranza non riesce ad emergere, a condizionare, se pure esiste è troppo diluita o poco coraggiosa.

Magari la sensazione che ne ho io è parziale e parzializzata dalla mia posizione periferica, dalla mia capacità di analisi, lettura, interpretazione, ma magari anche no.
Gli spazi informativi social, web, televisivi, radiofonici, pur nella enorme affollamento di pareri, di giudizi, di critici e interpreti, sembra piuttosto un deserto di indipendenza dal potere, ovvero un’arena in cui sfidarsi a colpi di sarcasmo, ironie, rinfacci o magari in una gara di autorevolezze certificate.

Tutto questo lasciando gli spettatori nel marasma della discussione perennemente conflittuale, non definitiva e sopratutto privi degli strumenti minimi di convincimento fatta eccezione per la propria pancia.

La pancia degli italiani.

L’oggetto del desiderio dei più. L’obbiettivo a cui ambiscono tutti sia pure con metodi diversi.

Il Salvini che lancia proclami trogloditici per aizzare il “popolo della terza media” e convincerlo e che al mondo non esistono competenze e che col cosiddetto “buon senso” tutto si può analizzare e giudicare, non è poi molto diverso dal Renzi che arringa i suoi alla riscossa o dallo Zingaretti che sorride, apparentemente pacifico, con l’arietta di superiorità intellettuale o, infine, dalla Meloni che alterna fascisterie a tentativi di accreditarsi come l’unica dotata di senso dello stato.

Ciascuno di questi leader applica la regola della pancia, titilla gli istinti, bassi o alti che siano, della sua parte; ciascuno di questi leader, in definitiva, parla ai suoi e dice alla sua parte esattamente ciò che questa vuole sentirsi dire.

Questa regola è filtrata in tutti i livelli della politica, in Basilicata abbiamo avuto esempi numerosi di come ciascuno oramai parla ai suoi e basta.
La mozione sull’antifascismo presentata in Comune di Potenza dalla sinistra del Prof. Tramutoli risponde a questa necessità, così come alla medesima necessità risponde la reazione della destra con la vergognosa censura sul testo operata da una maggioranza incapace di gestire questi argomenti senza mostrare una monumentale coda di paglia.
Stessa cosa sono i proclami del Segretario Regionale di Fratelli d’Italia la cui unica apparente attività politica appare il tentativo, assai goffo in verità, di forzare la normalità amministrativa per ottenere il via libera ad una sua iniziativa imprenditoriale.
Che peccato, mi ricordo di un partito in cui si parlava di merito, di sostanza, di rompere l’egemonia di un sistema di potere costruito per alimentare vantaggi personali e privilegi, che tristezza mi fa vedere il suo segretario regionale fare ragionamenti pseudopolitici in una trasmissione sportiva.
Ai molti amici che conosco e che stimo di quel partito, sia pure nelle grandi differenze ideologiche che oramai ci separano, mi permetto di dire da un lato coraggio, adda passà ‘a nuttata, dall’altro, ve l’avevo detto! Quando si abbandona la via del riformismo per diventare un partito identitario quello che accade è che poi arrivino diktat da Roma a cui bisogna obbedire.

Forse l’unica eccezione in questo momento, almeno in Basilicata, a differenza di quanto accade a livello nazionale, è il silenzio del Partito Democratico che appare sempre più come un arcipelago di isole scollegate. Ma forse è solo una sensazione, e sotto il pelo dell’acqua c’è chi sta lavorando per ricostruire una trama politica. Indipendentemente da come la si pensi, sarebbe una buona cosa.
Per il resto è un gioco di specchi, di divisioni, di personalismi che allontanano sempre di più quest’area politica dal paese che, viceversa, mai come oggi avrebbe bisogno di partiti in grado di portare avanti istanze di sinistra, una visione dell’organizzazione dello stato e della convivenza civile che tuteli i diritti di tutti partendo dai più deboli.
Ma per occuparsi delle classi disagiate bisogna conoscerle e non sarà questa sinistra borghesissima ad assolvere a questo compito.

Del resto sarebbe una buona cosa se qualcosa accadesse anche a destra (o nel centro destra), l’ondata dei lanzichenecchi prima o poi si ritirerà e l’attuale classe dirigente dovrà lavorare per costruire una destra di governo credibile (quella attuale, fatta salva qualche rarissima eccezione, non lo è) e magari candidarsi, in Basilicata e nel meridione d’Italia, a governare il cambiamento a servizio del sud senza subire le indicazioni dell’ennesimo commissario politico lombardo.
Allo stato attuale infuria la lotta senza quartiere tra i diversi capi, capetti e aspiranti tali e non se ne vede la fine. Con buona pace degli evviva dei “vecchi camerati” che si consolano con la sensazione di avere vinto almeno una volta e che, ahimè, a me paiono gli unici veri sconfitti da una destra che si accontenta di apparire quando una volta, almeno, cercava di essere.

Perché dico ex-centro destra?
Il centro non esiste più, i liberali, i cattolici, si sono fatti schiacciare dall’ondata sovranista, sono la ridicola foglia di fico, utile rifugio dietro cui nascondersi dopo aver buttato fuori l’ennesima guasconata dal retrogusto neofascista. Sono chincaglieria da vetrinetta, lauree dell’Università dell’Organza della Sbuzzicosa del libero stato di Anasilia che un bottegaio ignorante espone nello studio con i libri mai aperti per darsi un tono.

Ma tutto ciò che ho scritto e raccontato, ciascuno dei riferimenti che ho fatto sarebbero da analizzare, approfondire, alcuni dei personaggi che ho citato sarebbero da mettere sotto la lente di ingrandimento per capire il perché e il per come, per capire chi c’è dietro e chi c’è davanti, per ricostruirne la storia personale prima e politica poi.
Alla fine ho solo scritto l’indice di un racconto complesso che sarebbe invero ineressante da scrivere per comprendere meglio cosa accade in Italia e in Basilicata. Ci vorrebbero degli intellettuali, dei giornalisti, dei cittadini, delle donne e degli uomini che avessero voglia di dare una interpretazione indipendente.

Ma per dire le cose come sono, per fare gli intellettuali indipendenti (che è cosa diversa dal dire obiettivi) ci vuole coraggio, appunto quel coraggio che aveva Pier Paolo Pasolini, che hanno avuto pochi altri dopo di lui, e che ora non c’è in misura sufficiente.

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