IO? QUALUNQUEMENTE POPULISTA!

Rosario Palese

 

Mi chiederei, se fossi un uomo saggio, quale possa essere oggi il senso della parola politica e quale possa essere il ruolo dei politici, visto che viviamo in un tempo in cui, i pronipoti dell’Uomo qualunque, sono persuasi che ogni voto dato è un voto sprecato, e che le elezioni in fondo sono solo una sorta di regolamento di conti tra classi dominanti.

Se le cose vengono realmente percepite così, perché noi ci accaloriamo ancora?

Si l’ho sentita! Non sarò saggio, ma ci sento ancora, avete detto “populista!”.

Così? Senza neanche farmi finire il discorso? Va bene allora, rompendo un tabù accetterò il ruolo: dopo chi “non voterà così”, chi invece “questa volta voterà così”, chi “non voterà mai così”, bene, io orgogliosamente e qualunquemente voterò populisticamente.

Del resto l’esser cittadini richiede sforzo, oltre che rigore intellettuale: dovrei studiare tanto, leggere, approfondire concetti fondamentali come la “democrazia”, il “liberalismo” (non il liberismo), la partecipazione, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà…ma chi me la fa fare?

Onestà? Ah certo…ma quella per me è una precondizione!

Qui si parla di aspettative e di futuro, allora lo dirò con le parole di un politico di razza, Cetto La Qualunque: “Cari amici e sdraiabilmente amiche elettrici, mi è stato chiesto “cosa mi aspetto da questa campagna elettorale?”, “na beata minchia!”.

Del resto l’esprimere un voto populista risolve una serie di questioni teoriche nient’affatto facili da illustrare; immagino l’immensa difficoltà che proverei nello spiegare a mio nonno – fine esegeta dell’adda turna’ baffon’ – che molti compagni cresciuti a Botteghe Oscure, nel tempo, si sono messi in testa una nuova ideologia Lib-Lab totalmente spalmata sulle esigenze del fantomatico mercato; e ancora, come potrei mai confidargli che la sua sinistra intanto ha rinunciato a cambiare il mondo e che a forza di “sì, ma anche no!” si è dimenticata – come una qualsiasi forza reazionaria – di quei pochi operai rimasti ad aspettare il Sol dell’avvenire?

No, nonno non era tipo da eterogenesi dei fini, il dialogo sarebbe stato interrotto dal suo bastone.

Il 4 marzo si avvicina ed io so che voterò bene, ne sono convinto, perché noi populisti sappiamo scegliere per il bene comune.

Noi rottameremo tutta questa classe dirigente che ha rovinato il Paese, anche perché dove cogli, cogli sempre bene: vergogna!

Noi rimpatrieremo tutti gli immigrati, ma per amor del cielo, poi li aiuteremo a casa loro. Certo, quando dovrò convincere qualcuno su questa mia svolta ideologica ed esistenziale, sarò necessariamente costretto ad omettere una serie di cose, tipo l’elenco dei popoli che hanno fanno nascere il popolo italiano (ostrogoti, bizantini, longobardi, arabi, svevi, normanni, angioini, aragonesi, francesi, spagnoli, etc., etc., etc.) o che noi italiani quando emigravamo oltre alle speranze, la fame e qualche pidocchio esportavamo anche la mafia.

Ma mi preoccupo per niente, nessuno si ricorda mai nulla e quindi non ci sarà bisogno di nessuna omissione!

Noi, che rappresentiamo il popolo, faremo in modo di dimezzare lo stipendio dei parlamentari, poi per ringraziarvi dei danari restituiti, con garbo, vi dedicheremo un bel Vaffa-day.

Noi azzereremo le tasse, abbasseremo il debito pubblico, daremo incentivi alle imprese e, alle prime 100 telefonate, un abbonamento a YouPorn Premium per i maschietti e un corso avanzato di burlesque per le ragazze: l’educazione degli italiani prima di tutto.

Per chiudere, parlando alla parte più importante delle persone, la pancia, bisogna ricordare che: “Qui siamo in guerra, e io non faccio prigionieri. Tu mi voti, ti trovo un lavoro e ti sistemo. Tu non mi voti, ‘n tu culu a te e tutta ‘a famigghia!”.

Indistintamente

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