ITALIA, ROMA, 14 APRILE 2168

redazione

Il segretario camminava con passo dritto lungo i corridoi del Quirinale. Il colpo dei suoi tacchi rieccheggiavano fra le pareti affrescate del XIX secolo e le vetrate alla sua sinistra. Il sole era ormai alto e le ombre si facevano sempre più corte; scrutò per un istante il cielo senza rallentare il passo e pensò che presto ci sarebbe stata la preghiera di mezzogiorno. Arrivò alla fine del corridoio, davanti ad una porta di legno chiusa e con due corazzieri in alta uniforme a presiederla. “È ancora nel suo ufficio il Presidente?” Il soldato alla sua destra annì. Lui si schiarì la voce, addrizzò la schiena tirando verso il basso la giacca e dopo aver messo una mano sul pomello aprì la porta con un solo gesto, pacato ma senza esitazioni. In un solo passo fu dentro; il Capo dello Stato era affacciato su piazza del Quirinale e teneva le mani giunte dietro la schiena. “Signor Presidente, manca solo lei in Parlamento”.

“Sì, arrivo” ma rimase immobile come se tutto il suo corpo fosse ancora immerso in profondi pensieri. Il segretario attese qualche istante poi richiuse la porta per conferire con lui. Appena l’uscio fu chiuso le spalle gli si rilassarono. “Non sei mai riuscito a sopportare l’etichetta, vero?” gli scappò un sorriso vedendo l’amico stretto negli abiti delle grandi occasioni. “Ti ho sempre ringraziato per questo lavoro” prese ad avvicinarsi al Capo dello Stato “ma sono certo che godi a vedermi in abiti tradizionali italiani” e lo vide coprirsi la bocca per nascondere la sua soddisfazione. Ma aggiunse: “Perché stai ritardando?”

Il cambio di tono lo fece tornare serio; si voltò ancora sul panorama romano. “Tra poco andrò ad approvare una legge che ritengo dannosa per il nostro Paese” sbuffò e raggiunse il centro dello studio. “Italia!” Urlò alzando le braccia al soffitto. “Perché non comprendi?!”

“A volte non ti capisco” il segretario sganciò i due bottoni della giacca e allentò la cravatta. “Sono passati più di cento anni dalla Rivoluzione, possibile che tu abbia ancora paura?” Si accomodò su una poltrona ma si rialzò subito vedendo una bottiglia di vino con accanto due calici. “Dovremmo brindare, piuttosto”. “Brindare? E per cosa? Sai bene che i cristiani sono una minaccia, i padri dei nostri nonni sono morti per questa bandiera” fece un passo di lato e tese il drappo legato ad un’asta di metallo. “Le cose cambiano” il segretario guardò il tricolore della bandiera italiana e fissò la mezzaluna rossa disegnata nella banda bianca centrale. “Sei troppo rigido, fratello mio” e lo raggiunse al centro dello studio con due calici di vino. “A scuola islamica ti hanno mai detto che l’alcool era proibito fino a cent’anni fa?” Gli diede uno dei bicchieri. “E adesso guardaci, siamo i maggiori produttori mondiali di vino. Esportiamo in tutto il mondo, le nostre aziende prosperano” fece un sorso e chiuse gli occhi per un istante. “Questa è la nostra terra, lo senti il sapore delle colline Toscane? Quando andrò in pensione rileverò il vigneto di mio padre. Appartiene alla mia famiglia da quattro generazioni”.

“Tu sei sempre stato troppo comprensivo”.

“Diplomatico, amico mio, diplomatico”.

“Come darti torto” assaggiò anche lui. “È il tuo lavoro” guardò il bicchiere. “Zaahid, non ti biasimo se mi ritieni un retrogadro, ma io devo salvaguardare il mio popolo, le nostre tradizioni”.

“Non puoi fermare il progresso, lo sai anche tu. I cristiani non sono più una sparuta minoranza, e molti di loro sono italiani da generazioni. Proprio come noi” con un ultimo e lungo sorso svuotò il bicchiere come a volersi togliere quell’ingombro tra le mani. “Basta, ti prego. Questa faida deve finire. Anche nell’omelia della Moschea di San Pietro si è parlato di fratellanza tra le fedi” gli si avvicinò d’un passo. “Mohamed, tu non sei solo il custode della tradizione islamica, sei anche l’uomo che porterà l’Italia in una nuova generazione”.

(Michele Brizzi)

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