LA BELLA CACATA DI RIVOLUZIONI CHE NON LO ERANO

Ida Leone

È successo e continuerà a succedere, eppure nessuno sembra avere voglia di prendere il fenomeno in debita considerazione. Ed il fenomeno è questo: quando si sta fuori dal governo di qualcosa, fosse pure l’amministrazione di un condominio, sembra facilissimo riuscire a cambiarla.

Si guarda con (finto) stupore, (finta) buona fede e molti insulti all’assenza di qualcuno che pensi a come porre rimedio a quella situazione lì. “È facilissimo: si fa così e cosà, solo questi imbecilli al governo non sanno come fare. Qui ci vorrebbe una rivoluzione!

Ecco, la rivoluzione: un atto improvviso e spesso violento, che cambia radicalmente un modo di agire, di programmare, di governare. Qualcosa che rovescia in modo drastico un prima facendolo diventare un dopo migliore, almeno nella testa di chi la rivoluzione la progetta e la mette in atto.

Bisognerebbe però stare attenti quando si parla di rivoluzione, specie se è qualcosa che viene promessa in una campagna elettorale.

Ad esempio: subito al di sotto del potere politico, nella pubblica amministrazione, c’è il mondo del funzionariato, e soprattutto c’è quasi sempre un sistema di regole che certo, possono essere migliorate o addirittura stravolte, ma non nei tempi brevi della rivoluzione promessa.

Occorrono tempi lunghi, molta pazienza, le idee chiarissime, e un livello tecnico dei suddetti burocrati molto alto, oltre che una apertura mentale molto predisposta al cambiamento. Talvolta, non ci si si riesce in ogni caso. Ma anche oltre le regole e le leggi, ci sono contingenze, punti di vista non considerati, circostanze ineludibili, meccanismi non smantellabili se non si hanno una ampia visione di futuro e molto tempo a disposizione.

E allora ecco che la promessa rivoluzione si impantana, in buona o in mala fede. Infilare le mani fino ai gomiti nella terra (per non dire altro) della vita amministrativa, regolata da precise leggi difficilmente eludibili, vuol dire comprendere tutto ad un tratto, da dentro, che la rivoluzione non era poi così facile. E bisognerebbe avere il coraggio di non prometterla.

Bisognerebbe volare più basso, non parlare mai di rivoluzioni ma di cambiamenti possibili. Bisognerebbe avere il coraggio di dire, come ho letto che una amministratrice torinese abbia detto: “non vi faccio una promessa, mi prendo un impegno”. Che non è la stessa cosa.

Perché se no, nel contrasto insanabile fra fantasia e realtà, quello che succede, fatalmente, è l’instaurarsi di una nuova lingua, e la riscrittura di una storia anche molto recente, nella quale ad esempio quello che prima era “inciucio” diventa “atto di responsabilità”, quello che era “mai con quelli al Governo” diventa “alleati affidabili”, quello che era “subito l’Italia fuori dall’Euro” diventa “non abbiamo mai pensato di uscire dalla moneta europea”.

 

Bispensiero è un termine coniato da George Orwell per il suo libro di fantascienza distopica “1984”, utilizzato dal Partito del Grande Fratello per indicare il meccanismo psicologico che consente di credere che tutto possa farsi e disfarsi: la volontà e la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto, in modo da non trovarsi mai al di fuori dell’ortodossia, dimenticando nel medesimo istante, aspetto questo fondamentale, il cambio di opinione e perfino l’atto stesso del dimenticare.

Chi adopera il bipensiero è quindi consciamente convinto della veridicità (o falsità) di qualcosa, pur essendo inconsciamente consapevole della sua falsità (o veridicità). Il bipensiero è ipoteticamente essenziale nelle società totalitarie che, per definizione, richiedono un’adesione costante di fronte a mutevoli linee politiche.

George Orwell, nel 1948, aveva già immaginato un mondo così. Ma per lui era fantascienza.

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