LA CENTRALITÀ DELLA PERSONA NELL’ERA DEI ROBOT

Vito Verrastro

 

A furia di proiettarsi nel futuro, si rischia di rimanerci intrappolati.
Un po’ come accade a chi ripensa sempre al passato e a scelte magari errate da cui non riesce ad uscire, ripetendosi come in un loop infinito il proprio rimpianto. Spirali immaginarie e improduttive che si possono sopprimere vivendo nel “qui ed ora”, che non è il “campare alla giornata” comunemente inteso, ma piuttosto una maniera equilibrata di gestire una presenza costante con se stessi e con il proprio mondo emotivo. Certo, non è mica semplice, avviluppati come siamo in un clima (anche mediatico) che ci porta inquietudine e scarsa serenità, soprattutto sul fronte lavorativo, quello di cui ormai da sei anni mi occupo grazie a Lavoradio, magazine che mi consente di essere “sul pezzo” ogni settimana.

E quali considerazioni traggo quest’anno, dopo aver incontrato centinaia di ceo, startupper, imprenditori, professionisti, esperti, andando a lavorare su Milano, Roma, Bergamo o portando a Potenza personaggi del calibro del mitico Robin Good? Che nell’era della robottizzazione, la centralità della persona è e resta una componente fondamentale in grado di fare la differenza, sempre e ad ogni latitudine. Uno dei paradossi è che ci stiamo preoccupando del fatto che le macchine ci toglieranno presto il lavoro, ma nel frattempo facciamo ben poco per allenare le nostre skill e soprattutto le soft skills, le competenze trasversali (o competenze della vita) che coincidono con il nostro “saper essere”.

Quelle che incidono sul comportamento, sugli atteggiamenti, sull’approccio corretto nell’affrontare un problema o nel lavorare con le altre persone, ma anche sulla capacità di incidere e decidere, di esercitare una leadership che a volte si concretizza anche nel non seguire la massa, nello sviluppare il pensiero critico, nel decidere di rompere gli schemi. Pensiamo troppo spesso a chiedere (o pretendere?) diritti e garanzie che ormai non esistono più, o a difendere orticelli sempre più aridi, e siamo generalmente poco disposti a “dare”, che è la vera chiave per porsi in maniera costruttiva. E così, orientando lo sguardo sui fattori esterni e poco dentro di noi, finiamo spesso per disperdere quella centralità umana che per noi italiani può essere davvero l’arma in più: passione, creatività, ascolto e curiosità non sono (o erano) doti tipicamente made in Italy? E allora, vediamo di rispolverare queste virtù, utilizzando meno i social per “cazzeggio” e più per sviluppare il personal branding e fare networking. Troppo inglese, dite? Beh, nel presente sempre più globale le distanze si abbreviano e c’è bisogno di una lingua che unisca. E, nonostante la Brexit sembrerebbe indicare propositi di divisione, l’inglese è parlato ormai da un miliardo di persone al mondo (tra prima e seconda lingua) e diventa per questo anch’esso una competenza da possedere.

Se la cosa vi spaventa, pensate che in alcune scuole elementari del Nord si inizia ad insegnare il Mandarino (oltre un miliardo di persone parla anche la lingua cinese).

Perché il futuro non arriva all’improvviso fra qualche tempo, ma si costruisce partendo dall’oggi. Se non ce ne siamo ancora accorti, può essere il momento giusto per rifletterci su…                 

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