LA CITTA’ NON RISPOSE

Luca Rando

Caro Pino, sarà l’età che avanza, ma il Natale mi porta sempre alla mente il passato: ricordi felici dell’attesa dei doni, la città illuminata a festa, i giochi, gli amici, ma anche la morte e il dolore, e l’angoscia del corruttibile. Bene e male indissolubilmente legati tra loro, come avviene naturalmente in una vita. All’epoca ero rigoroso nella divisione in bianco e nero, non esistevano sfumature (tantomeno di grigio). Ho imparato, col tempo, che a volte è necessario andare ai propri antipodi per ritrovarsi. Aprirsi a situazioni nuove, uscire dai giorni bui sperimentando un modo nuovo d’essere. Creare ponti con le persone e i luoghi per dare un senso a se stessi e a ciò che si fa. Cercare di cambiare se stessi e ciò che ci circonda, anche quando ci verrebbe voglia di abdicare da noi stessi e dal mondo per l’ignominia che ci circonda. Creare ponti attraverso l’impegno del fare, partendo dal semplice, da quel poco che è il nostro quotidiano, per ripulire lo sguardo, e il fiato.
Per questo oggi il negativo per me è il chiudersi, chiudersi all’altro, alle idee diverse, al dubbio, chiudersi al bene che può venire da un modo di essere diverso dal nostro, magari quello che guida alla conversione alla lentezza per attenuare, per attuare…
Ripeto: quando si chiude è sempre una sconfitta. E forse non c’entra nulla bene e male, natale e stress, bianco e nero. Ha piuttosto a che fare col dubbio e col dialogo.
Me lo ripeto mentre assisto impotente alla chiusura del CSOA Anzacresa, il centro sociale occupato autogestito sorto nella palestra del Coni a Montereale e che in breve era diventato un punto di riferimento per tante attività, culturali, musicali e sociali.

Illegale? Certamente, però capita spesso che alcune azioni nate dal basso siano da un punto di vista giuridico illegali ma assolutamente necessarie.

Necessarie per ridare vita ad un luogo abbandonato, per far rinascere un quartiere, per suggerire azioni utili per tutta la comunità cittadina. In questi mesi l’Anzacresa ha dato vita ad una serie di attività belle e stimolanti, ha posto all’attenzione della comunità l’abbandono di uno spazio che è stato importante per la nostra città (il palazzetto del Coni) ridandogli vita. La chiusura è segno di sconfitta per tutti noi che non siamo stati capaci di comprendere il messaggio di quei ragazzi, di tutti noi che abbiamo detto “sì però hanno occupato illegalmente”, di tutti noi che li abbiamo lasciati ad occuparsi di problemi che sono della città e che la città dovrebbe affrontare e risolvere. Ma la città non risponde, alla domanda di senso di questa gioventù, si gira dall’altra parte, volta le spalle. Eppure anche i PAZ (di cui mi onoro di essere socio fondatore) hanno iniziato illegalmente: non hanno chiesto il permesso di occuparsi del bene pubblico, hanno visto un degrado ed hanno cercato di operare per eliminarlo, per prendersi cura di ciò che ci appartiene. Prendersi cura delle cose semplici, indifese, di luoghi abbandonati che tornano a vivere, ad aprirsi, a respirare, e di quelle importanti (e forse è la stessa cosa), dei figli, della città, senza chiedere nulla in cambio se non solo la necessaria condivisione di compiti, di azioni fattive per noi stessi.
Perché curare il luogo è anche cura dell’altro, proprio lì dove più forte è l’abbandono e lo sconforto, ed è anche curare se stessi, il proprio sguardo liberato. Così anche loro.
E intanto Montereale è abbandonata. I lavori sul ponte vanno a rilento. Le uniche scale di collegamento tra via Viggiani e via della Pineta (la strada più breve rimasta dalla chiusura del ponte per arrivare a Montereale se non si vuole fare il lungo giro da corso Umberto I, piazza XVIII agosto e via Vaccaro) sono state chiuse per una perdita di acqua fognaria che prosegue da più di un anno. Non si pone mano alla situazione, non si risolvono i problemi, ma lì dove sorgono si chiude, aspettando chissà quale intervento.
La chiusura è una sconfitta. Di tutti. Di tutta la nostra città. Permettimi di chiudere con dei versi: non li ho scritti per Potenza, ma mi sembra che ben si leghino a ciò che oggi vedo in giro

Città, città, frenetico fragore
-
da quale fondo di violenza inaudita,
da quale abuso sfrenato di potere
è venuto il tuo nome alla vita?
Città, città, malata nella carne,
le piaghe sull’asfalto come buchi nelle vene,
salotti ad uso del proprio mestiere.
Luminaria da operetta, come automi
i
tuoi viventi, nelle pieghe del sociale,
tra i deliri di chi sale e di chi scende.
Città, città, di ludibrio e di cultura,
cantiere sempre aperto sopra un martoriato,
corpo da palazzi postfascisti risventrato,
ogni quartiere come un ragazzo abbandonato,
tuo sangue, vita, carne, strada macinata,
clacson urlanti, urenti sere, pozza urinata…
Città, città, assurda costruzione
ma voi cosa vedete? Città, città, 
città cosa?
E cittadini di che?
Mia città, mia serranda che chiudi tutto,
tutto lasci fuori, quello che non comprendi,
quello che non ricordi, e niente apprendi.
Città, città balera, città galera
che muore a poco a poco, lentamente
con un tossire leggero, un ansimare,
città, insensata, città marcescente
che hai cari i denari, i circoli, i salotti
tu che non vedi e che non credi a niente
– 
schermi sul vuoto accesi, falso amore,
calci a un pallone, e del resto te ne fotti
-
mentre intorno tutto muore e non lo sa,
mia città, mia vita storta, assurda età…

di LUCA RANDO

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