LA DIMENSIONE DELL’UOMO E LA “DITTATURA DEL BENESSERE”

Antonio Tisci

di ANTONIO TISCI

 “Una confortevole, levigata, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico. In verità, che cosa potrebbe essere più razionale della soppressione dell’individualità nel corso della meccanizzazione di attività socialmente necessarie ma faticose; della concentrazione di imprese individuali in società per azioni più efficaci e più produttive; della regolazione della libera concorrenza fra soggetti economici non egualmente attrezzati: della limitazione di prerogative e sovranità nazionali che impediscono l’organizzazione internazionale delle risorse”, iniziava così nel 1967 “L’uomo ad una dimensione” di Herbert Marcuse che poi proseguiva dicendo: “Se gli individui sono soddisfatti, al punto di essere felici, dei beni e dei servizi loro offerti dall’amministrazione, perché mai dovrebbero insistere per avere istituzioni differenti, capaci di produrre in modo differente beni e servizi differenti? E se gli individui sono precondizionati di modo che i beni che li soddisfano includono pure pensieri, sentimenti, aspirazioni perché mai dovrebbero voler pensare da soli?”.

Marcuse era uno dei grandi pensatori della sinistra europea, l’uomo che per la prima volta analizzò le contraddizioni della società capitalista che si stava creando, della sua capacità di cancellare la memoria e la storia, di spingere l’uomo verso il raggiungimento di sentimenti, pensieri ed aspirazioni precostituite e di costruire quello che qualche anno dopo sarebbe stato chiamato da Bauman “l’homo consumens”. La dittatura del benessere analizzata da Marcuse, infatti, era in uno stadio primitivo rispetto al totalitarismo della felicità che caratterizza la società nella quale ci muoviamo.  Totalitarismo della felicità che fonda il suo imperativo categorico nel godimento. “Enjoy, godi”, infatti, è l’imperativo categorico del capitalismo libidinoso che fonda la sua stessa esistenza sull’infinita potenza dei desideri. I desideri, infatti, a differenza dei bisogni sono illimitati e consentono sempre di avere nuove aspirazioni. L’homo consumens, infatti, vive in una dimensione in cui ogni cosa deve esser consumata, gettata, bruciata via, sostituita al punto che colui il quale volesse vivere una dimensione esistenziale fondata sull’accontentarsi, sarebbe da considerare un consumatore avariato e, quindi, un reietto della società.

La società in cui viviamo, infatti, fonda la propria esistenza e la propria autocoscienza sul desiderio che deve essere soddisfatto.

Desiderio da soddisfare che non si limita soltanto al bene di consumo ma che trasforma in bene di consumo anche le relazioni sociali e politiche. Dispiegata infatti la sua ultima metamorfosi, infatti, il capitalismo libidinoso non si limita soltanto a produrre i suoi effetti nei meccanismi di produzione e consumo ma, ovviamente, genera da questi meccanismi una struttura sociale. L’intera discussione sui cosiddetti “diritti civili” che sta caratterizzando la politica dell’occidente, infatti, trova fondamento proprio sull’idea che ciascuno abbia il diritto di ottenere il riconoscimento giuridico delle proprie pulsioni e dei propri desideri, senza nessuna analisi se gli stessi abbiano un “bene comune” e siano fondati su un “interesse collettivo”.

Se, infatti, il precetto del sistema capitalista è quello di godere e la sua volontà di potenza è finalizzata a ampliare gli spazi di godimento, gli apparati istituzionali non hanno altro scopo se non quello di ampliare gli spazi del godimento individuale rendendoli domanda di potenza finalizzata a sostenere la crescita dei sistemi economici sulla base dei quali le società avanzate sono organizzate. La politica, quindi, costruisce le sue istituzioni favorendo questa continua espansione dei desideri trasformati in bisogni e, quindi, strutturati politicamente e giuridicamente come diritti. Non è un caso se la politica costruisce sempre di più sistemi giuridici e sociali che eliminano ogni limite al raggiungimento degli obiettivi pulsionali delle persone. Il recente dibattito sulle “unioni civili” ha trovato fondamento proprio sulla necessità di legittimare legalmente i desideri individuali.

Le stesse grandi migrazioni di massa e la volontà da parte delle classi dirigenti culturali e politiche di concedere sempre più ampi diritti di cittadinanza agli immigrati, rescindendo così il legame tra appartenenza identitaria e cittadinanza, su cosa trova fondamento se non sul presunto diritto di ciascuno di trovare la felicità?

Infine, la discussione sull’eutanasia costruita scientemente da Marco Cappato e dai radicali e ciecamente accettata dalle forze politiche che dovrebbero rappresentare la sinistra su cosa fonda la propria determinazione se non sull’idea che ciascuno debba poter essere ucciso se lo desidera? Ciò che si desidera e non più ciò che è giusto è diventato il fondamento delle scelte legislative. Ciò che si desidera è diventato il pilastro delle valutazioni politiche. La cosa paradossale è che si è conformata al diktat del capitalismo libidinoso proprio quella stessa sinistra che per anni ha centrato la propria analisi ed azione proprio sulla necessità di limitare i desideri in nome della giustizia che, proprio grazie alla penna di Marcuse è stata la prima ad analizzare criticamente la società del benessere. Del resto, come ammoniva Nietzsche “se guardi a lungo l’abisso, l’abisso guarda dentro di te”. Evidentemente la sinistra occidentale, avendo troppo guardato il capitalismo se ne è lasciata affascinare al punto di mettersi a sua completa disposizione.

 

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