La folla solitaria

La folla solitaria

Un fine settimana di follia questo appena passato: assembramenti nei centri città, risse tra adolescenti, incidenti stradali. I protagonisti per lo più giovani, i nostri figli, i figli di tutti anche di chi non ne ha, non bastano i moralismi e le condanne paternalistiche urge una riflessione più articolata, meno scontata che ci faccia guardare dentro di noi, che ci interroghi su un processo che “l’epidemia covid” ha solo reso più visibile non certo creato. Non è da questo maledetto 2020 che abbiamo smesso di occuparci dei giovani, è da decenni, oggi ce ne accorgiamo allarmati ma abbiamo creato noi queste condizioni. La prima delle quali è la “precarizzazione del lavoro”, che si trasforma in precarizzazione esistenziale, si insinua nelle menti anche prima che si affaccino al mercato del lavoro, determina uno stato di perenne incertezza psicologica, di tempo sospeso, di impossibilità a pensare il futuro e trasforma la vita in un accadimento quotidiano dove tutto si consuma nell’attimo, meglio tutto si consuma e non lascia traccia. Non ho dimenticato o idealizzato la mai adolescenza, ho avuto anche io “20 anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. È duro imparare la propria idea nel mondo “.  Così Paul Nizan nel 1931 in “Aden Arabia“ uno dei romanzi della mia dolorosa formazione. Sono decenni che abbiamo smesso di occuparci dei giovani e quindi di noi, li abbiamo trasformati in oggetti “triturati” da un modello consumistico che li vede solo come consumatori. L’educazione in questo contesto è diventata una ricerca “tecnica” che si risolve in soluzioni “organizzativistiche” (penso in particolare alla scuola), trasformando tutto in “mercato”. Promettiamo molto proponendo modelli di vita che garantiamo a pochissimi, rappresentiamo uno “spettacolo” che non può essere per tutti. Che fine hanno fatto i grandi pedagogisti (Bruner, Piaget, Gardner, Tolstoi, Montessori, Illich, Makarenko, Rogers) veri “maître a penser” negli anni sessanta, settanta fino a parte degli ottanta? Oggi guardiamo alla formazione e alla scuola con logica di mercato, efficientismo, tecnicismo, abbiamo abbandonato le “grandi narrazioni” per finalizzare tutto sulla carriera, la ricchezza che non siamo più in grado di assicurare a nessuno, ci inorgogliamo, giustamente, dei tanti nostri giovani bravi ricercatori apprezzati nel mondo ma degli altri, dei milioni di precari, di parcheggiati a scuola, chi se ne occupa?  Ci lamentiamo come coccodrilli della mancanza di valori di queste generazioni, ma noi come siamo diventati, che esempio diamo? Che esempio dà la politica? Condanniamo il bullismo, la violenza, ma produciamo, noi adulti, quintali di bullismo ogni momento, nelle istituzioni con rappresentati dello stato corrotti, ignoranti, che strabuzzano gli occhi come invasati. Facile scaricare tutto sul fallimento della scuola, ho fatto l’insegnante per quasi quarant’anni percorrendo il sistema scolastico dalle nostre meravigliose scuole elementari ai licei, attraversando da protagonista tutte le riforme tentate e non ho mai incontrato “mostri” tra gli alunni, certo molti deficienti tra gli adulti e i politici che parlavano di scuola. Penso ancora che se si lasciassero un po’ in pace gli insegnanti farebbero senza dubbio meglio di tanti ministri e dirigenti manager che si atteggiano a salvatori della patria. Un libro, anche solo un libro se ben scelto, salverebbe più gente di tanti pc e smartphone e li farebbe usare anche meglio. Sono convinto, me lo ha insegnato il prete di una pluriclasse tanti decenni fà, che il livello di civiltà di un popolo si misuri sugli ultimi e non sulle eccellenze, (mi pare lo dicesse pure il capellone palestinese nato a Nazareth) noi ci stiamo tutti trasformando in “ultimi”, nonostante i mirabolanti oggetti “fallici” di cui ci circondiamo e circondiamo i nostri figli. Quel prete si chiamava Don Lorenzo Milani, quella scuola era a Barbiana, qualcuno lo ricorda, lo racconta, lo legge e fa leggere ancora?

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