La Luna: perché (e quando) ci torneremo.

Gianrocco Guerriero

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando divoravo testi divulgativi sulla Relatività Generale, cercando di andare avanti per conto mio con la matematica, affamato del linguaggio necessario per poter comprendere meglio l’Universo, la fine del Novecento mi appariva come un futuro remoto. Doctor Who, col suo saltapicchio (una cabina telefonica british capace di viaggiare nello spazio-tempo) mi incantava, al punto da farmi desiderare (e ottenere,

Spazio: 1999

grazie alla pazienza di mia madre) una lunga sciarpa colorata identica alla sua. Ma era soprattutto la serie televisiva Spazio 1999 a contribuire, più di tutto, alla mia personale mitizzazione del nuovo millennio. Fantasticavo pensando all’età che avrei avuto allo scoccare del 2000: 35 anni, tanti quanti quelli di Dante all’inizio del suo viaggio ultraterreno. Cercavo di immaginare come sarebbe stata la casa in cui avrei abitato, quale sarebbe stato il volto della donna che avrei amato, e che lavoro avrei fatto. Non c’ho azzeccato quasi niente, ma sono stato ripagato da due figlie splendide, riguardo alle quali non sarei stato capace di prevedere nulla; e anche dal fatto che la Luna sia ancora lì a girarci attorno. Gia! Poiché

Catherine Schell nel ruolo di Maya.

nella versione fantascientifica degli autori della saga, a causa di una esplosione nucleare, la Luna, nel 1999 si scardina dall’orbita terrestre e finisce alla deriva nello spazio. Sul satellite esiste una base terrestre e per i malcapitati (o fortunati?) occupanti è l’inizio di una avventura esilarante, fra pericoli scampati, emozioni imprevedibili e incontri con civiltà aliene. A un certo punto una extraterrestre si unisce al gruppo. Si chiama Maya (è interpretata da Catherine Schell), e sia il nome che il volto stimolano la mia fantasie erotico-romantica, al punto da riversarla spesso in quella parte brada della coscienza che scalpita nella vita onirica.

Ma ho divagato troppo. Torno al tema. Dopo che, dal 20 luglio 1969 al 17 dicembre 1972 (missioni Apollo 11-17) ben dodici uomini avevano camminato sulla luna, finanche percorrendone il suolo con mezzi meccanici, e raccolto materiale, il successivo passo che ci si aspettava era appunto quello di una base lunare permanente. Invece la Luna, dopo essere stata sedotta, fu abbandonata. Le ragioni sono tante, e mi limito a elencarne vagamente alcune: la prova di forza era stata vinta, e l’entusiasmo cala in fretta, come per ogni cosa; le missioni costano troppo; il crollo del muro di Berlino, a vent’anni dall’impresa, ridisegna la geopolitica sul Pianeta; le scelleratezze del nuovo dittatore del mondo, la Finanza, inducono crisi a catena; le grandi menti e i grandi leader perdono forza, diluiti nella roboante voce caotica che viene fuori dalla dark side del progresso e della globalizzazione: i social network.

Ma ci sono altre ragioni, meno contingenti e più profonde, per cui ancora non esiste una base terrestre sulla Luna. Innanzitutto vanno chiarite quelle opposte, per le quali, nell’euforia del post-allunaggio, la colonizzazione pareva essere il successivo passo scontato. Sono essenzialmente due: lo sfruttamento dei minerali presenti sul suolo e nel sottosuolo lunare e l’utilizzo della base quale prima tappa del ‘viaggio’ per antonomasia sin dall’inizio dell’era spaziale: quello verso Marte.

E sono due anche le ragioni per le quali —come ci si è accorti presto, il gioco non vale la candela. La prima ha a che fare con i costi, esagerati se paragonati ai benefici che se ne trarrebbero. L’altra, invece, con una questione più sottile, che riguarda la fisiologia umana: sulla Luna la gravità è circa sei volte inferiore a quella terrestre, e gli effetti sull’organismo umano che, sul lungo periodo, ciò comporta sono tutti negativi e ancora in fase di studio.

Tuttavia sulla Luna ci torneremo: nel 2024. Il progetto, della NASA ha un nome evocativo: Gateway. Il Lunar Orbital Platform-Gateway (che traduco liberamente con porta di passaggio per lo spazio profondo) sarà una stazione spaziale posta in orbita cislunare (un’orbita che passa attraverso la zona di confine fra il dominio della gravità terrestre e quello della gravità lunare, quindi molto prossima al satellite). I lavori di assembramento partiranno nel 2022. Nella ‘stazione’ ci sarà spazio per quattro persone. Da lì sarà molto più facile tornare sulla Luna, ma anche, in un futuro (forse) prossimo, partire verso il pianeta rosso.

La base permanente, dunque, non sarà dove gli ideatori di Spazio 1999 l’avevano immaginata, ma un po’ più in qua, a cavallo di un punto di Lagrange. Almeno per adesso.

Inoltre, non abbiamo, ancora (e, se è valida la meccanica quantistica, probabilmente non ce l’avremo mai) il trasportatore di materia, quello che permetteva ai miei vecchi eroi di spostarsi da una parte all’altra dello spazio in un baleno. Ma la realtà sa sempre riservare piacevoli sorprese, alla quali nemmeno la fantasia riesce ad arrivare. C’è da sperare sempre, dunque, anche se tante cose che ci piacerebbe esistessero, di fatto non esistono.

Adesso ho buoni motivi per credere che non esista neanche Maya.

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