LA MACCHINA CHE FABBRICAVA LE DONNE – PARTE 1

Renato Pezzano

Mike Centonze, come tutti gli italo americani, viveva perennemente col suo complesso di inferiorità ereditato dai nonni, emigranti di Tinchi, piccolissimo paese del materano, dal quale erano fuggiti negli anni quaranta per far fortuna negli Stati Uniti.

E dai nonni il buon Mike aveva ereditato anche una casa in campagna, una Cadillac del sessantotto e qualche decina di migliaia di dollari in un conto bancario di quelli che i parenti previdenti tengono segreto fino al giorno della loro dipartita da questa terra. Così Mike, laureato in lettere moderne per far piacere alla sua mamma malata ormai scomparsa, in realtà faceva l’inventore, perché era stato sempre questo il suo pallino, sin da ragazzino, sin da quando alle scuole medie carbonizzò completamente il laboratorio di fisica nel tentativo maldestro di produrre la fusione fredda. Anche per questo era ben presto diventato lo zimbello di tutta la scuola, gli amici lo chiamavano il pazzo, le ragazze lo evitavano come fosse un appestato. Ovviamente trasandato e perennemente spettinato, fino ai primi anni del liceo le donne non lo avevano minimamente interessato immerso com’era nei suoi pensieri, ma poi si era dovuto suo malgrado arrendere a quella tempesta ormonale che inevitabilmente arriva come una valanga. Nel giro di un’estate gli spuntò una barba ispida che provvide a non tagliare mai, brufoli sparsi tra il volto e le braccia, un timbro di voce che sembrava uscito direttamente da un libro di King…a questo punto, preso atto della sua condizione di “genio incompreso”, si richiuse nella sua cantina adibita a laboratorio e cominciò a sperimentare i più svariati tipi di invenzioni fallimentari che mente umana possa concepire…

La Cadillac venne venduta su ebay per finanziare lo smolecolizzatore di materia, una sorta di macchina per il trasferimento di qualsivoglia oggetto da un punto all’altro del pianeta. Il primo esperimento vide un telefono fondersi completamente nella cabina di trasmissione, il secondo tentativo procurò un’atroce morte ad uno sfortunato micio di passaggio. Accantonata l’idea del trasferimento di materia, la follia successiva fu rappresentata da una sorta di macchina del tempo, in grado, nell’idea del suo creatore, di andare avanti di sole ventiquattro ore per andare ad evitare incidenti, morti tragiche, prevedere terremoti e inondazioni, ma anche, perché no, sbirciare i numeri vincenti della ricchissima lotteria locale, un po’ di moneta non fa mai male a nessuno.

Il risultato fu ovviamente un’enorme fiammata che dalla cantina si alzò di diversi metri bruciando il pavimento del salone posto sopra i locali delle sperimentazioni e rendendo l’aria irrespirabile per diversi giorni nell’abitazione stessa. Come se non bastasse il dispendio di energia incredibile necessario per questo trasferimento spazio temporale aveva lasciato al buio un intero quartiere della piccola cittadina che, dopo brevi indagini, scoprendo la causa del black out, ricominciò a canzonare pesantemente il giovane Mike, costretto a fittare per molti giorni una stanza in una pensione lì vicina, a causa dei miasmi tossici dell’incendio nel suo laboratorio. Erano mesi che non metteva il naso fuori di casa, quindi il suo aspetto era davvero preoccupante, con questa barba di mezzo metro incolta e questo parruccone di capelli ricci intrisi di ogni sorta di parassita. “Vi farò vedere io un giorno, bifolchi, verrete da me a implorare le mie invenzioni, menti vacue e senza ambizioni…e le donne, ah, le donne, strisceranno ai miei piedi per mendicare un bacio del genio, per toccare almeno un minuto questo corpo e questa mente capace di cose immortali…vedrete, bifolchi, vedrete…”

Passarono settimane, la casa fu nuovamente abitabile, e contraendo un mutuo in banca, banca di proprietà di un vecchio amico del nonno, il quale, mosso a pietà, gli concesse un’ipoteca piuttosto impegnativa, il solitario Mike si mise a lavoro su quella che, ne era certo, sarebbe stata l’invenzione più geniale della storia dell’intero mondo. Una cabina insonorizzata collegata da fasci di innumerevoli cavi colorati che entravano ed uscivano da gruppi di computer di ultimissima generazione, capaci di miliardi di miliardi di calcoli al secondo, il tutto interfacciato ad un caschetto metallico che avrebbe raccolto e tradotto gli impulsi cerebrali dell’inventore, il tutto in un connubio perfetto tra macchina e uomo per creare, si, creare il proprio identico alter ego…la macchina clonatrice!!!

Con un suo clone, uguale nelle intenzioni e nella personalità, avrebbe avuto l’assistente perfetto che gli avrebbe dimezzato il lavoro, capito senza nemmeno aver bisogno di spiegazioni e l’avrebbe anche potuto sostituire nelle commissioni di alcuni giorni, rare ma sempre durissime da affrontare a causa dello scherno dei suoi impietosi compaesani… La macchina ebbe bisogno di mesi di montaggio e calibrazione, i calcoli dei computer dovevano essere perfetti al miliardesimo, un minimo errore avrebbe potuto provocare chissà quali conseguenze al clone…l’unico calcolo che non fece, e fu fatale, fu settare invece il suo cervello.

FINE PRIMA PARTE…to be continued

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