LA MINORANZA ITALO-ALBANESE, ARBËRESHË, IN ITALIA MERIDIONALE

Ida Valicenti

 

Dalle contrade illiriche vennero ad abitar questo suolo – Nella metà del XV secolo, alla morte di Alfonso Re di Napoli, successe al trono il suo unico figlio erede, Ferdinando. Tuttavia, i principi limitrofi, sostenitori degli Angiò, spodestati da Napoli nel 1442 dagli aragonesi, richiamarono come legittimo erede al trono del Regno di Napoli, Giovanni d’Angiò, Duca di Calabria, figlio di Renato d’Angiò e Giovanna di Napoli, che in quel momento si trovava a Genova, per volere dello zio Carlo VII, Re di Francia.

Il Principe di Taranto, il Principe di Bisignano, il Principe di Rossano, il Duca di Venosa, il Marchese di Crotone inviarono il loro esercito, guidato dal comandante abruzzese Giacomo Piccinino, a combattere per la causa di Giovanni d’Angiò.

Re Ferdinando, sconfitto a Sarno dal battaglione angioino fu costretto a rifugiarsi nel castello di Barletta. Vennero in suo soccorso Pio II, il Duca di Milano Francesco Sforza, il quale inviò il fratello Alessandro a combattere al fianco di Ferdinando e il Duca di Urbino Federico da Montefeltro, il quale inviò un reparto di milizie comandate da Francesco Simonetta.

L’esercito alleato del Re trovò però l’accesso alle Puglie sbarrato dalle guarnigioni di Piccinino. Per salvare il Re assediato, il Duca Sforza si rivolse al Gran Principe di Albania, Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, perché prestasse soccorso al Regnante di Napoli via mare.

Il Gran Principe non esitò a rispondere agli aiuti data l’amicizia che lo legava al padre Alfonso, agli Sforza, al Duca di Urbino e soprattutto al legame con la Chiesa. E, dunque senza esitare, salpò le navi verso le Puglie. L’eroe albanese sbaragliò in un baleno i nemici angioini, liberò il Re Ferdinando e mise in fuga il Duca D’Angiò, che si rifugiò a Ischia, e il conte Piccinino, il quale fu però preso da Francesco Sforza e condotto al cospetto del Re Ferdinando I.

Il Gran Principe di Albania fu insignito di grandi lodi e giunsero dall’Italia intera doni ed omaggi. Il Re Ferdinando gli consegnò in dono la città di Trani, Monte Gargano, le città di Siponto e di San Giovanni Rotondo.

Tuttavia, dopo un anno dalla straordinaria vittoria contro i francesi, Scanderbeg dovette lasciare l’Italia per andare a combattere nel suo Regno di Albania contro i nemici turchi. Qui, ottenne diverse vittorie contro gli ottomani, e lottò per la difesa della sua terra fino alla sua morte, avvenuta per malattia il 17 gennaio 1466, nella città d’Alessio. Dopo la sua sconfitta, gli ottomani conquistarono le sue terre e il suo popolo. Per sottrarsi alla tirannia del Sultano, il primogenito di Giorgio Castriota, Giovanni, con i suoi fratelli e buona parte dei nobili di Albania, si imbarcò verso le terre che Re Ferdinando aveva donato in retaggio perenne al valoroso padre.

Seguito da molti principi e nobili albanesi, Giovanni e la sua famiglia si stabilirono in Puglia. La figlia di Giovanni Castriota, Elena, prese in sposo il Principe di Bisignano, il quale concesse diverse terre in Calabria agli albanesi che avevano seguito la principessa in Italia.

Da questo momento, fino al regno di Filippo II e poi di Carlo V, il quale concesse franchigie privilegiate agli amici venuti dall’Est, colonie di albanesi si stanziarono in Calabria e in Basilicata. È da qui che nasce la storia della minoranza italo-albanese, o arbëreshë, del Mezzogiorno d’Italia.

 

Lingua, cultura e riti degli arbëreshëGli Albanesi del Regno delle Due Sicilie mantennero intatti la lingua, le tradizioni e i riti, conservati fino ai nostri giorni. La lingua fu tramandata solo per via orale, per cui non è dato sapersi come si scrivesse. Studiosi e filologi presuppongono che fosse scritta in modo simile all’italiano con l’aggiunta di alterazioni per rimarcare cadenze non presenti nel nostro alfabeto. La lingua degli arbëreshë è diversa da quella parlata oggi in Albania, è invece assimilabile a quella parlata da i Camiciotti di Alessandro il Macedone.

Essa ha, quindi, una radice epiriota ed è una variante del tosca (toskë), dialetto dell’Albania del Sud, da cui prevalentemente proveniva la diaspora. Il greco era conosciuto e parlato solo dagli ecclesiastici, essendo la liturgia della Chiesa albanese di rito greco.

Gli italo-albanesi conservano ancora oggi il rito bizantino. Ferdinando I in accordo con la Chiesa cattolica, concesse loro di mantenere la liturgia ortodossa. Il Re fece anche costruire un monastero a San Demetrio, in Calabria, in cui educare i giovani italo-albanesi alle scienze, all’educazione morale, politica e soprattutto alla religione greco-ortodossa. Questi privilegi permisero la custodia di un patrimonio linguistico e culturale di inestimabile valore storico. La storia della minoranza arbëreshë in Italia meridionale rappresenta caratteristiche uniche e singolari che la distinguono da tutte le altre minoranze presenti nello Stato italiano.

 

Il valore culturale dell’Arbëria oggi – La religione cristiana di rito greco-ortodosso, insieme alla lingua e ai costumi, fu ed è tuttora uno dei tratti caratterizzanti della minoranza sia rispetto alla restante popolazione italiana e sia rispetto agli albanesi rimasti in patria, convertiti in maggioranza alla religione islamica. L’ondata migratoria dall’Italia meridionale verso le Americhe negli anni tra il 1900 e il 1910 ha causato quasi un dimezzamento della popolazione dei villaggi arbëreshë, oggi a rischio di scomparsa culturale. Tuttavia, a partire dalla prima metà del XX secolo, e ancora più chiaramente negli anni Sessanta e Settanta, fino ai giorni nostri, ha iniziato a farsi strada un’attenzione sempre crescente per un risveglio culturale e per la valorizzazione e il mantenimento della minoranza etno-linguistica arbëreshë.

Oggi sempre più frequentemente sentiamo parlare di mondo globale, di scomparsa di confini territoriali e simbolici, di mercati aperti, di standardizzazione dei consumi e dei tratti culturali, volendo utilizzare un’unica parola sentiamo parlare di globalizzazione. Sebbene ci si riferisca prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e grandi aziende, il fenomeno va inquadrato anche nel contesto dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici.

È proprio nel contesto dei cambiamenti sociali che negli ultimi anni si sono diffusi slogan tipo “la società elettronica”, il “villaggio globale”, la “mcdonaldizzazione del mondo” o “l’epoca dell’informazione” che tendono ad indicare una sorta di pericolo omologante per le diverse culture, implicito nei processi di globalizzazione.

Un tema, questo, che riguarda direttamente il destino delle comunità minoritarie, nel nostro caso della comunità arbëreshë del Sud Italia, la quale ha dimostrato in questi secoli una forte resistenza che le ha permesso di mantenere vive le tradizioni storiche e tutto ciò che costituisce la sua identità.

Quello che i sociologi definiscono “lealtà linguistica ed identitaria” è un elemento di fondamentale importanza per la storia della comunità italo-albanese, in quanto esempio lampante di integrazione nella conservazione della propria identità storica, culturale e linguistica, queste comunità mantengono ancora oggi il proprio rito religioso cattolico-bizantino e continuano a tramandare oralmente la loro lingua d’origine.

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