LA NAVE DEL TEATRO

Giampiero D'Ecclesis

Mi piace andare a teatro. Mi piace molto più che il cinema.

Il teatro è come un buon libro, la storia, il racconto, non te lo presenta in tutta la sua realtà, non ha bisogno di effetti speciali, ti sussurra la storia dei protagonisti dalle loro bocche e tutto il resto è tuo, è la tua fantasia.

Non conta che il Re non sia vestito di ermellino, che la nave sia una nave o che nella grande stanza del castello arda davvero un fuoco nel camino, quando i marinai sono sulla tolda senti il mare intorno a te e quando il capitano sguaina lo spadone senti rumore di armi che cozzano.

Ecco, queste sono le sensazioni di un giorno a teatro con le Klass di Gommalacca Teatro, è stato un pomeriggio magico, giocato da spettatore-attore, ho assistito alle tre rappresentazioni dei piccoli, dei ragazzi e degli adulti e ho partecipato ad un laboratorio teatrale.

A pensarci no, non è corretta la descrizione che ho fatto, ho partecipato ad un unico lungo laboratorio teatrale che ha compreso tutto questo, recitato e goduto sulle medesime tavole del palcoscenico, nessuna distanza tra pubblico e attori, tutti insieme contemporaneamente nella stessa arena.

I bambini sono attori naturali, non recitano mai, sono sempre se stessi e se in un certo momento sono il Re, sono il Re davvero, la loro emozione è minima, è tutto gioco e il gioco è realtà.

Facciamo che tu sei un re e che tuo fratello vive in un’altra isola e che non vi vedete da tempo? E facciamo che poi viaggiamo su una grande barca e poi i due fratelli si ritrovano? E facciamo che…..

È una nuvola magica quella in cui ci trasportano i piccoli della Klass che vola in alto, dove tutto è più sfumato, rarefatto, dove il racconto è il sogno e dove il sogno è realtà.

Finisce, buio, piccole risatine in sottofondo, applausi, lucciconi negli occhi di qualche genitore.

Il pubblico si divide, si scompone, come si scompongono le storie, gesti, voci, azioni, ciascun gruppo segue un piccolo laboratorio teatrale.

C’è chi fa origami, chi gioca con la voce e chi cerca un’azione che abbia un senso, sottoterra la narrazione si sviluppa, unitaria, ma non tutti ne sono consapevoli e questa sarà la sorpresa più bella per tutti.

In lontananza si sentono voci, io con gli altri che con me sono rimasti con Carlotta, cerchiamo un gesto, un’azione ed è singolare come tutti, ugualmente, pian piano convergiamo su un gesto che è anche un’esortazione.

Buio. Si ricomincia.

Gli adolescenti sono carne e sangue, mostrano i denti alla vita e si vede, i cacciatori di squali cacciano davvero, i cercatori cercano, i gesti, i suoni, i movimenti sono di terra e acqua, hanno forza e vitalità e catturano. I giovani sono energia, questi che ci sono davanti fanno faville e noi tutti restiamo lì a guardare la storia che riparte.

Passano gli anni sulle spalle di Enrico e arrivano gli adulti.

Mi emoziona vedere i miei compagni di altri anni che recitano, mi cerco tra loro e invece sono qui sul palco che rido, mi diverto, io che li conosco ne scopro le emozioni nascoste, la faccia di Augusto che è sempre attraversata da tempeste di espressioni, Antonietta vulcanica parla poco e soffre e si vede, è cucita dentro al personaggio con un’altra sua compagna che è quella che dà la voce.

E via via tutti gli altri in una rappresentazione che a volte sembra rincorrere sé stessa cercando il bandolo della matassa, un po’ subliminale, un po’ assurda. Il Capitano con lo spadone, la regina dalla parlata morbida e suadente, la guerra in pantomima.

Poi tutto finisce? No.

Non ha finito il viaggio la nave del teatro e quel sottile filo che mi era sembrato di cogliere si trasforma in gomena e ci traina di nuovo in mare aperto.

Gli spettatori che hanno seguito il laboratorio voce da un lato, quelli della “presenza scenica” dall’altro e al centro gli origami, Mimmo è un sarto, guarda gli scampoli che ha davanti, ne soppesa la trama, ne valuta il colore e poi li cuce insieme e si ricomincia.

Nel buio inizia un canto, è la magia di Maria Grazia a cui è bastato poco tempo per metterle insieme, si innalzano piano voci di uomini e donne e ci trasportano lontano, tra pini imponenti che oscillano al vento del nord mentre la luce di un sole lento inizia a crescere e con la luce sorgono le barchette di Giulia, come pensieri che si innalzano mentre sale la voce del canto che culmina e si spezza, seguito dal lancio di un gesto che esorta i giovani attori a volare e a sognare.

L’impatto è forte, c’è un attimo, solo un attimo di silenzio in cui tutti rimaniamo sorpresi dall’effetto, noi spettatori-attori che l’abbiamo fatto e loro gli attori-spettatori che questa volta l’anno vissuto, l’applauso è come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore, l’incanto è finito e la barca del teatro lentamente lascia il suo equipaggio e ritorna nel mare delle nebbie e della fantasia.

A poppa, l’ultima immagine che mi resta, è quella di un rematore senza remo che spinge la sua barca e inizia un viaggio, lo guardo sfilare verso il largo, sento un fremito nel cuore e mi siedo in attesa che torni al porto.

 

 

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