LA NEVE, I #VAFFA DEGLI STUDENTI, LA COMUNITÀ (IR)RESPONSABILE

Lucia Serino

La palma del miglior sindaco che ha saputo dialogare con gli studenti con il loro linguaggio va ad Antonio Decaro, primo cittadino di Bari, che ad hashtag #echiudile ha risposto con pari hashtag #nonlepossochiudere rivolgendosi ai ragazzi con cortesia ed ironia, raccontando che aveva sollecitazioni anche in casa, dalle figlie, spiegando poi con un video, il giorno che ha deciso che in classe non si andava, perché il rischio di incidenti sul ghiaccio era maggiore in una città abituata al sole e non alla neve. Tutto su Facebook, ovviamente. Candido e trasparente come i pochi fiocchi di neve caduti a Levante. Non mi pare che sia stato preso a parolacce. 

Esempio raro di relazione composta e costruttiva, mentre i #vaffa degli studenti – per sintetizzare – ingolfavano a senso unico le bacheche di quasi tutti gli altri sindaci (la prospettiva monitorata è meridionale) titubanti sulla decisione “chiudo o non chiudo”, attaccati ai bollettini della protezione civile, contraddittori sul giorno sì e quello no.

C’è chi, come un sindaco del Casertano, ha reagito con tracotante arroganza a quella, pari, di un’insegnante colpevole di averlo pubblicamente attaccato, chi come il sindaco del mio paese, Pagani (dove nevica tre volte al secolo) è stato insultato oltre ogni misura ma ha reagito – a freddo è il caso di dire – ragionando sulla capacità di tutta la comunità chiamata a crescere cittadini responsabili e possibilmente educati senza minacciare querele, chi come l’addetto stampa del comune di Cosenza, Iole Perito, racconta: «cento mamme coalizzate nello stesso momento mi hanno fatto saltare il telefono, nulla mi perseguita come la neve», mentre anche la mia piccola drammaturgia casalinga spingeva mio figlio, oggi che è tornato al liceo, a chiedere quanto durasse il mandato di un sindaco per un sottinteso rapido calcolo sulla sua prossima maturità elettorale e scrittori come Andrea Di Consoli raccontavano della improvvisa passione per la politica romana da parte del figlio adolescente e genitori con figli ormai grandi ricordavano i bei tempi andati, quando non c’erano bollettini meteo e neppure Facebook e tutto era (o sembrava) più facile e allegro.

Per me che amo il mare guardarlo ieri sotto il Vesuvio bianco mentre scendevo dal valico di Chiunzi (percorribile come nessuno avrebbe immaginato) è stato bellissimo. 

 Per raccontarla tutta, che a pensar male poi te le tiri, stamattina in extremis mi sono salvata da uno scivolone sulla rampa d’accesso della scuola media (ingombrata da neve) frequentata da mia figlia, unico giorno in cui l’ho accompagnata e l’accompagnerò, mentre i bidelli (si possono chiamare ancora così quelli del personale Ata?) fermi sull’uscio raccomandavano: «Attenti, attenti…ma noi mica possiamo pulire, siamo pochi, non è compito nostro».

 Mi sono ricordata della storia dell’asilo del Modenese, con i bambini costretti a fare il riposino a terra perché “non è previsto dal contratto spostare i lettini”. Probabilmente nessun contratto di lavoro prevede che un bidello debba ripulire cinque – cinque – gradoni d’ingresso di una scuola.

Fossi stata io la preside avrei messo tutta la comunità scolastica, ragazzi, insegnanti, genitori e professori, a spostare la neve, per una grande festa, per divertirsi, per stare insieme.

Già, ma la responsabilità in caso di incidente? Quella stessa che ha spinto un dirigente scolastico a sanzionare una docente che si è presentata al consiglio di classe col figlio di un anno. Se fossi precipitata a terra (ho un’anca dolorante per lo sforzo anticaduta) non mi sarei mai sognata di fare causa a qualcuno.

Questo per dire che nella cultura contemporanea del rischio e della responsabilità, del valore economico dell’effetto imprevisto di un comportamento in buona fede, sta forse una chiave di lettura dell’agire pubblico di oggi, lento, vischioso, riluttante a volte, eccessivo, esasperato, fuori misura altre volte.

Quel rischio risarcitorio che accompagna tutte le categorie professionali, che blocca un ginecologo davanti a un parto spontaneo facendogli preferire un cesareo, che paralizza gli amministratori terrorizzati dalla responsabilità contabile, che impaurisce gli insegnanti presi a schiaffi dai genitori, che pone remore ai giornalisti dei piccoli giornali per la paura dei risarcimenti che gli editori non sono in grado di sostenere.

La stessa cultura che ormai spinge la protezione civile a martellarci con allerta meteo da incubo a volte esagerati, quelli che hanno spinto in questi giorni a chiudere le scuole di qualche comune per freddo e non per neve, togliendoci anche il piacere di guardare il cielo e imbatterci nell’imprevisto che è ordine disordinato della vita.

A sua volta irrigidita in regole senza flessibilità, sicché un minuto di ritardo a scuola e scatta l’assenza, il decesso in ospedale di un novantenne diventa colpa medica, in un parossismo di “chi doveva controllare? chi doveva fare? Chi ha autorizzato, di chi era la responsabilità, dove sta scritto?”. 

Intanto, per ritornare al punto di partenza, ci siamo resi conto ancora una volta che si scrive troppo e a sproposito in Rete. I giorni del grande freddo ci insegnano, se qualcuno non lo avesse capito, che il digitale è una cultura e non una tecnica.

E che non ci sono autorità costituite monodirezionali (giornalisti e politici le categorie supreme del passato) ma c’è una comunità collaborativa che si costruisce col dialogo e la fatica della relazione. E non con le querele e cause. Questo è il grande sforzo che sindaci, amministratori pubblici, insegnanti, genitori, giornalisti, i cittadini, insomma tutti, devono compiere. Poi due giorni a casa e qualche versione da recuperare, o anche un’anca dolorante, non saranno una tragedia.  

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