L’ALLERGIA ALLA VERITÀ

redazione

di Indro Montanelli – Corriere, 4/15 settembre 1957

Fra le tante domande d’impiego agli stabilimenti Rivetti, vidi quella di un giovanotto che si dichiarava – e lo comprovava allegando i relativi documenti – “maestro alimentare”. Costui, come tanti altri suoi colleghi, chiedeva di essere assunto in fabbrica perché ancora non aveva avuto una cattedra da cui “alimentare” altri ragazzi, che sarebbero cresciuti anch’essi per fare i maestri e perpetuare così, di generazione in generazione, l’ignoranza della lingua italiana. Ogni anno, nel periodo degli esami, si fa un gran discutere, da noi, sui metodi in uso nelle nostre scuole, alcuni lamentandone la mitezza, altri la severità. A voler raccogliere tutti gli articoli che sono stati scritti e si seguiva a scrivere in proposito, c’è da trovarvi conforto per ogni tesi e ispirazione per ogni riforma. Ma nessuno ha ancora detto, o almeno a me non è capitato di leggere, la cosa fondamentale: e cioè che, dopo tante palingenesi da Gentile in giù, dopo tanti riordinamenti, dopo tante leggi, e dopo tante deroghe che le annullano (“in via”, s’intende, “assolutamente eccezionale”), “la scuola”, in Italia, seguita a non esistere; vi esistono soltanto “le scuole”. Tant’è vero che i maestri a cui esse sono affidate sono “elementari” in qualche posto, ma “alimentari” in molti altri. Trattare questi e quelli con gli stessi stipendi equivale a fare dei primi delle vittime, e dei secondi dei ladri.

IL GROSSO OSTACOLO

Qualcuno dice che tutto il problema del Mezzogiorno, essendo condizionato da un’opera di bonifica umana, dipende esclusivamente dalla scuola. Come figlio di professore, mi piacerebbe di crederlo; ma non ci riesco. Tuttavia, anche a non volersi impegnare su quell’ “esclusivamente”, m’è bastato ficcare il naso in certi paesetti della Lucania e della Calabria per rendermi conto che questa mancanza, non di cultura, ma di educazione, è il primo e il più grosso ostacolo che si para di fronte a qualunque iniziativa di riscatto del Sud. Con esso deve vedersela non soltanto il capitalista settentrionale, che trovi il coraggio (ce ne vuole) d’impiantare quaggiù un’industria; ma anche il povero giornalista che, con inopportuno zelo, cerchi d’incoraggiarvelo e di spiegare ai lettori del Nord perché questa impresa sia così necessaria e nello stesso tempo così difficile. Naturalmente, per farlo, non c’è che un mezzo: riferire con esattezza come stanno le cose, o almeno come sono apparse ai nostri occhi, in tutta la loro desolazione, in tutta la loro tragicità e in tutta la loro comicità. Ma qui appunto cominciano i guai. Queste terre del sole amano l’ombra. I portoni delle case ospitalmente si aprono al forestiero, ma i contatti con gli inquilini obbediscono a complicate liturgie che li rendono puramente formali ed escludono qualunque intimità e confidenza. Se si potesse industrializzare i segreti, l’Italia del Sud sarebbe il più ricco angolo d’Europa. Ma essi giacciono sepolti in case chiuse come fortezze, e qualcosa ne trapela solo nei confessionali e negli studi dei notai.

Per capire una briciola, da cui si possa ricostruire il costume di questa gente, bisogna affidarsi, più che alle proprie capacità d’indagine, all’intuito. La povertà viene nascosta per scrupolo di decoro; la ricchezza, per paura del fisco. Ma cosa non viene nascosto, nel Sud? Tutto: anche la bontà. Un mio amico meridionale intelligente e spregiudicato (ce ne sono a bizzeffe) mi diceva che, per vivere in questi paesi e barcamenarvisi tra le beghe, le complicità e le clientele, ci vuole un cervello elettronico, capace di dosare al millimetro la parola, il gesto, lo sguardo. E’ questo tirocinio di sottilissima diplomazia quotidiana – con le autorità, con gli amici, coi nemici, e perfino con la moglie e coi figli – ciò che fa del meridionale il meglio qualificato (…). Da quale passato di malgoverno, da quanti secoli di arbitrii, di favoritismi e di soprusi, derivi tutto questo, è facile capire, e nessuno pretende conteggiarlo nel passivo delle vittime. Ma il risultato è quello che è: una incapacità di fiducia e di solidarietà, una mancanza di civismo, insomma una totale maleducazione collettiva. Uno dei primi frutti di questa maleducazione è l’allergia alla verità. Io non so se son cascato male nella scelta; ma il fatto si è che in tutto quello che mi è capitato di leggere sulla questione meridionale il mio naso ha avvertito un insopportabile fetore d’ipocrisia.

Solo Giustino Fortunato – appunto perché era un gran signore – ha parlato chiaro e ha denunziato con sincerità i difetti umani del Sud, di cui era figlio. A parte il suo, non c’è stato finora nessun tentativo di dialogo fra questi due tronconi dello stesso Paese. I settentrionali, o tacciono con disprezzo considerando il Sud una irredimibile disgrazia da tollerare sforzandosi d’ignorarla, o ne discorrono con timorata reticenza. Quanto ai meridionali, essi si dibattono in questa eterna contraddizione: da una parte piangono miseria, dall’altra vedono un calunniatore in chiunque venga a constatarla e la denunzi. A scrivere che non è più ammissibile che nella maggior parte dei paesi di Calabria le donne debbano ancora attingere acqua alla fonte con l’anfora  in testa, non ti ringraziano di aver auspicato l’acquedotto, ma ti rinfacciano di aver dimenticato che in quelle anfore c’è una “civiltà trimillenaria”. Perchè a complicar le cose c’è anche questa retorica dei millenni cui pagar pedaggio ad ogni frase. Pronunciare un nome, equivale a farsi non uno, ma molti nemici: l’interessato, il quale troverà che non hai parlato di lui abbastanza bene, e tutti coloro che lo conoscono, i quali troveranno che non ne ha parlato abbastanza male. Tutti insieme, essi ti attribuiranno chissà che maliziose intenzioni e interessati calcoli. In ogni “citazione”, e in ogni abbozzo di diagnosi un attentato alla dignità. Tempo fa un settimanale romano indisse un “referendum”, invitando i lettori settentrionali a dire che cosa pensavano dei meridionali, e viceversa. Il direttore rimase sbigottito alla violenza delle risposte che giunsero da una parte e dall’altra. Ecco a che cosa ha approdato questa mancanza di franchezza, da ambedue le parti: a incancrenire la piaga, ad avvelenare i reciproci rancori e a fomentare i “complessi”. Quando un settentrionale parla in pubblico dei meridionali, ne loda l’intelligenza, lo spirito, le canzoni e la “filosofia”. E quando un avvocato meridionale viene a difendere una causa a Milano, debutta immancabilmente con un tributo alla “operosa e nobile città che giustamente si fregia del titolo di capitale
morale”. Ma sotto queste frasi convenzionali e balorde c’è ben altro. C’è la convinzione del Nord di essere impoverito dal Sud, e c’è la convinzione del Sud di essere affamato dal Nord, dopo cent’anni di unità siamo ancora qui.

IMPRESA NECESSARIA

Anche di questo imbroglio, il malgoverno della scuola ha senza dubbio le responsabilità maggiori. E non soltanto perché i maestri “alimentari” difettano d’istruzione. La diffidenza, il sospetto, la segretezza, l’ambiguità sono, più che giustificati, obbligatori, in un insegnante che deve anzitutto nascondere agli allievi l’ignoranza di ciò che insegna. Sulla cattedra, egli costituisce agli occhi della scolaresca, la vivente riprova che la raccomandazione conta più della grammatica, che l’amicizia dell’ispettore è più importante dell’alfabeto e che, zitti zitti, piano piano, un diploma di abilitazione si può strappare anche in barba alla sintassi. La refrattarietà alla schiettezza, il terrore della sincerità, trovano la loro incubatrice in queste aule scolastiche, dominate dalla volontà di eludere i problemi, a cominciare da quelli della ortografia. La loro paura della verità che è poi la paura della vita, è documentata dalla loro ripugnanza alla natura. In questo paese del sole i caffè sono più affollati che in Finlandia, le spiagge deserte, i cani randagi, i boschi alla mercè delle capre che non ne hanno nessuna.

Non dappertutto il contadino è nell’impossibilità di vivere sul fondo perché vi mancano la strada e l’acqua. Anche là dove queste condizioni esistono, egli si rifiuta di starsene isolato sulla terra, la cui “verità” lo spaventa. L’aria aperta, gli alberi, gli animali non lo attirano. Preferisce l’alveare del villaggio sovrappopolato perché vi si sente protetto da mille complicità. Invece che all’iniziativa, si affida più volentieri alla diplomazia, cioè ancora una volta alle bugie. Dico tutto questo senza malanimo, arciconvinto come sono che il riscatto del Sud sia una impresa non solo necessaria, ma anche redditizia, purchè sia avviata al di fuori delle solite menzogne convenzionali e dell’uggiosa retorica di cui son condite. Bene o male, è il Nord che deve fornire i capitali e i tecnici per realizzarla, sia che lo faccia – come speriamo – attraverso la sua iniziativa privata, sia che lo faccia – come temiamo – attraverso lo Stato. Esso ha bene il diritto di sapere come stanno le cose, prima di affondarci le mani. E il Sud, se vuol curare i suoi malanni, non confonda il medico col denigratore e la diagnosi con la calunnia. L’educazione dei meridionali dovrebbe mirare solo a questo: ad affezionarli alla verità, a liberarli dalla paura. Ma, certo, finchè sarà lasciata in appalto ai maestri “alimentari”…

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