L’ATTESA É FINITA. MA IL PALCOSCENICO É VUOTO

Nicola Pace

Se c’è un libro che amo leggere e rileggere è senza dubbio Aspettando Godotdi Samuel Beckett.

Un piccolo grande capolavoro adatto ad ogni tempo e ad ogni storia, proprio perché evita di raccontare il tempo ed ignora qualunque storia.

Reale, come solo sa essere il nulla, l’opera dell’autore irlandese appare come una potente metafora della modernità (o come fa chic affermare adesso, della post-modernità), in cui l’individuo perde la sua centralità per sottomettersi lentamente, ma inesorabilmente, ad un nuovo soggetto che fa dell’astrattezza il suo carattere distintivo: la massa.

Ecco, la cifra per comprendere la tragicommedia dell’esito delle elezioni politiche italiane in scena in questi giorni, e trasmessa a reti unificate, è proprio la massa che, come acutamente osservava Gustave Le Bon, è sempre governata da un profondo servilismo verso colui che è in grado di illuderla:

“…è sempre un bisogno di servire, non un bisogno di libertà, a dominare l’anima delle masse. La sete di obbedienza le spinge a sottomettersi per istinto a chi se ne dichiara padrone…”

La massa non è interessata alla verità, ha bisogno solo di essere sedotta, dunque è inutile parlare di libertà, di rivoluzione, di aria nuova, quando sul palcoscenico, con profili diversi, ci sono semplicemente ed ancora Vladimiro ed Estragone:

«Estragone: E noi?

Vladimiro: Prego?

Estragone: Dico e noi?

Vladimiro: Non capisco.

Estragone: Qual è la nostra parte in tutto questo?

Vladimiro: La nostra Parte?

Estragone: Non avere fretta.

Vladimiro: La nostra parte? Quella del postulante.

Estragone: A questo siamo ridotti.

Vladimiro: Il signore ha per caso delle esigenze speciali?

Estragone: Non abbiamo più diritti.»

(…)

«Estragone: Aspettiamo.

Vladimiro: Si, ma mentre aspettiamo.

Estragone: E se ci impiccassimo?»

 

Nessuna illusione, non ci sarà un nuovo mondo, perché in fondo non è mai esistito un vecchio mondo, il copione torna a ripetersi in ogni fase ed anche l’impiccagione, come ultimo momento di scelta individuale e potente metafora del rifiuto, è assolutamente impraticabile e non solamente per l’impossibilità data da un salice (pianta che i protagonisti del romanzo scelgono per impiccarsi), ma perché l’uomo contemporaneo è assolutamente incapace di scegliere per sé.

Sballottato, indeciso, irrealizzato, incompleto e privo di ogni punto fermo si consegna alla fede, alla massa, ai social, alle fake-news. Si consegna alla fede della massa veicolata sui social attraverso le fake-news.

«Estragone: Non siamo legati?

Vladimiro: Non capisco niente.

Estragone: Ti domando se siamo legati.

Vladimiro: Legati?

Estragone: Legati.

Vladimiro: Legati come?

Estragone: Mani e piedi.

Vladimiro: Ma a chi? Da chi?

Estragone: Al tuo grand’uomo.

Vladimiro: A Godot? Legati a Godot? Che idea! Mai e poi mai!….. Non ancora.»

 

L’esito è chiaro, e allo stesso tempo tragico, l’attesa è finita, Godot non è arrivato (e non arriverà), e i figli delle stelle, fautori del nuovo mondo, hanno già la corda legata a qualche robusta pianta di salice.

 

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