LIFTIBRASS. STORIE DI OTTONI PARLANTI

Giuseppe Romaniello

Festina lente, Basilicata

Abbiamo bisogno delle parole per definire i fatti del mondo, per modellarli, per modificarli, per generare cambiamento; non è un caso che Dio, per rivelarsi all’uomo, si fece verbo, si incarnò nella parola. Intorno alle parole girano le convinzioni degli uomini, le aspirazioni dei ragazzi, le ispirazioni dei poeti, le inspirazioni degli atleti: un mondo senza parole sarebbe un mondo muto, senza sogni, senza possibilità, senza futuro. Ci sono parole da inventare e parole da evitare affinché le cose prendano il verso sperato; ci sono parole da dedicare e parole da stigmatizzare per fare della propria terra un posto migliore.
Oggi voglio provare a fare questo esercizio.
Da domani eviterò alcune delle parole che hanno accompagnato la mia esperienza, i miei studi passati, i miei pensieri e che oggi sento estranee; evito da tempo la parola crescita, la trovo una colossale illusione, come poco mi appassiona la parola sviluppo, che ci ha educato ad immaginare un mondo replicabile cento volte alla stessa maniera, quasi fosse un puzzle di pezzi che tendono all’identico. Mi disturba la parola coerenza, che rende pensieri e persone immobili, ancorate ad una comprensione univoca ed immutabile di un mondo, che, nel frattempo, è nel perenne affanno del movimento.

Amo la parola vertigine ed amo le parole che provocano le vertigini, generando quel salutare senso di smarrimento che costringe ciascuno a farsi domande, a chiedersi dov’è e dove sta andando, che induce anche i più stabili all’incertezza del passo, all’esercizio del dubbio, alla necessità di rallentare la marcia: perché alla velocità del mondo non possiamo rispondere replicandone il passo, dovremmo piuttosto osservarne il movimento mentre contribuiamo a modificarne il verso.

“Vai, corri, fai veloce e torna presto, ma mettici tutto il tempo necessario per fare bene quello che ti è stato chiesto di fare”; me l’hanno raccontata così la versione lucana del Festina lente latino e così la riporto, in tutta la sua misteriosa contraddizione.

Salverei le parole contraddizione, contrapposizione, contrappunto.
Salverei le parole che ci consentono di affrettarci lentamente, di fare le cose con ferma ma incalzante determinazione; salverei la capacità di guardare lontano senza perdere la possibilità di soffermarsi i particolari. Salverei la rapidità che è la prontezza nel fare le cose, che è reattività alla necessità, che è un tempo ridotto ma non compresso; abolirei la velocità, che della rapidità conserva solo il movimento nello spazio, movimento capace di perseguire la direzione della marcia, ma incapace di interrogarsi sul senso della stessa.

Festina lente, Basilicata; te lo dicevano i latini, ma tu sembri non ricordartelo; non so se augurarti di recuperare la parola memoria, ma di certo ti auguro di custodire – gelosamente – la parola radici.

di GIUSEPPE ROMANIELLO

La colonna sonora consigliata è del 1993, Officium di Jan Garbarek And The Hilliard Ensemble (ECM New Series)

 

 

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