L’INUTILE FUGA

Ugo Maria Tassinari

La storia dolorosa di Youssouf, calciatore ivoriano, che scappa dalla guerra in Africa per venire a morire di cancro in Italia

 

Ci sono storie che ti straziano solo a sentirle. E quando te le raccontano ti rimangono dentro e fai fatica a scriverle. Perché anche se lo sai non ti vuoi arrendere all’evidenza: la vita sa essere più stupida della merda. Perché, come ci ha insegnato De Andrè, dal letame nascono i fiori, da certe tragedie insensate solo frustrazione e dolore.

Quella di Souare Youssouf è una di queste storie. Nato in Costa d’Avorio nel 1987, ha un solo sogno nella vita: giocare a pallone da professionista in Europa. Così, visto che la via del successo non spunta, a 28 anni decide di ricorrere a mezzi estremi: il viaggio della speranza e della fortuna. Attraversa il deserto, sopravvive al mattatoio libico e alla traversata del Mediterraneo in un barcone sgarrupato. Arrivato in Sicilia gli tocca un buon parcheggio in attesa che sia valutata la sua richiesta d’asilo: un centro di accoglienza gestito da un’associazione a Pisticci, sulla collina materana.

E qui la vita, finalmente, sembra sorridere a Youssouf. Un osservatore della Lazio lo vede giocare nella squadra locale (il giovane ivoriano è un difensore dinamico e orientato al gioco di attacco) e arriva la convocazione per un provino a Roma.

La tragedia è dietro l’angolo: le visite mediche nei centri sportivi delle squadre di serie A sono fatte a regole d’arte e gli esami non lasciano margini di errore. L’ecografia all’addome individua la presenza di una massa in area pelvica. La diagnosi è impietosa: è un tumore alla vescica localmente esteso. Youssouf è rimandato a casa. Lo ricoverano a Matera, per sottoporlo a chemioterapia: l’obiettivo è ridurre la massa neoplastica per renderla operabile. Ma il tumore è aggressivo e il giovane ivoriano resiste al trattamento.  E si decide un altro trasferimento

Quando arriva a Potenza, a metà novembre – racconta Mimmo Bilancia, il direttore del dipartimento oncologico del San Carlo – la situazione è grave. Nelle zone di origini di Youssouf, l’intero Golfo del Leone, la parassitosi è endemica per le scadenti qualità delle acque. Le frequenti infezioni delle vie urinarie favoriscono così la genesi di tumori anche in giovane età”.

Insomma, la fuga in Europa non è servito a niente: l’Africa se l’è portata dentro ed è stata la sua condanna a morte.
La massa tumorale è estesa – spiega Bilancia – e oramai ha attaccato il retto e gli ureteri. La sindrome è molto dolorosa e quindi, dopo aver tentato una seconda, più aggressiva linea di chemioterapia, passiamo alla terapia del dolore, in collaborazione con il direttore dell’Hospice e delle cure palliative, Marcello Ricciuti. E quì succede un piccolo miracolo: perché insieme riusciremo ad accompagnarlo alla morte risparmiandogli atroci sofferenze”.

I giovani che gestiscono il centro di accoglienza di Pisticci non abbandonano Youssouf: organizzano l’arrivo in Italia a gennaio della mamma e così la donna potrà stargli vicino nelle ultime settimane di vita.

A lui è rimasto – conclude Mimmo Bilancia – un ultimo desiderio. Da difensore, da tifoso del Milan, vuole conoscere il suo idolo: capitan Maldini. I volontari dell’Amasi, l’associazione mariana che assiste in ospedale i malati, si danno da fare ma non c’è tempo per organizzare la cosa. E così alla fine chiamano il bomber del Potenza, Carlos Franca, pallone d’oro per la serie D. Il centravanti rossoblù non è solo un campione. Ha anche un cuore d’oro. E così, dopo l’incontro, chiede di essere lasciato con il collega, da soli, per pregare insieme. Uno cristiano, l’altro musulmano. Un incontro dagli aspetti umani assai rilevanti, che ha reso Youssouf estremamente felice”.

E la generosità del campione italobrasiliano è un’altra storia, da raccontare tutta. Anche perché, stavolta, è a lieto fine.

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