ABBIAMO LE PROVE CHE NE HA UCCISI PIU’  LO  STATO ITALIANO DEL VIRUS?

ABBIAMO LE PROVE CHE NE HA UCCISI PIU’ LO STATO ITALIANO DEL VIRUS?

Nel mio precedente articolo avevo provato a sollevare il dubbio che la disorganizzazione, l’impreparazione, l’insufficienza di mezzi e le stesse direttive operative del sistema italiano fossero alla base dell’altissimo numero di vittime, o potessero almeno spiegarne una parte. Lanciando l’ombra di evidenti responsabilità addosso a di chi ha finora gestito questa emergenza, con pieni poteri, mai visti prima nell’Italia Repubblicana, da quando cioè la Costituzione è stata promulgata.

E’ difficile per un piccolo blogger di provincia provare a insinuare il dubbio, per quanto supportato da ricerche e riflessioni magari condivisibili, quando in coro il Capo del Governo, il capo della Protezione civile, le massime autorità sanitarie e i Governatori delle Regioni maggiormente colpite dalla crisi, riferiscono che tutto è stato gestito al meglio, senza particolari sbavature, eccezione forse fatta per l’iniziale problema di reperimento di mascherine, e senza che nessuno sia stato lasciato indietro, nonostante le evidenti e scusabili difficoltà di una crisi imprevedibile (fino a un certo punto, comunque) e violenta.

Un modello virtuoso anzi, da promuovere ed esportare, un fiore all’occhiello del Sistema Italia, un esempio da seguire per tutte le Nazioni che dopo di noi si sono trovate alle prese con questa enorme sciagura.

Proprio il Capo della Protezione Civile Borrelli, al picco dei ricoveri in terapia intensiva (era il 3 aprile), affermava infatti tranquillo: “non mi risultano situazioni dove gli ospedali non riescono a garantire il ricovero in terapia intensiva”. Frase più volte ripetuta in diretta alla conferenza stampa delle 18:00 nei giorni precedenti, quando qualche giornalista faceva notare come i dati dei ricoveri in terapia intensiva (massimamente attenzionati dall’opinione pubblica, in quanto sarebbero stati i primi a registrare un auspicato calo della diffusione dell’epidemia) sembravano essere arrivati a un “tappo” intorno ai 4000 posti; il che poteva suggerire, con i dati dei nuovi positivi ancora in crescita, che il sistema di assistenza fosse ormai arrivato a saturazione.

Ma Borrelli, e in coro tutte le altre autorità nazionali e locali, o confermavano che non si registrava alcun problema, o semplicemente ignoravano l’argomento. E il calo fatto effettivamente registrare, in maniera continuata, dal giorno successivo, avrebbe archiviato definitivamente la discussione.

Fino a ieri. Cos’è successo ieri?

Provo a sintetizzare brevemente l’antefatto: com’è noto, qualche giorno fa il Governo ha varato misure deludenti per la fase 2, rinviando l’auspicata differenziazione regionale al 18 maggio, e consentendo per 14 giorni una sperimentazione unica su tutto il territorio nazionale, ancora (incomprensibilmente e contro ogni evidenza oggettiva) considerato come unico focolaio. Una normativa che è subito sembrata eccessivamente permissiva per il centro nord, ancora alle prese con importanti focolai, e troppo restrittiva per il centro sud, ormai prossimo o già in pieno controllo dell’epidemia.

Ma pare abbia preso questa inattesa decisione sulla base di uno studio che, testando varie ipotesi, stabiliva che il rischio di un’apertura troppo repentina era ancora troppo alta. In questo studio si può leggere che nell’ipotesi più estrema (apertura di tutto subito da domani, come se non fosse successo nulla), puramente scolastica, si stimava in oltre 150.000 il fabbisogno di ricoveri in terapia intensiva al picco, raggiunto tra il 3 e il 15 giugno.

Questo studio, alla base delle decisioni del Governo, è stato però contestato da un gruppo di studio della holding di imprese Carisma (con interessi presumibilmente vicini a quelli di Confindustria, per intenderci, quindi potenzialmente favorevole ad una riapertura quanto più veloce e larga possibile, ma forse proprio per questo più attenta di altri alle carte e ai processi decisionali in corso, che possono decidere la vita o la morte di tantissime imprese). Facendola breve la critica è: se in Lombardia si sono registrati 1.381 ricoveri in terapia intensiva al picco, su una popolazione di infetti stimati in 1,3 milioni di persone (inclusi gli asintomatici), quindi con un’incidenza di circa 1:1000, come è possibile che il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) calcoli in 150.000 il picco nello scenario peggiore? In Italia siamo forse 150 milioni? Una osservazione forse banale, ma plausibile sulla base del ragionamento, dei dati noti a disposizione della comunità e del fatto che il report del CTS non riportasse i calcoli ma solo le premesse e quindi le conclusioni.

E se è sbagliato il caso estremo, non sarà sbagliato anche tutto il resto? Si chiedeva Carisma. E’ sulla base di questo che il Governo ha legiferato in maniera così bizzarra sulla fase 2, con prudenza forse eccessiva, almeno vedendo quello che fanno gli altri Paesi, almeno considerando che in larga parte del territorio italiano l’epidemia si avvia quasi all’estinzione, o magari piuttosto si è messo mano alla legge guardando più i sondaggi di opinione di una popolazione ancora impaurita (dalla stessa comunicazione di sistema, ricordate il #iorestoacasa e il se esci a fare una corsetta sei un pazzo irresponsabile?), che irrazionalmente chiede addirittura di prolungare il lockdown, pure in regioni ormai quasi liberate dal virus?

La risposta dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) non si è fatta attendere.

E ha del clamoroso!

Nella conferenza stampa di ieri, infatti, ha pubblicato questa slide, in cui spiegava gli errori logici e di dati fatti da Carisma per arrivare alla sua conclusione.

Non entro nel merito della polemica e della correttezza dei calcoli matematici di modelli così complessi. Gli studiosi discuteranno e arriveranno a conclusione, si tratta pur sempre di modelli e dunque validi solo nell’ambito delle ipotesi e delle stime di partenza, sempre che i calcoli intermedi siano corretti.

Ma faccio notare come per giustificare la bontà del loro studio, siano stati costretti a comunicare un dato mai pubblicato prima: il fabbisogno di terapia intensiva non è stato quello tranquillizzante riportato nelle tabelline quotidiane da Borrelli (1.321 in Lombardia, al picco, e 4.068 in tutta Italia): a quelli andrebbero aggiunti 9.426 (ripeto: novemilaquattrocentoventisei) persone, morte senza mai essere passati per la terapia intensiva. Senza aver mai potuto accedere alle cure di cui avevano bisogno.

Leggo bene? Quasi diecimila connazionali deceduti, che non hanno mai avuto nemmeno una chance di salvarsi, di poter sperare che un respiratore potesse salvare loro la vita?

Come è potuto accadere? Non c’erano abbastanza posti? E se così è stato, perché non è mai stato detto finora? Possibile che Borrelli non ne era a conoscenza? Ha mentito lui, o mente adesso l’ISS per giustificare ex-post dei calcoli sbagliati?

Per dovere di cronaca, oil relatore dell’ISS ha glissato dicendo che non era quella la sede per discutere del perché oltre 9.000 connazionali non abbiano avuto accesso alle terapie intensive di cui avevano bisogno.

Beh se non era quella la sede, se ne trovi subito una!

Perché, se quei dati sono riferiti al trentuno marzo, il conteggio totale dei morti a quella data riportava 12.428 decessi totali. Ma se di questi i tre quarti sono deceduti senza aver potuto ricevere le cure di cui avevano bisogno, rinnovo la domanda: ne ha uccisi più il “Modello Italia”, aggravata da comunicazioni incomplete quando non da vere e proprie menzogne, o il maledetto Virus Covid-19?

Siamo sempre tutti certi e fiduciosi che davvero mezzo mondo penda dalle labbra di Conte per copiarlo, che guardi all’Italia come virtuoso modello da seguire per fronteggiare una crisi micidiale e imprevista, essendo riuscire ad adattare velocemente le proprie strutture per dare assistenza a tutti, senza lasciare indietro nessuno, come ci hanno fatto credere finora, o adesso comincia a venire anche a voi il dubbio che, forse, a guardare meglio le cose, #nonèandatoaffattotuttobene?

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.