L’ORRORE, LO SDEGNO, LA SPERANZA

Ugo Maria Tassinari

Questa storia dei video sparati in contemporanea ai provvedimenti cautelari e diventati immediatamente virali è una cosa terribile e spaventosa. E deve finire. Perché disarma del tutto anche il garantista più cocciuto e sfrontato.

Che speranza di giusto processo ha il disgraziato che è immortalato mentre prende a calci un disabile caduto a terra se quelle immagini generano disgusto e furore anche in un “difensore” dei diritti degli imputati come me?

Ad aumentare la rabbia e lo sdegno, ovviamente, concorre la circostanza che a macchiarsi di queste brutali violenze sia il personale di una struttura rinomata per i suoi standard d’eccellenza, come i Padri trinitari di Venosa.

Quando sono arrivato in Basilicata come direttore della Nuova la mia principale attività professionale non era il giornalismo ma la formazione e l’aggiornamento professionale dei giornalisti disoccupati.

Così quando mi arrivò un invito per un evento in programma nella struttura venosina fui ben lieto di andarci e di verificare la corrispondenza tra fama e realtà. Alla fine del secolo scorso la pratica ippoterapeutica già vantava più di dieci anni di attività e importanti risultati riabilitativi.

Quando la Regione, sulla base di stringenti direttive europee, passò negli anni successivi all’affidamento di corsi e attività formative solo per procedure di pubblica evidenza, i Padri trinitari resistettero, invocando l’eccezionalità e la non comparabilità delle loro pratiche.

Ora ci verranno a dire che le responsabilità penale è diretta e personale, che i tagli della spesa sanitaria e sociale riducono gli standard e stressano i lavoratori sottoposti a carichi crescenti e insostenibili ma l’orrore delle immagini diffuse oggi spazza via, come una valanga di fango e liquame, trent’anni di storia onorata.

Era già successo, proprio al centro degli anni Ottanta, a San Patrignano, la più rinomata struttura di recupero per tossicomani, che finisse in galera il fondatore della comunità, Vincenzo Muccioli. Il processo e la battaglia culturale e mediatica sull’uso di mezzi coercitivi per le cure dei “tossici”, giustificati sempre con l’insufficienza di personale, suscitarono aspre polemiche, oltre il limite dell’invettiva. Ma 30 anni dopo San Patrignano sta ancora là.

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