MI DIMETTO O NON MI DIMETTO?

Lucia Serino

Dal comune di Potenza a Matera2019: quando le donne non spiegano

 

Non ha ancora, politicamente, l’età della saggezza e della prudente riflessione teorica ma quel no detto al suo partito sarà davvero la prova di una nuova stagione dell’autodeterminazione politica femminile in una regione non proprio al passo?

Carmen Celi, l’assessora del gran rifiuto, non sarà una Ersilia Salvato, la comunista pluriparlamentare che fece uno strappo storico nel Pci e fumava la pipa a rimarcare l’inesistenza della differenze. E non sarà un sigaro, che Carmen da Potenza mostra di fumare, a fare la differenza.

Celi non ha voglia di spiegare perché ha deciso di dire no al gentile invito a dimettersi dalla giunta di Potenza per ammaccare il sindaco De Luca nell’impulso di coerenza distruttiva avuto dal Pd lucano all’indomani della batosta del 4 marzo. Una semplice nota scritta in cui accusava il suo partito di mobbing politico l’ha messa al riparo, a marzo scorso, da ogni ragionamento ulteriore, nei giorni in cui parava in silenzio il fuoco amico di altre donne. Vita parallela e diversa di quella di Donatella Cutro, che invece nel giro di pochi giorni si è allineata e si è dimessa.

Sono due episodi che si aggiungono a un terzo che riguarda il poco variegato mondo della rappresentanza di genere, le dimissioni della rettrice dell’università della Basilicata, Aurelia Sole, dalla Fondazione Matera2019. Posto poi assegnato all’ex sindaco di Matera, Salvatore Adduce.

Nel giro di qualche settimana abbiamo avuto un quadro di questo tipo: c’è chi si è dimessa sua sponte (Sole), chi ha accettato l’invito a dimettersi (Cutro), chi ha rifiutato di dimettersi (Celi). C’è qualcosa in comune in queste tre decisioni che appaiono diverse?

Qualcosa in comune c’è e ha a che vedere con il momento dell’origine delle nomine, con la natura della loro genesi.

Sarebbe utile, non a posteriori ma ab initio, interrogarsi su quanta consapevolezza ci sia o ci sia stata nell’accettare, di certo con convenienza, l’idea di supplire a un vuoto di una politica molto maschile o di esercitare una funzione per “conto e in rappresentanza di”.

Guardiamo le due assessore di Potenza. Non è un mistero per nessuno leggere la genesi delle loro nomine in una geografia maschile di appartenenza, Celi in quota De Filippo e Cutro in quota Polese. E dunque, visto dalla fine del percorso, il gran rifiuto di Carmen è indisciplina di partito, autodeterminazione e liberazione da ogni vincolo di appartenenza, calcolo – più probabilmente – su un proprio patrimonio di potere accumulato e spendibile in un possibile futuro di sciogliete le righe?

Sarebbe anche apprezzabile quest’ultima ipotesi ma la vera domanda è quanto di autonomo c’è stato finora, nello svolgimento di un mandato politico? Autonomo da indicazioni, suggerimenti, posizionamenti che riflettevano lo stop and go dei riferimenti d’origine? Allo stesso modo il tempo delle riflessioni sulla situazione politica del comune di Potenza che suggerisce l’ex assessore Cutro guarda caso è esattamente coincidente con quello deciso dal suo partito. In altre parole dov’è la differenza? Dove l’autonomia? Dove il pensiero altro?

Chi è in grado, nell’altra metà della Storia, di galvanizzare gli animi invece che ammansirli? Chi avrà, soprattutto, la capacità di trasformare la decadenza in forza?

É per questo, per arrivare alla nostra terza e più importante storia, che ci saremmo aspettati di più, in termini di parole e analisi, da una donna con il prestigio istituzionale di Aurelia Sole. Nessuno ha creduto all’autenticità del comunicato delle sue dimissioni dalla Fondazione Matera2019. Anche qui c’è stato un peccato d’origine.

Era evidente a tutti che la scelta di nominare la rettrice al vertice della Fondazione nasceva dalla necessità di supplire a un vuoto della politica. C’era un temine prevedibile nella sua missione, un termine non collegato al raggiungimento di un risultato, ma al mantenimento di una funzione nell’attesa che chi si stava scannando a Matera per aggiustare governissimi e altro, trovasse l’accordo pacificatorio.

Certo, nulla di nuovo nelle ciniche dinamiche della politica. Ma resta la domanda: quanta consapevolezza c’è in una donna – nel caso di Aurelia Sole, tra l’altro, già ai vertici di un’istituzione e sicuramente per meriti suoi – nel “subire” l’esercizio di una funzione? Quale patto di verità ci sarà stato all’inizio? Immaginiamo nessuno se è vero che tranelli sono stati tentati fino alla fine nella modifica dello Statuto.

Il punto non è se Adduce è migliore di Sole. Il punto è che probabilmente quel posto all’ex sindaco spettava ragionevolmente dall’inizio. Se la linea era, autenticamente, di affidare quel ruolo a una figura di prestigio istituzionale perché non lasciare la rettrice? Tornava utile, in realtà, alla politica mantenere in caldo una poltrona con una autorevole figura femminile ma deliberatamente di passaggio.

Si trattava di un posto che la politica si giocava per mettere a sistema i suoi tasselli (allo stesso modo non è credibile la posizione di Braia che contesta il valore della nomina di Adduce).

Ma tutto questo la rettrice lo sapeva? Lo aveva intuito? E davvero tutta questa vicenda, vista da una prospettiva femminile, merita il silenzio?

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