NE HA UCCISI PIU’ IL VIRUS  O LO STATO ITALIANO?

NE HA UCCISI PIU’ IL VIRUS O LO STATO ITALIANO?

Foto da RaiNews.it

Siamo giunti alla fine di una lunga quarantena, durata quasi due mesi. E’ anche improprio usare il termine “quarantena”, riservata ai malati, o al limite a chi sia almeno sospettato di esserlo, per evidenti motivazioni: ad esempio provenire da un posto in cui era in corso un pericoloso focolaio di una letale malattia.

Ma si è presto capito che l’Italia era – o rischiava di diventare presto – un unico esteso focolaio, dai confini incerti, non più contenibile, e che non era più il caso di tergiversare in sofismi: bisognava agire, e quindi tutti dentro casa.

Ci siamo rimasti di buon grado, in parte per paura, in parte per obbligo giuridico con tanto di salate multe, comminate da uno Stato che gradualmente si trasformava in un asfissiante Stato di polizia, assicurato da impietose forze dell’ordine impegnate nella nobile missione di far rispettare la legge alla lettera. Implacabili quindi nello giudicare di volta in volta troppo elevata la distanza da casa, troppo assembrata l’utilitaria, poco convincente la motivazione per uscire, o non sufficientemente necessari i beni acquistati al supermercato. E inflessibili nel far volare via con un verbale, il poco sussidio rimediato dallo Stato per aver costretto tutti dentro casa, impossibilitati dunque a cacciare per procurarci il pane.

#iorestoacasa è stato il mantra, la parola d’ordine, la dolceamara medicina collettiva, e ci avevano e ci siamo convinti che solo così facendo, avremmo alla fine sconfitto il nemico.

Ai nostri nonni fu ordinato di andare in guerra, a noi stanno chiedendo di stare sul divano” è stata una delle frasi che più abbiamo condiviso appena un mese e mezzo fa: stare a casa come strategia di guerra, per abbattere il nemico. Chi esce è perduto, chi esce ci farà perdere la guerra.

In tutto questo, la consolazione di una misera tabella, sciorinata quotidianamente dal mite Capo della Protezione Civile, che comunicava asetticamente numeri ballerini, imprecisi, presto rivelatesi quasi totalmente inattendibili, perlomeno nel far capire ai cittadini la reale portata di quello che stava accadendo fuori dalle loro case.

Ma di fronte all’impietoso bollettino, che ogni giorno ci parlava di una “guerra” tutt’altro che prossima alla vittoria, il “popolo” – prima che la pletora di giornalisti ammessi a Corte a interrogare i diretti responsabili – ha cominciato a sentire l’esigenza che fosse comunicato perlomeno un dato: ma la crescente quantità di persone trovate ogni giorno positive, dove diavolo poteva avere occasione di incontrare l’infezione, se eravamo tutti costretti a casa?

Un atroce dubbio, che ha alimentato sospetti e odio, e moltiplicato estemporanee denunce di assembramenti non autorizzati, imprecisate segnalazioni di persone in giro, di masse di runners sospettosamente salutisti, e di irresponsabili sfruttatori di vesciche di animali per farsi una pericolosissima passeggiatina lontano da casa, aggirando i divieti.

Ci sono voluti 46 giorni, ma il dato, serpeggiato fra le righe nell’ultima settimana, e colto dai più attenti commentatori, alla fine è arrivato.

L’ISS comunica i risultati preliminari di uno studio epidemiologico sul Covid-19, dal quale risulta che quasi l’80% dei positivi al virus di aprile lo hanno contratto o in luoghi statali (ospedali, 10,8% e case di riposo, 44,1%) oppure in casa (24,7%), per diretto obbligo di rispetto dei protocolli sanitari (ricordate #iorestoacasa? Valeva anche e soprattutto per i sospetti positivi al Covid-19), dal momento che in molte Regioni il ricovero è disposto solo dopo lo sviluppo di una avanzata polmonite, ma anche dopo aver certamente infettato quasi tutti i conviventi.

E’ corretto dire allora che lo Stato abbia in qualche modo una responsabilità nel numero dei decessi per coronavirus contati in questa fase uno? Quanti dei 30.000 morti che si conteranno alla fine, si sarebbero potuti evitare con tamponamenti più tempestivi, con aree ospedaliere dedicate, con dispositivi di sicurezza in dotazione sufficiente? Quanti ne ha ammazzati il virus, quanti la nostra proverbiale disorganizzazione? Sarebbe questo il tanto autoincensato “Modello Italia”?

Se poi pensiamo che a lungo i responsabili di questo disastro si sono vantati che mezzo mondo seguisse proprio il nostro Modello, abbiamo forse responsabilità anche per le vittime registrate in altri Paesi?

Quando la polvere dell’emergenza si poserà, c’è da scommettere che se ne discuterà. Molto probabilmente in aule di tribunale, dove si stanno già accumulando denunce e cause.

E se penso che per aver reso all’umanità questo grande ed efficiente servizio, chiediamo di essere ricompensati con il versamento nelle nostre casse di centinaia di miliardi a fondo perduto, comincio a capire le perplessità dei Paesi dell’Europa del Nord.

Preoccupati di finanziare una Fase 2 intrisa di burocrazia, disorganizzazione, e ci mettiamo anche le immancabili ruberie, che a pensar male, in questo Paese, non si sbaglia quasi mai.

Per non parlare della Fase 3, quando si tratterà di rimettere in moto un Paese che già era in ginocchio, e che oggi è completamente disteso a terra.

Siamo sicuri che chi ci ha guidato finora ne sarà all’altezza, o non ha già abbastanza dimostrato di essere in grado di adottare soluzioni quasi peggiori del problema che sarebbe chiamato a risolvere?

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