NON É COLPA DI YOKO ONO

Francesco Cosenza

L’utlimo concerto dei Beatles, sul tetto della Apple, il 30 Gennaio 1969 non lo videro in molti.

Faceva freddo qual giorno, quasi come se una cornice volesse  congelare  il mito e, sempre giovane scolpirlo tra le nuvole del pomeriggio.

Nessuno aveva creato un evento, nessuno aveva postato le foto e nessuno sognava ancora di poterlo fare. Sono giovani i miti, nell’immaginario di sempre, e cosa fanno i miti? E dove vanno?

Le associazioni immediate del pensiero vanno a toccare quasi sempre le pareti del sogno, mito e sogno infatti assumono un legame centrale nella circolazione dei pensieri che diventano l’io. Emulativi e prospettici spesso fortunatamente “nudi“ in quegli anni.

A guardare le immagini di quella rivoluzione, quelle che si fanno quando il coraggio diventa primo motore costruttivo di panorami distanti perché volutamente distanti, una domanda si affaccia sul pensiero: Cosa sarebbero stati quei ragazzi di Liverpool oggi e il mondo come avrebbe accolto il suono nuovo, cucito perfettamente su uno stile?

Ci vuole soltanto un istante perché un’impressione diventi una visione

(Bill Viola)

Si potrebbe pensare ad un pomeriggio, lo stesso di adesso, quasi londinese infatti con la pioggia sui vetri delle finestre. Molti ragazzi sarebbero usciti, e davanti ad una tazza di tè avrebbero parlato per ore in un locale. Parlato, ascoltato, quindi ascoltarsi, guardarsi e capire o non capire e litigare.

Sarebbero poi dal pub usciti e in qualche macchina come tutti avrebbero fumato o disegnato ponti verso il tempo in danza sul parabrezza dell’auto. Dove le stelle sono sempre bianche e tratteggiano il punto più interno del discorso, quasi a ricordare che per vivere bisogna guardare sempre in alto.

Scrivo seduto sulla linea delle mia generazione, quella dei Rem sul confine del saluto e delle schede telefoniche con la scritta Telecom, puntualmente riconsegnate dalla cabina nel pieno di una domanda rivolta alla fidanzatina del mare. La cabina riconsegnandocela ci diceva il tempo è finito, cerca un bar e vai a comprare la risposta!

Tutto questo era bellissimo, non perché il tempo passa e la nostalgia si presenta ma perché il concetto di tempo nello spazio (il nostro) lo conosciamo bene, e conosciamo i rullini nelle macchine fotografiche e l’attenzione rivolta al passaggio di una nuvola sui capelli da fermare in uno scatto.

I sogni di chi sono, i nostri? E chi deve realizzarli? I governi che cambiano o gli aggiornamenti dell’iphone dove ci nascondiamo?

E il concerto di Woodstock su quale piattaforma è iniziato? E L’evento anche lì chi lo aveva creato?

Lo stesso tempo sotto un tempo diverso, le stesse chitarre e lo stesso palco, che avrebbe nel fango lasciato la foto di una coppia in una coperta colorata. Erano giovani in una storia senza tecnologia e senza like, senza selfie e senza filtri. Senza filtri sì, nudi come i pensieri di prima, vestiti solo di slancio e di volontà, quella indotta forse dai padri che avevano visto la guerra e da madri che sognavano un sogno diverso.

Tutto questo scrivere fa i conti con una sola parola: coraggio.

Tutti noi saremmo trasformati se avessimo il coraggio di essere quello che siamo

(Marguerite Yourcenar)

I Beatles erano finiti, su quella terrazza, troppi hanno attribuito la fine del sogno alla compagna di John Lennon, l’unica che aveva voce nella sala registrazione di Abbey Road, l’unica che fece dire a Lennon ora sono solo John.

“Credo solo in me

Yoko e me

È questa è la verità

Il sogno è finito

Cosa posso dire?

Il sogno è finito

Ieri

Ero il tessitore di sogni

Ma adesso sono rinato

Ero il tricheco

Ma adesso sono John

E così, cari amici

Dovete solo andare avanti

Il sogno è finito“

Queste sono parole di addio, ma sono lontane anni luce dall’aridità metallica di un linguaggio poco esposto. Bisognerebbe rivedere le strade e i vicoli, perdersi sui tavolini dei caffè quindi costruire nuove strade e nuovi scenari, dove il possibile è dietro l’angolo senza aver paura di sbagliare o sbagliando celebrare la maturità che sulle cicatrici diventa sabbia su cui scrivere il nome nuovo.

Esistono le panchine e i portici per ripararsi dalla pioggia, le cioccolate calde nei locali il pomeriggio tra un tema svolto bene e un altro sbagliato. Il sogno e la realtà.

Bisognerebbe guardare oltre la musica che ascoltiamo,  guardare dentro, i suoni sono immediati e la memoria corre e porta le immagini, diventa tempo e il tempo si poggia sugli esterni.

Una generazione viziata dall’immagine, connessi ed individualisti come mai, persone che non vedono le persone, sogni che non diventano terre, giornali dove passa il tempo scritto con lo stesso inchiostro ma spesso senza vita dietro.

Ci sarà sempre una Yoko Ono da incolpare e questa è la strada più breve delle analisi, facile per chi non sa gestire l’imperfezione e la ciclicità del tempo, lo scorrere veloce delle emozioni, perché anche di questo parliamo. La velocità delle emozioni, quelle che passano liquide in poche frazioni di secondo e vanno via. Come treni alla stazione e come palloncini in aria, che prima o poi scoppieranno quasi a ricordarci che i sogni durano poco se non li leghiamo al polso.

Una volta che si comincia a vedere, non possiamo che cercare il coraggio di vedere di più

(Arthur Miller)

Ora la scelta, nel senso pieno e consapevole del significato, come il telefono, e l’ipod ce l’abbiamo in tasca, possiamo scegliere di cercare la nostra Yoko da incolpare e collocarci (la parola mi piace molto) su quella lunga schiera grigia di persone “veloci” che per esistere hanno bisogno di sporcare qualcuno o molto più coraggiosamente possiamo salire sul tetto del palazzoC’è il primo concerto dei Beatles!

 

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