OBIETTIVO 2018: FARE DI COMUNITÀ VIRTÙ

Rosario Palese

Finalmente una buona notizia: nella terra dove è stata inventata la prima fake news della modernità – il familismo amorale – si incomincia timidamente a discutere di organizzazioni del Terzo Settore. Ma sì, è chiaro! Non intendo gli Enti del Terzo Settore in quanto tali (secondo la nuova definizione della recente riforma), quelli per fortuna ci sono da tanto tempo, alla faccia di Banfield, ma mi riferisco alle Organizzazioni di Comunità.

Che cosa sono?

Potrei dire, in maniera un po’ didascalica, che queste Organizzazioni di Comunità – fondazioni, cooperative e imprese sociali – sono enti non profit di diritto privato che operano per favorire l’attività filantropica dei soggetti protagonisti dei territori (cittadini, imprese, Enti del Terzo Settore e Istituzioni), che si impegnano nella promozione di progetti d’utilità sociale.

Le Organizzazioni di Comunità, pertanto, cercano di creare l’infrastrutturazione sociale (legami) dove creare sviluppo e benessere a partire dalle risorse delle comunità locali. La Comunità è il territorio e, in questo senso, i protagonisti della Comunità sono consapevoli che un nuovo Welfare è possibile solo se ci sente parte di qualcosa e per questa si è disposti a donare e a donarsi: il futuro si fa insieme, costruendo il circuito della solidarietà e del dono. In altri termini, le Organizzazioni di Comunità sono veri e propri agenti del cambiamento.

Ho l’abitudine di confrontarmi spesso con la mia vicina di casa, Gisella, donna ormai avanti con l’età, ma molto intelligente e colta e, dopo averle esposto in termini entusiastici questo argomento, lei ha replicato seccamente:

 «Però! Che bravo! Ma hai capito dove vivi? Pensi che sia possibile fare questa cosa in Basilicata? Una terra dove il settore pubblico ha eretto un sistema di socialismo reale che tiene in vita imprese, enti e, in certi casi, cittadini? Non perdere tempo e, se hai occasioni, scappa anche tu!».

Gisella avrebbe avuto la stoffa dell’analista politica, ma il suo talento l’ha espresso in altre cose, probabilmente non ha tutti i torti e, forse, bisogna essere un po’ folli per progettare infrastrutture sociali così ambiziose. L’alternativa, però, è la lenta morte civile, prima. e demografica, poi, di un territorio e della sua Comunità. Io credo che i territori/comunità abbiano un buon futuro e un buon tempo se riusciranno, tutti insieme, a far nascere una miriade di micro e piccoli imprenditori sociali, impegnati in attività etiche e sostenibili, assistiti da una serie di Fondazioni di Comunità, Cooperative di Comunità e di Imprese Sociali.

Bisogna esserci, perché c’è “il futuro che viene a darci fiato”.

Nei prossimi giorni tornerò sull’argomento, magari intervistando chi, le fondazioni di Comunità, le ha già fatte, le vive e progetta quello stesso futuro cantato da Ivano Fossati.

Intanto anche Gisella, dopo uno scetticismo iniziale, nel salutarmi si è fatta prendere dalla curiosità: «Comunità…ma fammi capire meglio, hai visto mai che cambia qualcosa…».

 

 

*Sociologo, giornalista pubblicista, è autore di libri e saggi sulla ricerca sociale, lo sviluppo locale, terzo settore e impresa sociale. È stato fondatore e Presidente dell’Eurispes Basilicata e Segretario Regionale dell’Associazione Italiana di Sociologia Professionale (Basilicata) e di UnionFormazione. Dal settembre 2010 è presidente della “Fondazione Abacus – Istituto europeo di ricerca, studio e formazione”. Giornalista, esperto in comunicazione sociale, direttore della rivista scientifica sulla mediazione «Mediares» (ISSN: 1723-3437).

Membro del Consiglio Direttivo di “CdO Basilicata” e Delegato regionale della SISTUR “Società Italiana di Scienze del Turismo”.

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