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Nicola Cavallo, “L’Oasi” (2018)

Beh, L’infinito di leopardi è un opera fondamentale nello studio della letteratura italiana. Questa volta non vorrei perdermi ed inizio subito a declamarla per poi esporvi il testo con parole mie personali, accompagnandole con brevi sviluppi o chiarimenti (la parafrasi, insomma).

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Cioè: “Questo colle solitario (quasi abbandonato a se stesso) mi è stato sempre caro e anche questa siepe, che impedisce al mio sguardo di posarsi su buona parte dell’orizzonte più lontano. “

Continuiamo…

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovr…

E no! Questo enjambement proprio non lo capisco. Questo “interminati / Spazi” credo significhi spazi che non hanno termine, che si estendono infinitamente.

Lo spazio è una cosa seria, non si può scherzare. E’ una delle prime cose che conosciamo quando veniamo al mondo e siamo in grado, anche ad occhi chiusi, di avere l’esatta percezione di noi stessi, delle nostre “parti” del corpo nello spazio, appunto. Si chiama “propriocezione”.

Potremmo pensare che l’universo nel quale viviamo sia infinito. Certo è difficile concepirlo nella nostra mente, ma è una buona ipotesi.

Potremmo, alternativamente, pensare che sia finito, che finisca da qualche parte … ma, in questo caso, nessuno di noi sarebbe capace di sapere cosa c’è…oltre.

Insomma, qualunque cosa ipotizziamo, è un bel problema.

Jan Vermeer, “L’astronomo” (1668)

Potremmo misurare la grandezza dell’universo? In teoria si, in pratica non se ne parla proprio.

Perché?

Beh, è semplice. Le misure, che siamo stati in grado di fare finora, ci dicono che l’universo è in espansione (questo è un dato sperimentale, unanimemente accettato, non una “sensazione”). Siamo anche in grado, a parte il fatto che conosciamo anche tante altre cose, di risalire a quando l’universo è nato. Una cosa che si espande, prima era ridotta in una zona “spaziale” molto, molto piccola. Beh, sappiamo che questo inizio è avvenuto 13 miliardi e 700 milioni di anni fa, giorno più giorno meno. Ho controllato il conto proprio ieri, col pallottoliere.

E prima? Boh, non lo so. In realtà non lo sa alcuno dei miei colleghi.

Prima non c’era neanche lo spazio, così come non c’era il tempo.

Spazio e Tempo (lo spazio-tempo quadridimensionale della Teoria della Relatività di Albert Einstein) sono “nati” con la nascita dell’universo: del Big Bang, ne avrete sentito parlare. Questo è il modello più accreditato che abbiamo. Se ne avete un altro, potete facilmente convincere tutta la comunità scientifica internazionale; basta solo dimostrare che il vostro modello funzioni (pensateci bene, prima di fare una figura così così…). La “scienza”, sappiatelo, non da certezze, riduce solo progressivamente le nostre incertezze.

Ora che so che l’universo si sta espandendo, com’è che non posso misurarlo?

Supponiamo che usiamo l’occhio ed un potentissimo telescopio ottico per vedere l’orizzonte più lontano (ma lontano assai, per capirci) del nostro universo…. La luce non cammina a velocità infinita; per percorrere una certa distanza (supponiamo che questa distanza sia rigidamente fissata – cosa che nella teoria della relatività generale di Einstein proprio non è così evidente) la luce impiega del “tempo” (diamine, ancora il “Tempo”, uffa). per fare un metro, la luce ci mette un tantinello più di 3 miliardesimi di secondo.

La luce del Sole, riflessa dalla Luna, ci mette circa un secondo e 30 centesimi per arrivare a noi. La luce del Sole ci mette un po’ più di 8 minuti. La stella più vicina, Proxima Centauri, è talmente lontana che la luce ci mette quasi 4 anni e mezzo per giungere a noi. La vostra fotocamera registra l’immagine di vostro figlio col salvagente nell’acqua del mare dopo almeno 20 miliardesimi di secondo (se sta a circa 6 metri da voi); certo che neanche ve ne accorgete, ma è così.

In pratica … reggetevi … il “presente” non esiste!!! Anche con i vostri occhi, voi state registrando il passato, il vostro cervello “vede” cose che sono già avvenute.

Capite, quindi, che il cielo che osserviamo la sera è, di fatto, una gigantesca macchina del tempo. Ciò che osserviamo ogni istante è uno snapshot del passato: nulla sta avvenendo in quel preciso istante. Ciascuna stella ci appare così com’era nel passato: più lontana è, più vediamo oggi un’immagine lontana nel tempo. In pratica, la maggior parte delle stelle che vediamo potrebbero non esistere più da tempo. Ogni stellata vista da dietro al vetro della vostra finestra (… e senza neanche un alone …) è un accozzaglia di infiniti tempi passati, tutti diversi a seconda di quanto distino da noi le stelle la cui luce ci raggiunge; e so’ miliardi, eh!

Vincent van Gogh , “De sterrennacht” (1889)

Non potremmo mai, doppio sigh e triplo sob, sapere come appaiono le stelle lontane “in questo preciso momento”. La loro immagine attuale potrebbe giungerci quando… non ci saremmo più, quando il nostro sole ed anche la Terra non esisteranno più … (tranquilli, ci vogliono almeno altri 4-5 miliardi di anni).

E non è solo la luce a metterci del tempo per propagarsi nello spazio. Anche i segnali nervosi (ricordate von Helmholtz e Libet?) ci mettono tra due e tre decimi di secondo per raggiungere il cervello; per non parlare del tempo che la nostra “coscienza” ci mette per elaborare il segnale e farcelo percepire; come dire, quando prendiamo coscienza che un ape ci ha punto, la cosa è già avvenuta quasi mezzo secondo prima…è già una cosa del nostro passato.

E l’universo? Perché non possiamo misurarlo?

Beh, ciò che osserviamo con il nostro bel telescopio è partito, al massimo, quando tutto ha avuto inzio, 13 miliardi e 700 milioni di anni fa (in realtà non è proprio così, è di più, ma non vorrei complicarvi la vita dicendovi che, mentre la luce di una stella lontana ci arriva, nel frattempo la stella stessa -per l’espansione dell’universo- si è allontanata ancora di più…ciaone…).

Inoltre, … noi non siamo al centro dell’Universo (non sognatevelo proprio; lo so che pensavate di essere anche al centro della nostra galassia ma, vi assicuro, noi siamo nella periferia, nella Banlieue della Via Lattea; e di galassie come la nostra ce ne sono qualche centinaio di miliardi).

Se ci fosse una stella ad una distanza maggiore di quella che la luce può percorrere in 13,7 miliardi di anni …la sua luce ancora non ci avrebbe raggiunto e, quindi, non potremmo vederla nel nostro telescopio.

Non possiamo sapere assolutamente cosa c’è oltre il limite più remoto che possiamo osservare. Un po’ come non possiamo sapere quale governo avremo fra 8 mesi.

Non solo, ma da un pianeta che stia ad una distanza superiore a quella che la luce può percorrere in 5 miliardi di anni… neanche saprebbero che esistiamo. La luce che li raggiungesse ora, era partita prima della formazione del nostro sistema solare… quindi, loro, non vedrebbero che un vuoto scuro. Non mandate segnali con le vostre torce a LED, è inutile. Nessuno verrà a salvarci in tempo.

Forse Giacomo aveva ragione: meglio immaginare cosa possa esserci oltre la siepe piuttosto che dover dare delle spiegazioni sulla nostra incapacità di saperlo… Che posso farci, c’est la vie…

Comunque, il resto della poesia impiega vocaboli come “eterno”, “morte stagioni”, “immensità”, “mare”, tutti termini sui quali avrei tanto da dire ma, credo, sia il caso di cambiare argomento, altrimenti m’annoio.

La prossima volta, leggeremo assieme -e commenteremo punto per punto- il celebre “Война и мир, Vojnà i mir” di Lev Nikolàevi

Tolstòj, che però inizia in francese. A presto

Prima parte: http://www.totemmagazine.it/linfinito-nicola-cavallo/

Seconda parte: http://www.totemmagazine.it/ancora-su-linfinito/

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