UN PAESE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

UN PAESE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

L’Italia è una nazione sempre più in bilico ed io, francamente, comincio a temere sul serio che non ce la farà.
La metafora della guerra è sgradevole rispetto all’epidemia ma questa volta è calzante.
Dopo essere arrivato ad un soffio dal perdere la prima guerra mondiale e aver chiuso in maniera tragica la seconda con una sconfitta senza eccezioni, il nostro paese di appresta a fallire il suo terzo obbiettivo strategico di rilevanza mondiale in poco più di cento anni.
Naufragheremo e questa volta in maniera definitiva, senza gli americani che ci verranno a salvare, senza ristorarci con i danni di guerra come nel 1918.
Non è una botta di pessimismo, affatto, è la lucida, affranta, considerazione che il popolo italiano, ancora una volta, nei momenti critici, dimostra di non essere all’altezza.
Gli italiani sono un non-popolo, incapace di sacrifici collettivi, geloso dei pochi piccoli o grandi privilegi, bugiardo, vigliacco, infingardo, pronto a qualsiasi tradimento.
Ahimè quanto è meritata la fama che ci portiamo addosso come popolo.
Non c’è interesse nazionale che tenga, non c’è giustizia, non c’è verità.

Intendiamoci altra cosa è l’italiano
Preso singolarmente è geniale, intraprendente, capace di sacrifici immani e dotato di un coraggio sovraumano. Ma solo singolarmente, solo quando è chiamato a difendere la sua famiglia, al massimo la sua comunità ristretta.
L’italiano è un geniaccio individualista non sarà mai un popolo inteso come lo intendono i francesi o gli inglesi, basta vedere quello che accade in questi giorni.

La Lombardia a quest’ora, in una nazione degna di questo nome, sarebbe commissariata, i suoi vertici esautorati, i partiti che l’hanno governata ammutoliti da un’ondata di indignazione spontaneamente sorta se l’ Italia non fosse come il Padre Dante l’aveva giustamente e lucidamente descritta nella sua Commedia “«Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!».
Al contrario quello che succede è che a Nord, una classe dirigente corrotta e incapace ribalta il tavolo cercando di trasformare in successi i suoi fallimenti, come fa oramai in maniera impunita da tempo immemore.
A Sud una nuova classe di sciacalli, eccitati dal poter strappare gli ultimi brandelli putrefatti dalla carcassa marcia di un mezzogiorno abbandonato a sé stesso, è pronta ad immolare la propria terra ai comandi di chi, nel paese del paradosso, è riuscito a mettere radici in quello stesso sud che ha sempre disprezzato.
Oramai la lotta è nel fango, il momento è propizio, migliaia di disadattati digitali, meno informati, frustrati dalla loro pochezza, reclamano il loro momento di gloria, urlano, gridano, si lasciano ammannire dai pochi, pochissimi pifferai magici che spesso non hanno neanche bisogno di usare la rozza retorica leghista o fascista, soffiano lievi le noti della liberal – democrazia, senza affatto disdegnare di mangiare nello stesso truogolo politico di sovranisti e s-fascisti.
La gente è spaventata, ma è anche sfibrata dai tanti giorni di reclusione forzata a casa, è preoccupata dall’avvenire, chi fa un lavoro autonomo è morso dalla preoccupazione del domani con sacrosanta ragione.
Su questo melange di paura, preoccupazione, insofferenza, soffia il grande capitale italiano, quello con la testa al nord, il cuore alle Cayman e, nel caso dovesse servire, il corpo al sicuro lontano dal contagio.

La classe imprenditoriale tutta preoccupata del proprio profitto è pronta a brandire la leva del ricatto sociale minacciando i lavoratori, ha la testa alla competizione globale, teme di perdere quote di mercato, e soffia sul fuoco. Naturalmente, lo fa con i suoi servi migliori, quelli che storicamente sono schierati dalla parte del capitale e dei suoi interessi, “i protettori del nord produttivo”, quelli che “mettiamo al sicuro l’argenteria” poi il resto se si può.

Ed ecco che si profila la crisi della FASE 2, quella nella quale occorrerà allentare un po’ la morsa, cercare di trovare una maniera per far riavviare i cicli produttivi.

In un paese normale, serio, si discuterebbe sul come farlo, magari cercando di cogliere l’occasione per migliorare l’efficienza del sistema in Italia, invece, si discute sul quando.

E complici le tonnellate di menzogne, mistificazioni, la stanchezza, la paura, la necessità di occultare o minimizzare le responsabilità di una classe dirigente inadeguata che in Lombardia ha mandato al macello centinaia di anziani trattandoli come merce avariata, come ostaggi sacrificabili, ora la parola d’ordine è aprire.
Aprire e dimenticare.
Magari coltivando già da ora l’idea che, se le cose dovessero andar male, si potrà sempre trovare una scappatoia per dare la colpa agli altri contando sull’elevato tasso di “bovinità” del proprio elettorato.
Dovesse poi succedere che la prossima ondata di contagi di ritorno, prevista per ottobre, dovesse arrivare ad assestarci il colpo nel knockout definitivo che succederà? Quanti morti dovremo pagare alla voglia di battere cassa a prescindere del grande capitale italiano, al tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità delle forze politiche che hanno in mano la gestione delle regioni settentrionali, alla chiara ed evidente intenzione di impedire al sud, che ne avrebbe forse più le condizioni, di ripartire per primo?
Quanti morti dovrà costarci la prossima e oramai imminente campagna di merda e veleno che si prepara a spargere su un paese oramai sull’orlo di una crisi di nervi la destra italiana?

E i moderati? I moderati, sempre che ancora ne esistano, che fanno?

Forza Italia e tutte quelle formazioni minori che si collocano al centro, che cercano (o vorrebbero cercare) di essere il contrappeso ai radicalismi di Lega e Fratelli d’Italia, che faranno?
Berlusconi in Europa, recentemente, ha battuto un colpo ma il suo distinguo politico rispetto alle posizioni della destra radicale appare più tattica che sostanza.
Il vecchio leader, indebolito dalla perdita di consenso, tenta un distinguo con il doppio fine di: accreditarsi come l’unico leader di destra con cui è possibile trattare e di riacquistare appeal per quella porzione di moderati italiani che non si sentono rappresentati dai radicalismi delle destre estreme.

Non ce la faremo perché il governo nazionale è debole, la maggioranza di governo divisa, più concentrata sullacompetizione per prevalere (o non scomparire) e da egoismi, che sulla ricerca delle migliori soluzioni per il Paese. Sotto sotto condizionata da un cupio dissolvi attenuato solo dal timore di perdere il possesso della palla.
Non ce la faremo, perché il nostro paese in questi anni ha perso tanto, ha perso politica, ha perso cultura, ha perso capacità produttiva, capacità critica e ha guadagnato indifferenza, ignoranza, militanza cieca.
Tutto questo, irrorato dalla sindrome da “Colonna Infame” che inevitabilmente si propaga in momenti di contagio, infiammerà le menti, specie quelle più deboli e brucerà il paese.

Le colonne del potere occidentale traballano già da un po’, la prima a cadere temo proprio sarà l’Italia, diversamente ci vorrebbe quella capacità di spingere in maniera unitaria, di essere ciascuno altruista verso gli altri, di badare al bene di tutti che è scomparsa; forse c’era fino alla prima metà degli anni ottanta poi trent’anni di veleno leghista hanno pian piano cancellato tutto dal cuore degli italiani facendoli tornare in gran parte ciò che erano: lombardi, veneti, emiliani, napoletani, siciliani.
Si tornerà alle piccole patrie e magari è meglio così, l’Italia tornerà ad essere ciò che è sempre stata, un’espressione geografica e questa cosa, credetemi, è certamente tra quelle meno tragiche che si preparano in un pianeta che è alla soglia di un cambio drastico e totale dei suoi equilibri geopolitici.
Ma questo è un altro argomento.

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