Poesia orale e performativa: e qual è il problema ?

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Quando andavo al liceo – il periodo più incompleto della mia vita – portavo le mie poesie alla prof di italiano, che mi fece il regalo più grande che potessi desiderare: le lesse. E, soprattutto, lo fece prendendole e apprezzandole per ciò che in realtà erano: poca cosa, furori giovanili qualsiasi, che si articolavano secondo una retorica maldestra e sempliciona e con inaudita ripetitività. Ma andava bene così, perché questa rispecchiava in tutto e per tutto quello che ero: un adolescente della Generazione Zeta, innamorato della poesia che credevo cosa “morta” e della musica dei cantautori. Ad ogni modo, il flashback mi serve per agganciarmi a quello che era il mio più grande interrogativo da liceale: capire quali fossero le nuove tendenze poetiche nel mondo o per lo meno in Italia, in quello che si è rivelato, in seguito, il decennio delle quotes di Arminio e di Rupi Kaur. Ce ne volle di tempo – purtroppo nell’Hinterland funziona così: il tempo non passa mai e se passa lo fa molto lentamente – ma alla fine, in modi diversi, scoprii che c’era tutto un mondo che ignoravo e di cui nessuno mi aveva mai parlato. In una puntata de I Griffin, quella in cui Peter scopre, all’eterna sua età di 43 anni, di avere un gemello sottocutaneo che gli si è sviluppato nel collo, c’è una veloce sequenza in cui lui immagina di trovarsi in un Jazz Club e di utilizzare il suo nuovo mini-fratello per avere finalmente un profilo interessante durante una performance poetica. Per gli eruditi, la puntata in questione è la seconda della dodicesima stagione. Se ne avessi l’occasione, chiederei subito a Seth McFarlane se durante la scrittura di quella scena aveva in mente un Poetry Slam.

Queste due ultime parole – che non indicano altro che una gara di poesia performativa in cui i poeti sono valutati dal pubblico, un format nato nei Jazz Club di Chicago negli anni ’80 del secolo scorso grazie al poeta operaio Marc Kelly Smith – costituiscono un pezzo di quel mondo di cui parlavo prima. In Italia esiste anche una infaticabile associazione (LIPS – Lega Italiana Poetry Slam) che organizza in ogni regione, tramite i rispettivi coordinamenti, dei campionati di poesia performativa. Data l’aspra polemica intorno alla natura della poesia sorta negli ultimi tempi, piena di fraintendimenti e di accuse reciproche, di sfiducia da parte degli accademici e delle case editoriali, una realtà sana e vivace come questa – che avrà anche i suoi limiti e i suoi difetti, ma che garantisce un momento di condivisione il più delle volte autentica, al di là della simbolica competizione – vive, in Italia soprattutto, nell’indifferenza della critica e (figurarsi!) delle testate giornalistiche di qualunque tipo. Oggi, però, il ruolo della poesia performativa è innegabilmente ingombrante e chi si guarda intorno lo sa bene; trattandosi comunque di poesia non si può neanche lontanamente parlare, e per fortuna, di un fenomeno di massa, ma l’attenzione che vi si sta sviluppando intorno è davvero notevole.

L’aspetto performativo della poesia, poi, quello che a qualcuno non piace o sembra rimandare a un contesto teatrale piuttosto che poetico, dovrebbe invece farci ricordare qualcosa di molto più grande e antico. Performare un testo proprio – che non significa leggere ad alta voce, ma cercare di coinvolgere il pubblico mediante una esibizione che tenga conto della natura del testo, delle parole, della voce, dei gesti, dei movimenti del poeta performer – è un’azione che non nasce di certo a Chicago negli anni ’80. Nel 1955, quando alla Six Gallery di San Francisco Allen Ginsberg lesse per la prima volta Howl (Urlo) in quello che aveva tutta l’aria di essere un open mic, cadde letteralmente giù il tetto e si scatenò l’inferno. La Beat Generation, il movimento letterario che si formò proprio in quegli ambienti, nasceva dunque da un atteggiamento poetico prettamente orale, che man mano divenne sempre più performativo. Ovviamente non fu neanche questa l’origine della “performance poetry”. La serata in cui Ginsberg sconvolse tutti, in cui i poeti a turno dicevano le loro poesie davanti ad un pubblico eterogeneo di cui guardavano, inevitabilmente, le varie reazioni, ha molto della epideixis ellenistica, ovvero il contesto delle letture dimostrative che venivano eseguite tra i poeti alessandrini, in cui veniva, per così dire, stabilita la dignità letteraria dei componimenti letti. Per un semplice principio che credo sia sacrosanto (e cioè che ogni epoca ha i suoi idoli, che però vanno lasciati lì dove sono senza tirarli fuori dai relativi contesti) non voglio mischiare fenomeni di epoche estremamente diverse; vorrei far notare, però, che l’atto è sempre lo stesso, quello di leggere ad alta voce un testo pensato per questa precisa funzione, ed è lo stesso anche lo scopo. Il protagonista è sempre il pubblico, che decide, in qualche modo, assistendo alla dimostrazione. E se a Ginsberg quella volta andò bene, anzi benissimo, tanto da diventare il guru di un movimento poetico, ad Apollonio Rodio andò malissimo e, secondo la Suda, fu costretto, in seguito ad una fallimentare lettura pubblica delle sue Argonautiche, ad andarsene in esilio a Rodi.

È vero: oggi, nel momento editoriale più critico di sempre in cui tutti, però, si scoprono poeti e scrittori, la poesia non si sa più cosa sia, i limiti di definizione si allargano e coinvolgono aspetti che prima non sarebbero mai stati considerati. E io credo che realtà “nuove” che riportano la poesia alla sua dimensione puramente orale non siano affatto da scoraggiare. Il problema non è certo il tanto temuto format “agonistico”, che c’è sempre stato in ambito letterario e che, poi, è già alla base di tutti gli innumerevoli e il più delle volte inconsistenti concorsi letterari di tutti i giorni. Se proprio lo si vuole vedere, il problema, come in tutte le dimensioni ad accesso libero, sta solo nell’approccio. 

URLO, I

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nudem isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua
fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated
e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate bruciando denaro nella spazzatura
e ascoltando il Terrore attraverso il muro

Nicola Sileo (1997) studia Filologia, letterature e storia dell’antichità presso l’Università degli Studi della Basilicata. Nel 2019 è stato cofondatore del collettivo poetico “Nulla Accademia”, che si occupa della promozione di eventi letterari soprattutto in provincia di Potenza.

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