Quei pericolosi nodi al fazzoletto

Quei pericolosi nodi al fazzoletto

I fazzoletti di carta esistono dal 1924, ma io da piccolo non ne avevo a disposizione. Per tanti anni ho usato quelli di stoffa. Se c’era qualcosa di importante da ricordare, mia madre mi diceva “Fai un nodo al fazzoletto”. Mi sorpresi quando, anni fa, interessato al rapporto fra pensiero e linguaggio, appresi che Lev Semënivič Vygotskij, definito il “Mozart della psicologia”, aveva utilizzato proprio la metafora del “nodo al fazzoletto” per spiegare la sua teoria, secondo la quale i processi psichici sono strettamente legati all’ambiente culturale in cui la mente si sviluppa.
Il modello è del tipo stimolo-reazione e si avvale di specifici strumenti, che egli chiama stimoli-mezzi, il più significativo dei quali è il linguaggio. Lo stimolo-mezzo è una sorta di input socioculturale che innesca un automatismo comportamentale. E per tale ragione Vygotskij lo paragona a un nodo al fazzoletto. Il fattore importante che differenzia la sua teoria da quella di Pavlov (‘riflesso condizionato’: ad esempio, la salivazione indotta nei cani dal suono di una campana precedentemente associata all’erogazione di cibo) è proprio l’aggiunta di una intermediazione: lo stimolo-mezzo, che può essere costituito da strumenti esterni, proprio come lo è un nodo, oppure, più subdolamente, da un contenuto sociale interiorizzato.
Da qui la potenza del linguaggio, capace, secondo Vygotskij, Lee Whorf, Edeard Sapir e altri, di dare forma alla realtà. Cosicché categorizzare non significherebbe soltanto ‘mettere in ordine’ l’esperienza, ma anche ‘costruirne’ il significato. Il linguaggio, di conseguenza, condizionerebbe il comportamento.

Victor Klemperer, in un libro tradotto in Italia nel 2011 (“La lingua del Terzo Reich”) scrive che “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice ‘fanatico’, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo” . Naturalmente vale anche il contrario: se un fanatico lo si appella con il sostantivo “patriota” per un tempo sufficiente, quello si sentirà tale e potrà arrivare a compiere atti impensabili, come quello di irrompere nel  Palazzo del Governo di una democrazia consolidata con le armi in mano.

Gianluca Giansante (studioso di linguaggio politico) servendosi anche di ricerche nel campo delle neuroscienze (quelle di Antonio Damasio, ad esempio)  è arrivato alla conclusione – e non è il solo – che l’argomentazione razionale è quasi del tutto inefficace, al fine del consenso elettorale, mentre ricorrere a fattori emotivi dà una resa certa. Quella che chiamiamo ‘propaganda’, difatti, non è altro che un  compendio di quanto sopra detto, essendo basata su due caratteristiche fondamentali: categorizzazione semplicistica mirata a una visione traviata del mondo e attivazione di risorse emotive,  utili alla manipolazione, attraverso ‘nodi al fazzoletto’. A una folla inferocita puoi dire “Tornate a casa in pace” (messaggio esplicito, razionale), ma se aggiungi “anche se ‘ci’ hanno ‘rubato’ le elezioni”, con i ‘nodi’ del clitico ‘ci’ che evoca l’ idea di gruppo e del  termine ‘rubato’ che implica un ladro da combattere, ottieni l’effetto contrario.

Questo per un verso, quello che riguarda il comportamento della entità astratta, affatto manipolabile, chiamata ‘popolo’. Poi c’è l’altro verso, quello inerente alla psicologia dell’élite al potere, spesso concentrata, almeno simbolicamente (un nodo al fazzoletto pure questo), in un solo individuo.
“Il potere logora chi non ce l’ha”, amava dire un noto esponente della Prima Repubblica italiana. Ma lo stesso potere deforma la percezione di chi lo detiene, portando a eccessi di megalomania, autoesaltazione e, spesso, crudeltà. Il potere deforma l’ego. I casi dei dittatori dell’ultimo secolo sono stati ben  studiati. Indipendentemente dalla loro fede politica, i ‘sintomi’ sono gli stessi, al punto da rendere legittimo il termine ‘sindrome’, come la definisce ‘Ala al-Aswani nel suo recente “La dittatura – Racconto di una sindrome”.
Se pensiamo che i presidenti delle attuali grandi democrazie possano esserne immuni, sbagliamo di grosso. I fatti lo dimostrano. La democrazia esige uno sforzo costante, perché la ‘natura’ va in un’altra direzione: quella del leader incontestato e prepotente, del branco sottomesso, della soppressione e dello sfruttamento delle minoranze, dell’abuso delle donne, dei bambini e della fragilità in genere. E ci riesce sempre in maniera facile, per via dei tanti ‘nodi ai fazzoletti,’ nonostante già da un secolo siano stati soppiantati da quelli di carta.

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