DISTILLATO NAPOLETANO  Renanera

DISTILLATO NAPOLETANO Renanera

Ascolto l’ultimo disco dei Renanera dal titolo –Sta voce è ‘a mia-, 11 tracce di pura tradizione napoletana, arrangiata con un sound nuovo ma al tempo stesso rispettoso, graffiata dalla voce di Unaderosa.

Lo ascolto di sera, sono seduto sulla mia vecchia poltrona con poca luce, ascolto e seguo i miei pensieri e volo via.

Esiste un luogo che ti avvinghia, ti morde, ti graffia la schiena come un’amante affamata, ti brucia il cuore di una nostalgia inguaribile e riempie gli occhi di un mare confinato dal profilo sinuoso di una costa rigogliosa di vita all’ombra cupa di un gigante dormiente.

Un luogo di acqua e di fuoco, di rena nera e di grandi blocchi di lava testimoni freddi di un furore passato ma sempre incipiente.

C’è una sola città al mondo che è follia e sublime poesia, che è il nero umido di vicoli senza sole e la luce abbagliante di piazze e castelli, il buio silenzioso di teatri sotterranei e il caos cacofonico di mercati pullulanti di vita e colori, odori sulfurei e odori marini, pomodoro, olio, l’odore del pesce, dei capperi e delle olive di Gaeta.

Napoli è una città unica nel mondo, unica perché non hai bisogno di esserci nato per sentirti a casa, perché non sei mai straniero, Napoli è addore, è core, è un distillato di umanità che tutto comprende, tutto assorbe, tutto include.

Solo una città come Napoli poteva essere la fonte di un’ininterrotto fiume di poesie, di melodie dolci, malinconiche e gioiose contemporaneamente, di un multiverso di sentimenti, suoni, parole, versi, sentimenti che è la musica napoletana.

Chi ha nelle vene e nel dna i cromosomi di questa città ne sarà per sempre, irresistibilmente attratto.

Ero in Romania alcuni anni fa, e in un ristorante di proprietà di italiani, come a volte accade tra connazionali che si incontrano all’estero, inevitabilmente si finì col parlare della nostra terra.

Non mi ricordo neanche più come mi finì in mano una chitarra, e perché cominciammo a sussurrare a mezza voce “Ogge stò tanto allero/Ca, quase quase me mettesse a chiagnere pe’ sta felicità./Ma è vero o nun è vero ca so’ turnato a Napule?/Ma è vero ca sto ccà?/’O treno stava ancora int’ ‘a stazione/Quanno aggio ‘ntiso ‘e primme manduline...Chiste è paese d’o sole, chisto è paese d’o mare…

Chiagneveme. Chiagneveme abbracciati cu ate quatte o cinghe ‘e nuie, lacrime di nostalgia, lacreme d’ammore, la musica ‘e Napele chesto fa. Ti accarezza la testa con dolcezza come solo una madre sa fare e tu appuoi ‘a capa e vuò sule chiagnere e sentì addore, pe’ t’addurmì e andartene ‘nzuonno.

Ecco, credo che in quello che vi ho scritto finora ci siano tutte le mie “sensazioni di ascolto”.

Le canzone sono tutte bellissime, delle colonne della tradizione classica napoletana, l’album è un distillato napoletano pieno di profumi e aromi dal corpo grandissimo.

Voce ‘e notte è rivisitato con l’inserimento di una parte nuova, un sussurro in rima con la voce di Unaderosa che racconta la smania di baci, di fuoco che brucia, come la passione che innerva tutta questa bellissima canzone.

Era de Maggio è bellissima e struggente “Core, core!/Core mio/, luntano vaje/ Tu mme lasse/ ioconto ll’ore/Chissà quanno turnarraje!” ed è forse la più “classica” negli arrangiamenti di Antonio Deodati.

Luna rossa è un classicissimo, eppure quel ritmo leggermente sincopato su cui si adagia, le da’ un che di diverso, come un eco di flamenco, mi viene in mente una festa di piazza in riva al mare della sequenza di “Benvenuti al Sud”, ascolto al buio e sorrido.

O’ Surdato ‘nnammurato è sincopato, all’inizio non la riconosci quasi, ma la voce di Una graffia, scava, incide e quella vena di dolore tragico che scorre potente in questa canzone, si manifesta, si solleva, ti prende. “Ohi vita, Ohi vita mia, Ohi core ‘e chistu core, si’ stato ‘o primme ammore, o primme e l’urteme sarrai pe’ me”.

Anema e Core mi fa venire in mente un paso doble, la voce e i ritmi, una danza al tramonto sulla terrazza di Villa Cimbrone a Ravello con negli occhi il mare di Amalfi e gli ultimi raggi di sole.

‘O sole mie inizia con una invocazione, come nu jesce sole cantato sul terrazzo aspettando che ‘o sole iesce da addreta a Muntagna.

Un disco nuovo, diverso, che a me piace molto, mi piacciono le canzoni, scolpite nella mia testa parola per parola fin da bambino, mi piace l’ammore che si capisce scorre potente negli arrangiamenti, nel canto, nei suoni.

In questo disco i Renanera sono al tempo stesso nuovi e sempre uguali a se stessi, c’è il gusto di osare la sfida al grande repertorio napoletano ma sotto sotto c’è sempre ‘o ffuoco che coce e nun abbrucia che da’ una marcia in più al loro sound world mediterraneo.

Mi è piaciuto il coraggio di confrontarsi con un repertorio così amato e noto con rispetto e con il desiderio di provare a scrivere una frase nel grande libro dell’identità musicale napoletana, meridionale, italiana che è tanta parte della cultura musicale del mondo.
Insomma un album da ascoltare e riascoltare, insomma Una e Antonio assieme agli altri componenti dei Renanera si confermano una bella realtà del panorama musicale lucano.

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