Ritorni

Ritorni

Martin, appoggiato alla ringhiera, sbuffava nuvole di fumo. Sotto di lui la città era avvolta da una patina di imperturbabilità. Le due di notte. La luce gialla dei lampioni si fletteva sui muri giocando con le ombre. La stanchezza era un vago senso di torpore che serpeggiava nelle braccia e nelle gambe, ma il sonno era nascosto in qualche anfratto lontano. In momenti come quelli il pensiero era un cane infedele che guizzava in direzioni pericolose. Tirò un’ultima boccata e lasciò cadere la cicca nel vuoto. Era ora di tornare a casa. Nessuno avrebbe protestato per l’ora tarda. Rita era da sua madre. Sua suocera era scivolata uscendo dalla vasca e si era fratturata il bacino. L’avrebbe accolto il silenzio di una casa vuota. Lui e Rita stavano insieme da dieci anni. Tre di fidanzamento e sette di matrimonio. All’inizio avevano preso tutte le precauzioni del caso perché lei non restasse incinta. Quando poi avevano voluto riempire la casa di vagiti e schiamazzi, erano iniziati i problemi. Mesi, anni di tentativi andati a vuoto. Prima speranzosi, poi frustrati e infine rassegnati, i due avevano smesso di pensarci. Una parte di loro aveva iniziato a sentirsi inadeguata, ma avevano covato in solitudine il loro duplice dolore condiviso. Perso nei suoi pensieri era arrivato davanti al portone di casa. Aveva infilato la chiave nella toppa e, meccanicamente, aveva salito le due rampe di scale che portavano al suo appartamento. All’improvviso si sentiva distrutto. Privo di ogni traccia di energia. Il sonno aveva preso ad avvolgerlo tra le sue spire untuose. Un’ombra si mosse nel soggiorno. Stava per accendere la luce quando una voce lacerò l’oscurità.

-Non accendere, Martin. Per favore.-

C’era qualcuno sprofondato nella sua poltrona. Nel buio non riusciva a scorgerne il viso.

Quella voce, però, gli era familiare. La testa vorticava e dovette appoggiarsi al muro per non scivolare sul pavimento.

-Carl …-

Un groviglio di ricordi gettato in un angolo oscuro della sua memoria riemerse e prese a dipanarsi. Non era possibile. Non lui. Non lì.

-Ciao, Martin. E’ bello rivederti dopo tutto questo tempo. Come sta Rita?-

Martin sentiva la gola serrata, come se due mani la stringessero in una morsa d’acciaio.

-Non sei contento di questa mia visita a sorpresa? Pensavo ti avrebbe fatto piacere una piccola rimpatriata.-

Martin sembrò recuperare di colpo la sua presenza di spirito.

-Non so chi tu sia, ma di certo non puoi essere Carl … lui …-

– … è morto. Stavi per dire questo? Sarebbe più preciso dire che è stato ucciso. Ancora meglio sarebbe specificare che è stato ucciso da te.-

-Non so di che diavolo stai parlando!-

-Non fingere con me, non serve.-

La figura si alzò dalla poltrona. Un ventaglio di luce, filtrato dalla finestra, gli illuminò il viso.

Il volto era un intrico di punti di sutura. Un labirinto di linee irregolari che si estendevano su ogni centimetro di pelle. Gli occhi erano vacui, come se una cataratta li coprisse completamente. Erano glaciali. Inespressivi. Al di là dello scempio, non c’erano dubbi, era il viso di Carl.

-Carl … ma come è possibile?-

-Nel buio ricuciono tutto.-

Martin si ritrovò seduto, in modo scomposto, sul pavimento. Tutto vorticava. La stanza, Carl.

-Non volevo ucciderti.-

-Vorrei poterti credere. Ma volevi e lo hai fatto. Come è stato scoparti la moglie del tuo miglior amico? –

-Carl, non è così. E’ stato un incidente.-

-Un incidente un cazzo! Mi hai spinto nella macchina. Hai lasciato che gli ingranaggi mi straziassero. Cosa hai pensato mentre venivo smembrato e gridavo come un animale al macello?-

Martin scuoteva la testa, voleva essere altrove, lontano da quell’inquisizione notturna.

-Ma ora sono qui, possiamo riparare. Dammi la mano.-

Martin alzò gli occhi, Carl tendeva verso di lui una mano scarna. Era ricucita in più punti.

-Vieni con me.-

Senza sapere perché, Martin afferrò la mano. Era gelida. Con una forza inaspettata, Carl lo tirò a sé. Lo aiutò a rimettersi in piedi. Da vicino scorgeva una moltitudine di cicatrici.

-Non è un bello spettacolo, lo so.-

-Dove andiamo?-

-Nel buio. Ti voglio presentare alcuni amici-

-Chi?-

Un ghigno rivoltante si tese su quel viso da cadavere.

-Li chiamano i Sarti.-

In uno squarcio di tenebre Martin vide qualcosa che lo pietrificò dall’orrore. Aghi enormi, ricurvi. Lame di ogni misura. Migliaia di mani adunche, dalle lunghe unghia, saettavano nell’aria gelida. Erano appendici di zampe da insetto, chitinose, nere. Pungiglioni, teste aliene. Visi umani deformi su esoscheletri da scarabei. Ragnatele reggevano arti smembrati.

-Non ti preoccupare, Martin. Nel buio, ricuciono tutto.-

In copertina : Il Mostro Sarto i Sogni senza Veli di Pantagruel da Rabelais Incisione

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