Ritorno in Basilicata per accogliere i rifugiati

Francesca Ferri

Lorenza Messina, mediatrice culturale del centro Sprar di Pietragalla, ci ha raccontato del modello di integrazione di successo minacciato dal decreto sicurezza 

Una laurea in antropologia culturale, lo sguardo sul mondo e il desiderio di tornare in Basilicata. In un momento di migrazioni verso le grandi città d’Italia e dell’estero, Lorenza Messina è tra i pochi trentenni ad essere riuscita a tornare a casa per un lavoro che le fa brillare gli occhi di gioia. Il suo sguardo riflette la felicità di chi ha trovato casa dopo un lungo viaggio attraverso un drammatico Mediterraneo. 

Dopo gli studi e le prime esperienze di lavoro a Roma, oggi Lorenza è mediatrice culturale al centro Sprar del paese lucano di Pietragalla, acronimo di Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. “Non è stato facile lasciare Roma ma un anno e mezzo fa iniziava questo progetto e ho avuto l’opportunità di tornare”, comincia a raccontare Lorenza, sorseggiando un tè alla menta. Ma la sua passione per l’altro, la sua curiosità per il diverso non è una novità: “Mi sono sempre dedicata al sociale facendo volontariato per alcuni senza fissa dimora a Bologna e a Roma e per ragazze madri in un casa famiglia a Potenza. Dopo l’università sono rientrata a Potenza e ho iniziato ad avvicinarmi al mondo dei rifugiati, collaborando come volontaria con la Fondazione Città della Pace per i bambini Basilicata a Sant’Arcangelo. Poi sono andata a Roma per un tirocinio al Museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini”, ma con la consapevolezza di voler rientrare infine in Basilicata”. 

In queste andate e ritorni che disegnano la geografia dei giovani italiani, Lorenza, dunque, ha sempre avuto chiaro il suo obiettivo: “Volevo imparare il massimo fuori e poi investire le mie conoscenze e competenze al Sud”. Un bagaglio di esperienze che le hanno permesso di arrivare al centro Sprar di Pietragalla.

Come Lorenza numerosi giovani hanno avuto la possibilità di tornare nelle loro città d’origine per lavorare tra l’altro negli Sprar. 11.734 sono le figure professionali coinvolte a vario titolo nei progetti Sprar secondo il rapporto del 2017. Lo Sprar nasce come progetto di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, guidati nell’arco di sei mesi in un percorso di inclusione e inserimento sociale, lavorativo e abitativo nella comunità locale. “In questo momento allo Sprar di Pietragalla abbiamo accolto venti beneficiari perché numeri più piccoli permettono una migliore gestione e perché sposiamo il modello dell’accoglienza diffusa: richiedenti asilo e rifugiati non vivono in un unico centro come nei Cas, ma ogni famiglia vive autonomamente nel proprio appartamento”. 

“I nostri beneficiari sono tutti nuclei familiari tra cui due gruppi provenienti dalla Siria, ma la maggior parte vengono dall’Africa, come le due sorelle dell’Eritrea, alcune ragazze della Nigeria o del Gambia”, continua Lorenza che si occupa delle attività di integrazione e dell’aspetto burocratico del progetto. “Durante i sei mesi di permanenza offriamo tutti i giorni ai nostri beneficiari corsi di italiano, assistenza sanitaria, supporto psicologico, attività ludiche per bambini o attività ricreative e culturali per gli adulti. Sono attività mirate all’integrazione, come per esempio il corso di sartoria che abbiamo organizzato per valorizzare le capacità di alcune donne africane che sapevano già cucire. Le loro borse, portamonete, e collane sono state vendute poi anche in diverse manifestazioni del paese. Adesso, invece, con la collaborazione dell’Accademia Ducale di Pietragalla, stiamo componendo una canzone che mette insieme l’arabo e i dialetti africani”, spiega orgogliosa Lorenza. “Ma abbiamo realizzato anche un corso con un nutrizionista, e l’anno scorso abbiamo insegnato alle madri africane come preparare cibi per lo svezzamento dei loro bambini”. 

Nel corso dei sei mesi, che possono essere prolungati in casi particolari, i beneficiari, inoltre, possono svolgere tirocini formativi nell’obiettivo di favorire l’integrazione nella comunità locale: “Un siriano, per esempio, ha appena iniziato il suo tirocinio in un’azienda a Pietragalla come saldatore, lavoro che già svolgeva in Siria”.

A sentire le parole di Lorenza, sembra che il modello Sprar funzioni anche in Basilicata, ma poi, una volta finito il percorso cosa succede? “Il dopo non è semplice, a mio avviso bisognerebbe incentivare le attività di integrazione professionale, creando un maggior raccordo tra Sprar e mondo del lavoro in modo da poter garantire più opportunità e un’integrazione di successo”. 

Inoltre, il decreto sicurezza presentato dal ministro dell’interno, Matteo Salvini, e approvato nei giorni scorsi, prevede l’abolizione della protezione umanitaria e un cambiamento del modello Sprar che potrà accogliere soltanto i rifugiati e non anche i richiedenti asilo come finora. Ma i migranti lasciati senza protezione non spariranno dal territorio, “diventeranno da un giorno all’altro irregolari”. 

Il futuro dello Sprar, un modello di accoglienza di successo in tutta Italia, sembra incerto come quello di Lorenza che non può avere certezze sul suo lavoro. Quel che è certo è che ama essere mediatrice culturale. “Da antropologa io dovrei andare all’estero e studiare popoli, culture e tradizioni diverse dalle mie, ma è già quel che faccio tutti i giorni a Pietragalla”.  Forse un lavoro non per tutti? “All’inizio facevo fatica a entrare in contatto con i rifugiati, sono persone vulnerabili, poi ho imparato a costruire con loro un rapporto giorno dopo giorno, trovando il giusto equilibrio tra fiducia e professionalità”. 

Lorenza non si dilunga su traumi e ferite di chi è partito nella speranza di trovare una vita migliore, ma la sua voce si fa grave sul racconto del loro lungo viaggio fino in Italia. “Alcune ragazze hanno lasciato i loro Paesi, come la Nigeria o il Gambia, riattraversando tutto il continente e poi il Mediterraneo per approdare, infine, sulle nostre coste con i famosi barconi”.  I venti beneficiari di Pietragalla hanno storie e provenienze diverse, ma tutti hanno lasciato casa in cerca di un futuro migliore. E in alcuni casi la partenza non era una scelta: “Le famiglie siriane che accogliamo sono fuggite dalla guerra nel loro Paese, lasciando famiglie e lavoro, per raggiungere l’Italia. Tra la Siria e la Basilicata ci sono stati sette anni nei campi profughi in Libano, durante i quali i bambini sono stati privati dell’istruzione. Oggi siamo riusciti a farli iscrivere alla scuola di Pietragalla”. 

Dopo tempeste e tormenti di un lungo viaggio, i migranti, dunque, ritrovano infine la pace nel paese lucano. Vedere i bambini siriani e africani cantare in italiano e, semplicemente, sorridere, è quel che basta a Lorenza per tornare soddisfatta la sera a casa.

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