SALVINI, DI MAIO E LA POLITICA ESTERA. E L’ITALIA DOVE STARÀ?

Gianfranco Blasi

La Siria è teatro di un conflitto che deve preoccupare tutti.

In Italia siamo al paradosso. I partiti giocano al gatto con il topo su vicende di bassa cucina. Il Parlamento non apre una discussione su questa emergenza internazionale. Serve assumere una posizione da condividere, se possibile, in Europa.

Un governo c’è ed è comunque chiamato ad operare e a riferire alle due Camere. Di Maio e Salvini dicano la loro. I nodi vengono sempre al pettine. L’ora è grave.

Che Salvini abbia simpatie per Putin (e viceversa) è noto. Anche a Fratelli d’Italia piace, per antica scelta culturale, una posizione internazionale meno vincolata agli Stati Uniti d’America. La destra italiana tende quasi sempre ad escludere rapporti privilegiati con gli americani.

Non torno alle vecchie diatribe fasciste sulle trame massoniche e sulla così detta plutocrazia. Cioè il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d’influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi.

Ma, certo, nella base salviniana e meloniana c’è una visione sovranista che pone l’accento su questo nemico imperialista che tende, a loro dire, ad essere il dominus del mondo.

Ci sono poi i Cinque Stelle. Di Maio giura fedeltà al mondo occidentale. Ma le sue argomentazioni appaiono deboli e, soprattutto, non coerenti con i cinque anni precedenti, con le scelte operate nel Parlamento europeo. I distinguo sono stati forti, in alcuni casi è apparso chiaro che Grillo e Casaleggio pensassero di portare l’Italia fuori dall’Euro.

Forza Italia ha due anime. Una berlusconiana, l’altra vicina a Tajani, il presidente del Parlamento europeo. La politica estera di Berlusconi ha sempre oscillato fra simpatie personali, amicizie legate al suo sistema di interessi economici e la storia filo occidentale dettata dal dopo guerra ad oggi dai nostri governi.

Tajani è, direi fisiologicamente europeista. Lui, e molti di Forza Italia come lui, sono sulle posizioni del Partito Popolare Europeo e condividono con il Pd un’area liberal democratica oggi minoritaria nel nostro Paese.

Il voto del 4 marzo, infatti, magari sbadato sulla politica estera, e tutto teso a smontare i vecchi apparati, ha premiato due partiti che non hanno investito in un progetto di identificazione culturale delle proprie scelte di campo. Tutto si è concentrato sulla protesta e sulla semplificazione del linguaggio politico.

Consiglio, a questo proposito ai miei lettori di Totem, un piccolo libricino, pubblicato da Einaudi, di Massimo Mantellini, dal titolo “Bassa risoluzione”.

L’approccio è legato al rapporto fra la vastità dell’offerta digitale, dove tutto ci appare a portata di mano, e la nostra decisione di rallentare, non approfondire, restare in superfice. Il risultato non è solo il voto emotivo ai Cinque Stelle e a Salvini, ma anche e soprattutto la riduzione delle nostre aspettative. Capire questo significa comprendere meglio la contemporaneità, il mondo dove viviamo.

La questione siriana, per concludere, ci spiegherà se Di Maio e Salvini possono conciliare le loro deboli posizioni culturali. Ci dirà anche se l’Italia resterà legata all’Europa e all’Occidente o se, invece, si sta aprendo una nuova fase geopolitica con le incognite del caso.

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