SARACHELLA: DAGLI INFERI DEL SOTTANO ALLA DIGNITÀ DI ESSERE RICONOSCIUTO

Gianfranco Blasi

Dagli inferi del sottano alla dignità di essere riconosciuto

A proposito della decisione, assunta all’unanimità dal Consiglio Comunale di Potenza, di adottare formalmente la Maschera di Sarachella

 

Totem mi ha già ospitato su questo tema. Oggi ci torno con la soddisfazione di un risultato condiviso dalla linea editoriale della rivista.

Finalmente il popolo potentino veste ufficialmente la maschera di Sarachella ed è felice della sua tracciabilità antropologica e culturale.

Non è stato semplice, soprattutto all’inizio, qualche anno fa. C’era chi identificava l’idea della maschera con la realtà. Chi, in alcuni ambienti ben pensanti, si preoccupava di dare un’immagine troppo arcaica, “misera” di Potenza. Neanche fossimo New York. Altri, ancora, che ricercavano faticosi percorsi storici e scientifici. Magari con il retro pensiero di ricercare fonti, documentazione chissà dove e chissà perché.

Ma Sarachella è stato più forte di ogni antagonismo. È cresciuta, la maschera, negli anni. Ha goduto degli scritti di un intellettuale raffinato della potentinità come Lucio Tufano. Del lavoro paziente e certosino dei Club Service. Come non ricordare, su tutti, l’amico Rocco Cantore.

Ha beneficiato del paziente raccordo politico ed istituzionale di Roberto Falotico. Una tessitura paziente fra le diverse anime della città.

Potenza, in questi anni, anche attraverso questa piccola conquista, continua a sfidarsi entro i confini angusti delle sue contraddizioni, nel misticismo e nell’esoterismo che combattono fra fede e magia, spirito e corpo, bene e male.

Sarachella è legittimata. Questa maschera è un pezzo di Potenza, quello che prova a liberarsi, che non ha armi per combattere. É la gramigna che sprigiona i profumi di un nuovo fiore. Forse è solo un’illusione, un tentativo sghembo di reagire alla atavica lontananza, al sotto, al buio, allo sprofondo, al pregiudizio sociale, al dolore perpetuo.

Sarachella è vico Addone, sventrato, che resuscita nelle vette di una Torre che pareva abbandonata. É materia, fisicità, sessualità di confino, amore impossibile, intangibile agli occhi del poeta borghese e del ricco di paese che non osano guardarlo.

Sarachella è teatro di strada, colori, vento gelido d’inverno, ginestre in primavera, ha in mano il mare e negli occhi le vette più irraggiungibili. Sogna, come un bambino, piange come un bambino, gioca come un bambino.

Ed i bambini sono tutti Sarachella nel giro tondo della vita, nella prigione dei palazzi di periferia, nel cerchio vitreo degli smartphone.

Forse, e l’ho vissuto in prima persona, nella mia famiglia, attraverso mia moglie Annamaria, il principale merito di un risultato così importante è proprio delle insegnanti, dei dirigenti scolastici, delle famiglie. I bambini hanno vestito Sarachella e Rusinella, gli hanno dato un’anima.

Sarachella è, di certo, la piazza, è sopra la iaccara. Sfila, come un guitto dell’800’, insieme ai turchi. Scherza con la gente, prende ed è preso in giro.

Sarachella è Carnevale. Sarachella è via Pretoria.

Ora tocca al Teatro. La maschera merita lo Stabile. Aspetta il suo pubblico.

 

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