SARACHELLA, UNA MASCHERA, UN’IDEA PER LA CITTÀ DI POTENZA

Gianfranco Blasi

La città dei “pallidi contrasti”, descritta da Vito Riviello, nel groviglio urbano dei sottani, innervati di cultura contadina, raccontati da Lucio Tufano.

Alcuni Club Service ed associazioni hanno il merito di aver proposto, negli anni passati, l’idea di una maschera carnevalesca della città di Potenza.

L’intellettuale potentino, Lucio Tufano, nel volume di presentazione della maschera di Sarachella, curato da Rocco Cantore e dalla compianta Ghita Locantore, edito dai Club Lions, ha saputo collocare antropologicamente “Sarachedda”, in quel groviglio urbano che erano i sottani, luoghi abitativi che richiamano “il sotto”, il sotto proletariato innervato di cultura contadina, miseria ed espedienti quotidiani per tirare la giornata e renderla meno uguale a se stessa. Spesso senza risultati evidenti, almeno nel breve periodo.

Tufano descrive una Potenza ottocentesca che si immerge nel 900’ alla ricerca di una identità fra nuovi e vecchi padroni, nuove e vecchie capitali.

Va detto che di Sarachedda ce ne sono stati tanti, lungo la storia della città. Era il soprannome più usato per l’idea di magrezza e agilità che restituisce la “saraca”. Perché la saraca era cibo possibile in un contesto rigorosamente spartano, ove le pietanze si costituivano di pochi elementi sempre uguali a loro stessi.

Dunque, Sarachella emerge per furbizia, sarcasmo, indolenza, impotenza e sopravvivenza, in un quadro che un poeta come Vito Riviello ha saputo descrivere negli anni 60’ e 70’, dello scorso secolo, scrivendo e descrivendo Potenza come immersa in “pallidi contrasti”. Raccontando di una comunità fragile, emotiva, ma solida nelle forme di potere che la hanno caratterizzata. Lacerata da questo contrasto eterno fra il bastone del comando, una borghesia a volte mediocre e a volte illuminata e  un popolo comunque assoggettato.

Sarachella non è l’emblema del riscatto. Sarebbe troppo. Sarachella è la fotografia della potentinità popolare. 

Sarachella oggi è la Maschera, anche per il concorso scientifico offerto dall’Università degli Studi di Basilicata e dalla Deputazione di Storia Patria della Regione Basilicata.

Le ultime due Amministrazioni Comunali, quelle di Santarsiero e De Luca, nelle loro laceranti differenze, hanno saputo dare forza e sostegno ad un progetto di riscoperta del Carnevale potentino. Così come l’attuale assessore alla Cultura, Roberto Falotico, sta provando a fare l’ultima sintesi perchè la maschera sia adottata formalmente dal Consiglio Comunale di Potenza.

 

In questi anni le Scuole, i dirigenti scolastici e alcune splendide insegnanti hanno investito nel trasferire conoscenze, tradizioni, valori popolari (canti, balli, poesie, filastrocche, recite, disegni e ogni forma d’arte) fino a far entrare nel mondo dei bambini e dei ragazzi l’immagine plastica di Sarachella e Rusnella.

Ventimila copie del fumetto della Maschera (edito dalla Sud’Altro), con il coordinamento didattico dell’Insegnante AnnaMaria Molinari e illustrate da un artista moderno del fumetto come Rosario Raho, sono state distribuite negli ultimi quattro anni nelle scuole primarie.

Nelle ultime due Sfilate dei Turchi, grazie a Rosario Avigliano e Tonino Centola, la Maschera è stata protagonista fino a guidare e spiegare i quadri della Parata.

I Club Lions e Leo, fino ad Associazioni come “Gnothi Sauton”, “We love Potenza”, “L’Accademia dei dueMondi” e sopratutto “la Iaccara” hanno intercettato e promosso l’idea della maschera e dell’identità potentina, presentando, animando, testimoniando Sarachedda fino a farlo rivivere nelle scuole, nei teatri, per le vie e le piazze di Potenza.

Dunque, oggi Sarachella (Sarachedda) c’è. C’è per un sogno che si è già avverato, per un’idea che è entrata nel cuore della società potentina. Questo sogno è anche un’idea di città viva, che si è svelata (come nel caso dei quattro volumi curati da Paolo Albano ed editi da UniversoSud).

C’è Potenza, con la sfrontatezza originale e un po’ sbruffona della sua maschera. Una città che non rinuncia alla sua idea di essere centro di gravità della lucanità, come nell’inno alla ruralità che Nicola Manfredelli ha saputo regalare ad una terra che non vuole vivere solo di petrolio e marginalità.

 

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