Sassi

Sassi

Dio ammutolito mi fissa dal silenzio di un cielo disfatto e limpido. Solo qualche strascico di nuvola getta deboli ombre intorno a me. Il sole è un disco indifferente. Lontano. Il gelo mi spacca le mani. Come da una fonte, sgorga un flusso di ricordi. Mi torna in mente la mia stanza, da bambino. La voce di mia madre, sorridente, nel suo vestito a fiori rossi. Mi chiama per il pranzo. Il suo profumo rassicurante. La mano di mio padre sulla spalla. Niente poteva farmi del male.

La memoria mi dirotta verso una strada che non voglio ripercorrere. Ma la corrente è forte e il fluire dei pensieri diventa un’emorragia. Inarrestabile. Una ferita che provo a cauterizzare con dolore. Serro i pugni e le articolazioni mi inviano una fitta di dolore acuto. Chiudo gli occhi. Il freddo mi schiaffeggia. Poi si spalanca un ricordo e io mi lascio cadere. Un vagito. Due occhi semichiusi. Un corpicino fragile avvolto in una coperta bianca. Micahel. Otto anni fa. Una voragine separa quel tempo dall’istante in cui sono immerso adesso. Un’altra vita. Prima dello strappo. Definitivo? Non voglio cedere a questa rassegnazione, ma ogni giorno è più difficile.

L’altro ieri il kapò Weber mi ha rotto il naso. Lo chiamano lo Sciacallo. Prima della guerra è stato un pugile. Anche piuttosto bravo. Poi gli hanno fratturato la mano destra a colpi di martello. Pare che non abbia voluto truccare un incontro. La sua carriera è finita lì. Ha iniziato a dedicarsi ad altre attività. Non sempre lecite. Anche lui è finito qui nel campo. Sembra assaporare quel briciolo di autorità che gli è stato concesso. Lo rosicchia con gusto, come fa un cane con un  osso succoso. È imponente. Con la faccia squadrata e una vistosa cicatrice sul sopracciglio sinistro.

Gli ero passato davanti senza salutarlo. Almeno così ha detto, prima di colpirmi. Rideva sgangheratamente e sputava per terra.  Non lo avevo visto. Di solito gli giro alla larga per evitare guai. È una cosa che impari presto in questo posto. Ma in quel momento ero altrove. stavo pensando a Michael. Al suo abbraccio caldo, quando si stringeva al collo e mi sussurrava le sue parole, dolcemente, nell’orecchio. Così leggero eppure tanto pesante da ancorami al suolo. Mi rendeva solido come un monumento millenario.

Sono ricaduto in errore. Non fa bene indugiare su questi pensieri. I ricordi possono ucciderti qui. Devi diventare un sasso. Lasciare che l’umanità trasudi attraverso il sudore e il pianto ed evapori. Nel campo sei solo un ingranaggio in una meccanica routine. Non c’è un prima, non devi pensare al dopo. Questa è la cosa difficile. Il corpo si abitua presto. Scompare nei vestiti laceri, sempre più larghi. Nelle piaghe dei piedi, nelle scarpe strette come morsi. Si diventa inconsistenti e inerti. Fili d’erba. Ma è sempre la testa a fregarti. L’abitudine a pensare al futuro, a proiettarsi come un fascio di luce verso un domani, dai contorni sfumati e incerti. Per quanto possibile, sono riuscito presto a chiudere a doppia mandata quel desiderio di cercare sicurezze nell’orizzonte.

Non è così per tutti. La notte, ammassati nelle brandine, disposte come tanti loculi di morte prematura, senti i singhiozzi, i sospiri. Le prime volte è straziante.  Mi è capitato di tapparmi le orecchie con le mani e chiudermi a riccio, in posizione fetale, finché il sonno non mi ha sommerso come un’onda anomala e mi ha schiantato di colpo.

Non vedo mio figlio e mia moglie da quando siamo arrivati qui.

Eliza. Siamo sposati da dieci anni. Quando la vidi, la prima volta, i capelli bruni raccolti dietro la nuca, i suoi occhi pieni di vita, provai un senso di piacevole vertigine. Lavorava in un negozio di fiori. La padrona era un donnone biondo, dalla voce rauca. Stava quasi sempre nel retrobottega. Eliza serviva i clienti. La notai quasi per caso, ma ne rimasi folgorato. Io ero maestro. E da quel giorno, ogni mattina, passavo dal suo negozio a comprare dei fiori prima di andare a scuola. Solo per rivederla. Allungavo la strada di quasi mezz’ora, ma ne valeva la pena. Dopo un paio di settimane, mi chiese chi fosse la fortunata. Arrossendo, con una sfacciataggine che oggi, forse, non avrei, le raccontai la verità. Ci fidanzammo e dopo un anno ci sposammo. Poi arrivò Michael. Fu un periodo fantastico.

Al nostro arrivo qui, ci hanno smistati. Gli uomini da una parte e le donne dall’altra. I bambini sono stati raggruppati e portati via subito. Da qualche tempo circolano strane voci. Dicono che tutti i bambini sono stati uccisi. I loro corpi bruciati. Ricordo una colonna di fumo che torreggiava da un’area del campo qualche giorno fa e le ginocchia mi cedono, come se qualcuno mi avesse colpito con un bastone. Mi rifiuto di pensare che nella cenere turbinante di quella torre di fumo ci sia stato quello che resta di mio figlio.

Il tempo acquista una strana consistenza qui dentro. Un perpetuo presente. Tutto è scandito. Il risveglio, il lavoro e i ruoli. Ogni tanto questa catena si interrompe, di solito in modo drammatico. L’altra mattina hanno trovato Dan morto nella sua brandina. Aveva rubato un coltello dalla mensa degli ufficiali e si era squarciato la gola. Era stata necessaria una grande determinazione per compiere quel gesto. Ogni residuo di umanità era svanito prima che quella lama spezzasse definitivamente il filo della sua vita. La cosa che mi stupì fu la mia impassibilità. Fissavo quel corpo inerme, scempiato e non provavo nulla. Nessuna compassione, nessun dolore. Niente. Non c’era molta differenza tra di  noi. Eravamo tutti e due morti, solo in modo diverso.

Un soldato tedesco ci avvisa che tra qualche minuto dovremo fare le docce nell’area est del campo. Dice solo questo, poi va via. Forse l’acqua laverà questo disagio che all’improvviso mi sta soffocando. Stranamente mi viene da pensare alla colonna di fumo nero.

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