Strategie anti-covid

Strategie anti-covid

In questi mesi di infodemia credo di aver capito che ci sono 4 principali obiettivi/strategie per contrastare il virus, che i governi nazionali possono scegliere di adottare:
1) NON FARE NIENTE: chi sceglie questa strategia considera il virus una influenza grave, una inevitabile catastrofe naturale. Sa che causerà un picco di decessi fra la popolazione anziana e fragile, ma si limita ad avvisare i cittadini del pericolo, comunica le corrette precauzioni da prendere, al limite prepara cimiteri e fosse comuni. È la strategia scelta da chi privilegia gli interessi economici (USA), più o meno genuinamente convinto, dopo una cinica e militaresca valutazione, che la lotta al virus sia una battaglia persa e/o causerà più perdite che vittorie; o da chi ha ben altri problemi che preoccuparsi di un’influenza (Brasile, India).
2) CONVIVERE CON IL VIRUS: chi sceglie questa strategia considera il virus una influenza grave che rimarrà attiva per molto tempo, forse anni, ma interviene informando i cittadini del pericolo, preparando l’organizzazione sanitaria all’impatto, emanando una serie di “consigli” via via più larghi o stringenti a seconda della diffusione virale, e poche norme per evitare larghi assembramenti (i piccoli sono ammessi) che moltiplicherebbero troppo pericolosamente le capacità di contagio del virus; adotta sistemi di tracciamento attivo, ma lascia a ciascun cittadino libera scelta di vita e autodisciplina. È la strategia scelta dalla Svezia, presto seguita da molti Paesi del nord Europa, preoccupati di salvaguardare, per quanto possibile, la qualità della vita e non solo la quantità, cercando di tutelare ogni diritto dell’uomo e del cittadino e di indurre comportamenti responsabili con poche regole sostenibili, visto anche che potrebero dover essere osservate molto a lungo.
3) ELIMINARE IL VIRUS DALLA CIRCOLAZIONE INTERNA: più facile da seguire nelle fasi iniziali delle infezioni, quando si hanno pochi focolai ben definiti, altrimenti richiede uno sforzo titanico iniziale in tracciamento e tamponamento, con breve ma totale lockdown per agevolare lo sforzo, ma dà poi i suoi frutti. È la strada scelta dai Paesi asiatici (Cina, Corea) ma anche da Australia, Irlanda e Israele. Il vantaggio è chiaro: dopo un breve periodo di estremo rigore, si può tornare presto alla vita di prima. Ma il prezzo da pagare è l’isolamento e l’eterna vigilanza: finché il mondo sarà alle prese con un focolaio, non si potrà abbassare la guardia e si dovrà rimanere isolati o estremamente guardinghi, visto che la popolazione rimane pericolosamente suscettibile. Non sarà un caso che molte isole hanno scelto questa via, essendo più semplice controllare gli ingressi. La correttezza a lungo termine di questa strategia rimane controversa: se i vaccini saranno efficaci sarà stata senz’altro la migliore, se i vaccini si rivelassero inefficaci si rivelerà molto pericolosa e dovrà essere abbandonata a favore di una delle altre quattro.
4) L’IMMUNITA’ DI GREGGE: chi sceglie questa strategia dovrebbe rigidamente e fisicamente isolare la popolazione più suscettibile (il virus ne traccia un chiaro identikit, si potrebbe quasi fare un elenco con nomi e cognomi) per 3-4 mesi, imporre regole di circolazione rigide per la popolazione più anziana, più flessibili per la popolazione più giovane, con l’obiettivo di far circolare in maniera controllata il virus dove può fare pochissimi danni, puntando a far passare l’onda epidemica in pochi mesi, ma salvaguardando nel frattempo lavoro e benessere generale della maggioranza della popolazione, riducendo al minimo i carichi sanitari. Questa rischiosa strategia non è stata adottata ancora da nessuno, anche se, con tempi assai più lunghi, è l’inevitabile conclusione di tutte le altre, meno ovviamente la numero 3. 5) COLPEVOLIZZAZIONE E PREGHIERE: chi sceglie questa strategia (in realtà esito obbligato della non scelta di una delle precedenti) ritiene il virus una sciagura, passa da momenti di euforia in cui “non ce n’è coviddi” a momenti di abbattimento e di lockdown improvvisi. Comunica ai cittadini che il contagio è solo dovuto a qualche loro mancato rispetto delle regole rigidamente imposte (finanche indossare una mascherina all’aperto in solitudine, come fosse un crocifisso a proteggere dal male), la malattia una colpa da espiare nella vergogna, e il contagio stesso un peccato mortale, conseguenza della dissolutezza dei propri comportamenti irresponsabili (lo spritz con gli amici, la corsetta al parco, la testardaggine di voler dare un’istruzione ai propri figli quando fuori è in corso una piaga divina). La preghiera collettiva invoca la Salvezza che arriverà solo con il vaccino, del quale i profeti annunciano continuamente la imminente venuta, tenendo alto il morale dei fedeli, anche se l’orizzonte si sposta via via sempre un po’ più lontano. In attesa che si compia la beata speranza, chi si oppone o mette anche solo in dubbio la portata salvifica del vaccino, o la generale razionalità di un approccio del genere, è considerato infedele e bruciato sul rogo virtuale come appartenente alla setta dei negazionisti. È la strategia scelta dall’Italia e in effetti copiata da molti Paesi europei, giusto appena smussata negli angoli più teocratici e/o confidando nella propria specifica e più alta resilienza sanitaria. Conclusione: a parte la 5 che non è una strategia ma un regime moralistico, atto a nascondere dietro una pomposa scenografia una non scelta e un non chiaro indirizzo politico (che come ormai si vede plasticamente dai dati produce alla lunga più danni che benefici, sia dal punto di vista sanitario che socio-economico) ogni altro approccio va comunque bene, purché affrontato correttamente. Scegliamo dunque un obiettivo qualunque e adottiamone le conseguenti soluzioni, diversissime a seconda di quello a cui puntiamo. È chiedere troppo?

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