PASSA DAI SUCCESSI SPORTIVI IL RISCATTO DI UNA CITTÀ?

Luciano Petrullo

Ma sarà vero che una città che si vuole riscattare trova una corsia preferenziale nei successi sportivi?

 

Che poi, tutta questa voglia di vincere e primeggiare, sarà davvero benefica?

Se non vinci non sei nessuno. Che cazzata.

Ecco, quando si parla di valori che non ci sono più, io penso ai disvalori in uso.

Viva l’elogio della sconfitta o quello dei vinti.

Perché la vittoria può portare in dote l’arroganza, il compiacimento, la sicurezza di sé, tutte cose tendenti al volgare, giammai al nobile.

Faccio un esempio.

Il Potenza dell’attacco raffica è da considerare vincente o perdente?

In fondo non vinse il campionato, arrivando quarto; quindi risultò perdente, ma ne parliamo ancora e chi visse quegli anni si inorgoglisce e commuove sempre.

Avesse vinto quel campionato avrebbe giocato in serie A, sarebbe retrocesso immediatamente e nessuno, dico nessuno, avrebbe ricordato quell’anno calcistico come qualcosa di memorabile, cancellato, come sarebbe stato, dalla retrocessione dell’anno successivo.

Arrivare secondi, o non vincere, alimenta il ricordo, lo enfatizza; vincere rende avidi.

Che poi dicono che quella promozione non la si volle, proprio per non fare il passo più lungo della gamba.

Sarà vero? Non credo, ma finire quarti fece tirare un bel sospiro di sollievo a tutti gli eroi di quell’anno.

Quel quarto posto fu l’apice di un ciclo entusiasmante, poi le tenebre, con qualche lieve schiarita.

Le squadre, quelle delle città grandi, alloggiavano al Grande Albergo o al più al Tourist Hotel e per me era una festa andare a sbirciare i calciatori avversari, guardare da vicino i loro autobus, un po’ come quando arrivava il Giro d’Italia, con la città in festa, gli alberghi pieni, anche quelli meno famosi e la possibilità, autentica chimera, di recuperare qualche cappellino.

Avevo un panorama privilegiato, questo è vero, trovandomi a essere il figlio terzogenito, e quindi scheggia impazzita offerta alle strade, del Presidente del Potenza Sport Club, nientepopodimenoche.

Non che questo mi aprisse chissà quale porta, giammai, o che mi provocasse eccessi di boria, niente di tutto questo. Rimanevo un tifoso come gli altri, con tanta passione e senza mai essere sfiorato da pulsioni violente contro chicchessia.

Gioia allo stato puro.

Come quando, qualche anno dopo, sebbene in una serie minore, ebbi accesso da giovane calciatore in tribuna laterale col mio tesserino personale e senza pagare il biglietto. Fino alla fine dubitai della magica forza del tesserino, convinto ostinatamente, che sarei stato allontanato e pure in malo modo; ma le cose funzionarono proprio come Cecchino, il mio allenatore, mi aveva garantito: gratis, perché giovane leva del Potenza! Tiè!

Ripeto, passione pura. Quella che ti spinge a gioire per una bella azione, un gol al novantesimo e a emozionarti quando le squadre entrano in campo. E non c’è bisogno della serie B o della serie A o della C, come sarà fra pochissimo, perché quella emozione tracima il livello e le serie. Prova ne è l’entusiasmo in città per aver vinto un campionato di serie D.

Ho anche un altro ricordo, oltre alle mitiche maglie di lana grigia con le bande rossoblu orizzontali, quello di due giovani calciatori che bussarono a casa per chiedere qualcosa al Presidente, tipo o poter rimanere a Potenza o essere trasferiti, non ricordo, ma sicuramente per ragioni di cuore, mi raccontò mio padre, il presidente, il giorno stesso, assillato dalle mie domande sul perché della visita.

Ricordo anche i minuti che precedevano il fischio d’inizio con l’altoparlante che gracchiava “Antony, Antony, l’orologio dell’era spaziale”, o qualcosa del genere, pubblicità dell’epoca e il fatidico “Vi leggiamo le formazioni”.

C’era anche un tifoso famoso che si posizionava al centro della gradinata, di fronte alla tribuna centrale, all’epoca non c’erano le curve, il quale si ancorava alla ringhiera e protraendosi nel vuoto col braccio teso gridava un melodioso “TRE” e i tifosi in coro gridavano un affettuosissimo “ncula a te, rivolgendosi al terzino sinistro ogni qualvolta questi toccava la palla sotto la gradinata.

Mio padre fece il presidente con riservatezza, tanta, visto che il suo ricordo per tutti è sfuocato e il suo ruolo spesso viene attribuito a Nino Ferri, che, era invece, all’epoca, vice Presidente con Egidio Sarli, diventandolo solo dopo, presidente; ma quella riservatezza è uno dei regali più belli che mi ha lasciato: lontano dai protagonismi di oggi, lontano da ogni forma di vanità e di autocelebrazione, un esempio che mi piacerebbe saper seguire, ma che forse ho tradito già più delle tre volte di Pietro.

Bene, ad agosto, da vincenti, auspico con la giusta umiltà e la dovuta sportività, ce la vedremo con squadre più forti e titolate, chissà se ancora da protagonisti come quest’anno, ma credo con tutto l’entusiasmo già mostrato e mai sazi, tornerà il derby lucano e, scusatemi se non sarà troppo potentino, ma l’augurio che in un prossimo futuro il nostro derby si potrà giocare in serie B, ce lo possiamo fare tutti? O è troppo sportivo per i tempi che corrono?

 

 

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